CARLO SALVATORI:
TUTTI
I PERCHÉ
(E I RIMEDI)
DEL MALESSERE ECONOMICO
Carlo Salvatori,
amministratore
delegato dell’Unipol
Gruppo Finanziario

«I problemi attuali
vengono dai cambiamenti
dello scenario economico e finanziario indotto
da vari fattori:
la globalizzazione,
che significa apertura
delle frontiere a merci,
capitali, persone,
imprese, idee; a un nuovo
regime della concorrenza,
alle crisi in vari settori,
alle richieste della gente,
al Trattato di Maastricht,
al distacco della finanza dall’economia reale,
al mancato controllo
da parte delle
istituzioni finanziarie»
|
|
ato a Sora in provincia di Frosinone, laureatosi in Economia e Commercio nell’Università di Bologna e in Scienze bancarie in quella di Siena, Carlo Salvatori è stato direttore centrale della Banca Nazionale del Lavoro, direttore generale poi amministratore delegato del Banco Ambroveneto, direttore generale della Cariplo. Con la nascita di Banca Intesa, ne diviene amministratore delegato e successivamente assume la carica di presidente del Gruppo Unicredito e diviene vicepresidente di Mediobanca. Ha infine assunto la carica di amministratore delegato dell’attuale Unipol Gruppo Finanziario. A questi si sono aggiunti nel tempo vari altri prestigiosi incarichi e attività: ad esempio quelle di vicedirettore generale del Gruppo CaRiParma, di consigliere della Ras, di docente di Banca e Finanza all’Università di Parma. Un’intensa e ricchissima esperienza quindi ai vertici di primari istituti nel settore finanziario, bancario e assicurativo, con la quale oltre a sanare e comunque a far quadrare i bilanci delle aziende affidategli, può delineare con estrema competenza e profondità un giudizio sull’attuale difficile congiuntura economica italiana, europea e internazionale, e in particolare sulle sue cause, i suoi sviluppi, gli eventuali rimedi. L’analisi di Carlo Salvatori è obiettiva e completa. Ritenuto pressoché un mago nel proprio specifico settore, anche quando allunga lo sguardo su altri campi - la politica interna ed estera, la Pubblica Amministrazione, la ricerca, l’innovazione, la tecnologia, lo Stato sociale, l’istruzione, i consumi, il costume ecc.-, stila diagnosi lucide e disinteressate e ricette severe ed efficaci, senza i soliti condizionamenti e conformismi di chi preferisce servire interessi di parte o di partito alla capacità e all’obiettività poste a servizio della società.
Domanda. Come far fronte agli attuali problemi dell’economia?
Risposta. Direi innanzitutto che essi vengono più da lontano, dai notevoli cambiamenti dello scenario economico e finanziario internazionale indotto da vari fattori. Sappiamo quello che è successo ma, a mio avviso, non sono ancora chiare le cure da praticare in un mercato che è cambiato e continua a farlo. Tra i fattori di cambiamento figura in primo luogo la globalizzazione, che significa apertura delle frontiere alle merci, ai capitali, alle persone, alle imprese, alle idee; e un nuovo regime della concorrenza, che esce dagli schemi ristretti del passato per portarsi in un campo molto più vasto, quello dell’Europa ma anche quello del mondo, con tanti equilibri che si stanno modificando.
D. Questo fa regredire, anziché avanzare, l’economia e quindi il benessere?
R. Gli attuali problemi sono inseriti in una crescita del mondo positiva, perché il prodotto mondiale è cresciuto in maniera significativa, mentre i Paesi che stanno frenando siamo noi e quelli più vicini a noi. Quelli europei frenano un po’ meno rispetto all’Italia, ma molto rispetto all’andamento dell’economia mondiale; frenano inoltre i nostri partner tradizionali come gli Stati Uniti che, fino a qualche anno fa, hanno trainato tutta l’economia, europea e mondiale. Si delineano nuovi equilibri nei quali avanzano i nuovi Paesi candidati ad essere ricchi: Cina, India, Russia, Sud Africa, Brasile; la geografia economico-finanziaria sta cambiando. La globalizzazione ha effetti rilevanti. In Italia, e in misura minore in Europa, si registra una crisi anomala rispetto a quelle del passato, molto più lunga di altre che abbiamo visto nel secolo scorso.
D. Come si presenta questa crisi?
R. È una crisi difficile da fronteggiare perché si accompagna ad altre crisi che pure hanno effetti notevoli. In primo luogo la crisi della politica, non importa se prima o seconda repubblica, dei partiti di destra, di centro o di sinistra. Da anni, se non da decenni, i Governi non riescono a risolvere i problemi di fondo del nostro Paese. Pertanto sono in crisi l’innovazione, la ricerca, le tecnologie, l’intero sistema; e pur conoscendo il problema, non si riesce ad affrontarlo nella maniera giusta. Il prodotto interno cresce troppo poco: chi dice dello 0,3 chi dice dello 0,6. La sostanza non cambia. Una parte del Paese è più colpita. Abbiamo un Nord che, nonostante quanto sembra apparire, cresce piuttosto bene, ai livelli migliori dell’Europa, abbiamo un Centro che arranca e un Sud che distrugge ricchezza. Il prodotto interno del Sud è da anni negativo. I problemi locali sono legati soprattutto al modo con il quale la politica gestisce il bene comune: tra essi ci sono i problemi irrisolti della criminalità organizzata e non pare sia venuta la voglia di risolverli. Alla crisi economica e alla crisi politica si accompagnano poi una crisi delle istituzioni e una crisi dei costumi. La stessa istituzione europea arranca in cerca di un identità che non trova. L’Europa mostra problemi enormi di identità politica, come anche recentemente abbiamo avuto ancora modo di verificare. E i costumi non sono più, purtroppo, quelli che il passato ci ha consegnato. Si parla di modernità, io parlerei piuttosto di decadenza.
D. Altre cause del cambiamento?
R. È la gente stessa che determina il cambiamento. Sorretta da una maggiore cultura di base che è effettivamente cresciuta, e da un’informazione più ampia rispetto al passato, la gente desidera qualcosa di più e di diverso rispetto a ieri, anche sospinta da un nuovo regime della concorrenza indotta dalla globalizzazione. I media forniscono molte più informazioni rispetto solo a pochi anni fa. E i consumatori pretendono di più. Non solo vogliono prodotti con maggiori contenuti di qualità, ma chiedono anche proposte e soluzioni per le diverse esigenze della persona fisica, della famiglia, della professione, dell’azienda.
D. Quanto ha influito l’Europa ?
R. Il Trattato di Maastricht è stato un altro fattore di cambiamento. Quella tranquilla cittadina del Limburgo olandese poco conosciuta in passato, oggi è sinonimo di parametri da rispettare. Significa soprattutto che dobbiamo abituarci a convivere con un sistema finanziario caratterizzato da bassi tassi di interesse. Questo è un bene: al di là dell’andamento contingente, i tassi d’interesse sono comunque bassi rispetto a un’epoca in cui erano a due cifre. Questo presuppone un’inflazione contenuta, quindi effetti positivi per l’economia del Paese, per le imprese e per le famiglie. Tutto ciò ha portato il mondo della finanza a rivedere le proprie strategie e a riconvertire il conto economico dal margine finanziario al margine dei servizi. Ciò è stato possibile attraverso innovazioni di processo e di prodotto e soprattutto con più aggressivi metodi commerciali. Si è comunque alla ricerca affannosa di un equilibrio nuovo nella gestione delle imprese.
D. Altri effetti della globalizzazione?
R. Il distacco della finanza dall’economia reale. Fino a non molti anni fa l’intermediazione finanziaria era strettamente correlata alla compravendita di beni materiali e di servizi, più quella parte derivante dai movimenti incontrollati di capitali e dalle cosiddette partite invisibili. Esisteva l’equazione secondo la quale i movimenti finanziari erano pari alla somma delle importazioni e delle esportazioni, più le partite invisibili e i movimenti di capitale. Negli ultimi 15-20 anni, che nella storia dell’umanità sono un nulla, si è verificata un’accelerazione che ha portato i movimenti dei capitali a moltiplicarsi rispetto ai contenuti dell’economia reale, con significative difficoltà da parte delle autorità monetarie a controllarli. I prodotti derivati e strutturati hanno complicato non poco i mercati finanziari, rendendoli peraltro più opachi, più difficili da interpretare.
D. Che cosa hanno fatto le Autorità?
R. Da una parte le banche centrali, che prima sorvegliavano sui movimenti di capitali in ambito nazionale, oggi, con i capitali che viaggiano a ritmi vertiginosi in tutto il mondo, non sembrano sempre in grado di valutarne gli effetti. Forse anche per un insufficiente coordinamento. Dall’altra parte gli operatori, per far quadrare i conti economici, hanno dovuto inventare nuove operatività la cui problematicità si sta manifestando in tutta la sua forza. E allora ci rendiamo conto come i problemi dei subprime, degli strutturati complessi, di tutta quella produzione di strumenti finanziari poco chiari apparsa negli anni più recenti stiano creando situazioni che fino a non molto tempo fa non si conoscevano neanche. Per questo grandi organizzazioni finanziarie, bancarie e assicurative sono andate incontro a difficoltà e probabilmente, neppure coloro che le stavano provocando se ne sono resi conto.
D. Quali queste organizzazioni?
R. I nomi sono apparsi sovente sugli organi di informazione di tutto il mondo, e continuano ad apparire: grandi gruppi finanziari soprattutto americani, inglesi e svizzeri, di alcuni dei quali si è perfino messa in dubbio la capacità di sopravvivenza, causa le cospicue e ripetute rettifiche dei valori di portafoglio che ne hanno indebolito la consistenza patrimoniale. Qualcuno, vedi il caso della Bear Sterns, non è sopravvissuto. Credo che quanto è successo sia il frutto di un cambiamento vorticoso, accompagnato dall’incapacità di prevederne e controllarne gli effetti. Il fenomeno ha riguardato soprattutto operatori bancari e assicurativi. Ha solo sfiorato banche e assicurazioni del nostro Paese, che hanno sempre mantenuto un atteggiamento più prudente rispetto alla sia pure necessaria innovazione di processo e di prodotto.
D. Dove hanno sbagliato le grandi organizzazioni finanziarie?
R. Per esempio nell’espansione del credito alle famiglie attraverso prestiti personali e mutui per la casa. Negli Stati Uniti le banche e le società finanziarie hanno concesso mutui fino al 130 per cento del valore del bene acquistato, e le Autorità stavano lì a guardare. Finanziare il 130 per cento vuol dire che per l’80 per cento la copertura può considerarsi buona. Per il rimanente 50 non lo è. E sono stati concessi finanziamenti abbondanti anche a persone con limitata o insufficiente capacità di restituzione. Perché non chiamiamo le cose con il giusto termine, dicendo che i subprime sono finanziamenti che nascono già con possibilità di restituzione problematica? Quei finanziamenti sono stati impacchettati - la parola tecnicamente corretta è cartolarizzati - e venduti a mezzo mondo. Questo modo di erogare così disinvoltamente finanziamenti rischiosi sperando che il cerino rimanga in mano a qualcun altro suscita perplessità sui comportamenti degli operatori e sui motivi per i quali chi avrebbe dovuto controllare non l’ha fatto.
D. Perché l’Italia è meno colpita?
R. Perché, salvo poche eccezioni, i mutui sono sempre stati chiamati con il loro vero nome, cioè prestiti assistiti da ipoteca capiente. È stato erogato al massimo l’80 per cento del valore dell’immobile, avendo quest’ultimo come garanzia. Fortunatamente da noi poi non si sono verificati quei crolli dei mercati immobiliari che hanno riguardato altri Paesi. Negli Stati Uniti per tornare all’esempio precedente, il 50 per cento residuale sul 130 per cento complessivo del mutuo è stato chiaramente concesso in bianco, senza copertura reale. Per giunta nel Paese sono scesi i valori degli immobili. La bassa affidabilità complessiva ha avuto effetti pesanti su chi aveva concesso il credito e non incassava più le rate. In Italia siamo stati molto più prudenti, sicuramente più degli Stati Uniti, mentre nel mercato immobiliare i prezzi sono rimasti stabili per cui il valore cautelare è rimasto pressoché inalterato.
D. Che cosa è successo poi?
R. I mercati azionari hanno ceduto: si è diffusa la sfiducia nell’investimento a rischio, e i valori sono scesi molto più dell’effetto sia della congiuntura negativa sia delle scelte gestionali. Questo ha portato a una minore liquidità del mercato finanziario e a maggiore necessità di risorse da parte degli operatori finanziari. Quindi minore fiducia da una parte e maggiore domanda rispetto all’offerta dall’altra fanno salire gli spread. Questo effetto indotto, accompagnato dal calo, oltre l’atteso e il dovuto, dei valori di borsa, crea maggiori difficoltà di approvvigionamento da parte delle imprese e comunque un costo del denaro più elevato, mutui più cari e difficoltà delle famiglie di far fronte all’impegno assunto in un’epoca di tassi bassi e di rate contenute; e sofferenze nella gestione del risparmio. Le azioni e i prodotti finanziari, anche quelli complessi e discussi, sono andati a finire nelle gestioni. Il risparmiatore si trova così ad avere nel proprio portafoglio strumenti che non ne hanno aumentato il valore ma addirittura hanno perduto anche in maniera significativa. Sono tutte conseguenze indotte dai fattori del cambiamento, che hanno colpito e scioccato le persone, mentre tarda ancora a manifestarsi una capacità di reazione e di recupero di ottimismo.
D. Come ristabilire l’equilibrio fra i diversi elementi?
R. Un nuovo equilibrio non può essere raggiunto dal singolo, e forse nemmeno dal singolo Stato; di certo i singoli Governi devono essere più attenti agli interessi primari dell’economia dei loro Paesi e ad investire per stimolare la ripresa soprattutto di quelle aree - per il nostro Paese è il Mezzogiorno - che registrano andamenti economici e sociali insoddisfacenti. Per il nostro Paese l’agenda delle cose da fare è piuttosto chiara. Le spese per la ricerca, per esempio, da noi sono la metà rispetto alla media europea; occorre investire nell’innovazione; nello sviluppo e nell’istruzione. Oggi abbiamo un Governo che può governare; sia alla Camera che al Senato ha i numeri per decidere ciò che è utile per il Paese. Deve affrontare temi anche impopolari perché toccano interessi corporativi. Occorre farlo: ma non si possono privilegiare gli interessi della corporazione a danno di quelli del Paese.
D. Per stimolare la ripresa economica la Banca Centrale Europea non dovrebbe ridurre il tasso di sconto, ossia il costo del denaro?
R. L’obiettivo primario della Banca Centrale Europea è la stabilità dei prezzi, quindi il controllo dell’inflazione; i tassi d’interesse sono funzionali a questo, pertanto non credo che nel breve li toccherà. Occorre tuttavia un maggiore coordinamento nella politica finanziaria dell’Unione Europea, perché è vero che la leva della finanza è in mano alla Banca Centrale, ma l’Europa è composta da tanti Paesi che le hanno conferito questa leva, e chi decide in ultima istanza sono i vari governatori delle Banche d’Italia, di Francia, di Germania ecc. Non si può dire che non si può fare niente. Occorre un coordinamento, una risposta corale ai problemi del Paese, problemi che in dimensioni minori o maggiori hanno tutti. Occorre l’impegno dei Governi europei a collaborare fra loro ma anche con altri Governi, come quelli degli Stati Uniti e dei Paesi emergenti. I Paesi emergenti oggi hanno un ruolo che prima non avevano. Vent’anni fa, quando la WTO stabilì le tariffe del commercio internazionale, non erano presenti né la Russia né la Cina; oggi bisogna considerarli di diritto al tavolo dei negoziati.
D. Con le privatizzazioni l’Italia non si è privata di aziende pubbliche che, investendo, avrebbero stimolato la ripresa?
R. Strumenti di politica economica per rilanciare la ripresa ci sono, devono essere usati. Che cosa impedisce a un Governo, di destra o di sinistra, di riavviare gli investimenti? C’è anche la possibilità di aumentarli coinvolgendo il capitale privato. Quante operazioni sono state realizzate con il project financing, sistema nel quale il finanziamento e il rischio sono a carico della finanza e dell’industria privata?
D. Perché non si ricorre ad esso?
R. Il project financing è utilizzabile per sostenere la costruzione di grandi opere, per le autostrade, per i trafori ed anche per il ponte sullo Stretto. Ma l’impiego di capitale privato in investimenti pubblici deve trovare la convenienza economica. L’apparato pubblico stenta a riconoscere questa esigenza. Pone troppi condizionamenti. Come realizzare opere pubbliche con il concorso al rischio da parte dei privati quando per un singolo progetto occorrono decine di autorizzazioni? Quantomeno sorge il problema dei tempi, al quale si aggiungono le pretese delle Amministrazioni locali che vogliono ricavarne specifiche convenienze, spesso poco compatibili con lo stesso interesse collettivo. Occorre un diverso modo di gestire gli interessi pubblici.
D. Per 15 anni non si è più parlato del Sud, che ora torna alla ribalta. Come risolvere i suoi problemi?
R. È vero, si ricomincia a parlare del Sud, ma c’è il rischio di parlarne troppo e di fare poco. Il Sud ha alcuni problemi le cui soluzioni costituiscono pre-requisiti per affrontare quelli principali: se non si affronta in maniera adeguata il problema della criminalità organizzata è difficile immaginare un significativo recupero del nostro Sud rispetto alla media italiana ed europea. Sui rifiuti di Napoli credo che di tutto si sia parlato meno del fatto che sono in mano alla camorra, alla quale, oggi è abbastanza chiaro, non conviene risolvere il problema localmente perché non vuole perdere i benefici derivanti dal loro invio in Germania, dove vanno ad arricchire l’economia tedesca. Non ho sentito né un politico né un organo di informazione indicare il vero problema; ciò mi fa pensare che si preferisca non affrontarlo.
D. Non ci sarà una soluzione?
R. Poiché ora il presidente del Consiglio Berlusconi si è impegnato a risolverlo, potrà farlo solo affrontandolo alla radice. Il Governo ha i poteri per farlo, ma se ci si ferma dinanzi ai primi lamenti, come si è fatto sempre, non si risolverà, casomai si aggraverà. Napoli è una zona stupenda del nostro Paese, meriterebbe molto di più di quello che ha, cioè meno rifiuti e più stimoli a creare un futuro ai giovani. La camorra è alimentata anche da questi problemi perché alla fine la gente in qualche maniera deve pur guadagnarsi il pasto quotidiano, e se non l’ottiene attraverso azioni lecite diventa per essa lecito seguire strade traverse. Una mamma che ha bisogno del latte per il bambino da qualche parte deve trovarlo; se non l’aiuta il potere costituito, si rivolgerà a quello non costituito. È quindi un problema sociale di straordinario rilievo, che ha conseguenze nel settore economico e finanziario.
D. I presenti mali del Sud non hanno cause antiche?
R. Per le regioni del Sud, singolarmente considerate, possiamo dare tante giustificazioni, ma rimane il fatto che è una parte del Paese che non cresce, distrugge ricchezza, è caratterizzata da una diffusa insoddisfazione della gente, da difficoltà per gli imprenditori. Essi trovano un ambiente rischioso e a costi maggiori. Per far crescere quelle aree la politica deve svolgere il proprio compito, affrontare i problemi di fondo, riassumere il proprio ruolo di guida. Ci sarà un motivo se la Lega Nord ha trovato tanti consensi.
D. È utile all’economia e ai risparmiatori la funzione delle banche?
R. Credo che il consolidamento del sistema bancario abbia arrecato molti vantaggi ai clienti e all’economia in generale. Oggi abbiamo banche, assicurazioni, gruppi finanziari molto più efficienti rispetto a dieci o venti anni fa. Ricordo quando ci veniva rimproverato di avere un costo del denaro e dei servizi significativamente più elevato rispetto alle banche europee. Oggi quelle italiane sono molto più competitive rispetto al passato, le differenze di costi si sono azzerate o quasi. Questo significa che il cliente, il professionista, la famiglia, l’imprenditore, si approvvigionano oggi dal sistema attraverso una più ampia gamma di soluzioni, a condizioni molto più contenute. Questo è anche il risultato del consolidamento del sistema, dell’eliminazione di tanti sprechi e del conseguimento di economie di scala e di scopo. Abbiamo un settore bancario caratterizzato da due grandi attori di caratura internazionale, mentre dieci anni fa non ne avevamo, neppure lontanamente, uno; abbiamo un gruppo di operatori di rilevanza nazionale e sono rimasti tanti attori locali che servono la loro area con servizi molto efficienti, per specifiche esigenze delle comunità territoriali.
D. È avvenuto lo stesso nel settore delle assicurazioni?
R. Il mondo italiano dell’assicurazione è caratterizzato essenzialmente dal ramo danni; il ramo vita è più affine alla gestione del risparmio. L’assicurazione danni, che oggi rappresenta la quota più considerevole degli affari, è in mano a quattro operatori. Uno di essi è il mio Gruppo. A me sembra che il consolidamento all’interno del Paese sia stato o sia pressoché conseguito. Cosa manca al completamento del consolidamento? Forse qualcosa nel mondo delle Banche popolari e di alcune Casse di risparmio, nelle quali tende a restare il potere delle fondazioni. Le piccole istituzioni creditizie con le piccole imprese assicurative potranno avere problemi di sopravvivenza in un mercato ormai globalizzato. A meno che non facciano chiare scelte di «make or buy» nella compilazione dei loro cataloghi dei prodotti e dei servizi. Molto è stato fatto, ma c’è ancora spazio: penso che la possibilità di consolidamento ora sia aperta a livello europeo. L’Unicredito è stata un po’ il precursore, ma ci sono state anche altre operazioni che hanno riguardato banche e gruppi bancari e finanziari di più Paesi. Siamo nella fase del consolidamento europeo, che è destinato a continuare e continuerà se vogliamo considerare l’Unione Europea in prospettiva, una sola nazione. Dobbiamo imparare a ragionare in termini più europei. All’interno dell’Europa c’è tanto ancora da fare.
|