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CORSERA STORY.
50 ANNI FA NACQUE
IL CAFÉ DE PARIS,
OVVERO LA DOLCE VITA

L'opinione del Corrierista

 

sattamente 50 anni fa, l’8 agosto 1958, in Via Veneto a Roma i coniugi Blanche e Vittorio (detto Victor) Tombolini inaugurarono il Café de Paris dando il via ufficialmente alla stagione della Dolce Vita. In realtà una dolce vita esisteva sin dal 1954, ma se non vi fosse stato il Cafè de Paris non sarebbe balzata di colpo, come avvenne, all’attenzione del pubblico internazionale. In particolare, Federico Fellini non avrebbe avuto l’idea di realizzare quel film il cui titolo è stato usato poi per indicare quel fenomeno di costume che, grazie appunto al Café de Paris, assunse dimensioni e notorietà notevolmente superiori a quelle registrate negli anni precedenti.

Un fenomeno di costume destinato però ad appannarsi e a scomparire proprio quando Fellini, infarcito il film di significati ed episodi scaturiti dalla sua scatenata immaginazione e dal gusto del paradosso del co-soggettista Ennio Flaiano ma non del tutto rispondenti alla realtà, lo presentò ai pubblici cinematografici. Dal 4 e 5 febbraio 1960, giorni in cui la pellicola fu proiettata per la prima volta a Roma e a Milano, la fama della dolce vita cominciò a crescere, ma la dolce vita a decrescere.
Una foto in bianco e nero scattata nell’autunno del 1958 mostra me e Federico Fellini seduti al Cafè de Paris dove egli veniva quasi tutte le sere per incontrarmi e farsi raccontare gli episodi verificatisi durante la giornata, e più in particolare durante la nottata precedente, nell’ambiente artistico, letterario, cinematografico, teatrale, televisivo, mondano, aristocratico; ovvero nel bel mondo, nella cafè society, jet society, smart set, jet set ecc. Episodi ai quali avevo assistito o che avevo per primo scoperto nella mia frenetica ricerca di notizie e di retroscena per articoli e rubriche di costume che pubblicavo sul Corriere d’Informazione, quotidiano del pomeriggio del Corriere della Sera, nel quale lavoravo.

Partecipai l’8 agosto 1958 all’inaugurazione del Cafè de Paris alla quale intervennero i più bei nomi della Roma aristocratica e cinematografica, e perfino un cardinale francese. Il locale era una tavola calda di lusso, all’aperto aveva tavoli disposti su 50 metri quadrati di marciapiede e all’interno un bancone di 37 metri quadrati. Da quel momento il Cafè de Paris, il Club 84, «night» strettamente legato alle vicende del primo, e Via Veneto divennero ufficialmente le palestre diurne e soprattutto notturne della dolce vita, teatro di uno stillicidio di episodi clamorosi che hanno fatto il giro del mondo sui rotocalchi e più tardi nel cinema.

Via Veneto si trasformò in una passerella, in un set cinematografico in cui si muovevano ininterrottamente, giorno e notte, una carrellata di personaggi: famosi divi internazionali o strampalato sottobosco cinematografico-mondano nostrano. In pochi mesi diventò un’istituzione per questo mondo: inutile darvisi appuntamento, si era sicuri di trovarvi, in certe ore, chi si desiderava. Vi si andava per mangiare, bere, svagarsi, conoscere, incontrare, accordarsi, sapere, spettegolare.

Racconto, in un mio libro di imminente pubblicazione, episodi e particolari sconosciuti. Ad esempio dove Fellini attinse il titolo del suo film: in un dramma di Sem Benelli. Perché Tombolini aprì il locale: gli avevano chiuso il Victor Bar per il primo scandalo romano della droga. Perché lo chiamò Cafè de Paris: per imitare quello, famoso, di Hollywood in cui fu presentata per la prima volta Marilyn Monroe; e perché, da emigrato, aveva lavorato per anni in Francia e vi aveva sposato Blanche, figlia di emigrati italiani. E tante notizie, approfondimenti, scoop.

Grazie alla mia presenza ininterrotta, quotidiana e notturna, per un paio di decenni in Via Veneto, a caccia sempre di notizie per il mio giornale, a mezzo secolo di distanza debbo constatare come quel grande fenomeno di costume, pari a quelli della Belle Époque e degli Anni Ruggenti, per ignoranza, esibizionismo o prosaici interessi commerciali sia oggetto oggi di stravolgimenti continui, interpretazioni erronee, falsificazioni reali, speculazioni plateali.

Innanzitutto non è vero che prima del 1958 non vi fosse nulla: esisteva la moda esistenzialista proveniente dalla Francia; una casalinga riproduzione dei costumi all’epoca in auge a Parigi, ispirati ai testi sacri dell’esistenzialismo sartriano e la cui sacerdotessa, Juliette Gréco, era l’idolo di avanguardie intellettuali e artistiche sempre squattrinate; nel 1954 la diciottenne francesina Françoise (Quoirez) Sagan aveva riscosso un successo clamoroso con il suo libro-scandalo «Bonjour tristesse», tradotto in 20 lingue e venduto in un milione di copie; a Roma gli esistenzialisti pullulavano negli studi e nelle trattorie intorno a Via Margutta, Via del Babuino, Piazza del Popolo.

Non è neppure vero che all’epoca della dolce vita il perno della vita intellettuale, letteraria, politica e giornalistica romana fosse il Bar Rosati di Via Veneto: era un luogo freddo, squallido, triste, pochissimo frequentato, digiuno della frenetica presenza di personaggi del mondo culturale e internazionale registrata dagli altri due locali, il Cafè de Paris e il Doney.
Non è altresì vero che la dolce vita fosse quella raccontata da alcuni fotografi che non riescono a ricordarla e a descriverla in maniera diversa da una decina di «paparazzate», cioè di animati scontri tra paparazzi e personaggi celebri e di macchine fotografiche fracassate; scontri sempre incruenti, perché in gran parte espressamente o tacitamente concordati per l’interesse dei primi a vendere servizi fotografici ai rotocalchi, e dei secondi a farsi una gratuita pubblicità; e spesso organizzati da press agent e uffici stampa per il lancio di qualche film.

E ancora: in gran parte inattendibili sono anche le descrizioni e le rievocazioni di quell’epoca che periodicamente appaiono su quotidiani e rotocalchi, frutto di scopiazzature di precedenti descrizioni e rievocazioni anche esse di seconda mano, quindi con ulteriore allontanamento dalla verità, con date errate, nozioni e idee confuse. E infine costituisce una solenne turlupinatura in danno di passanti e turisti, italiani e stranieri, l’esibizione in Via Veneto, addirittura fuori del Cafè de Paris e di un altro bar, di foto di personaggi e di episodi eseguite, a distanza di alcuni anni dalla dolce vita, da fotografi che nel 1958-1959 avevano sì o no una decina di anni. In definitiva si propala oggi un’immagine della dolce vita completamente falsata. Per non parlare, poi, di quando se ne occupa la tv.
(V. C.)

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