GUIDO CROSETTO:
FORZE ARMATE,
UN VOLANO
ANCHE
PER L’ECONOMIA
di ANNA MARIA CIUFFA
L’on. Guido Crosetto,
sottosegretario
al Ministero
della Difesa

«Il cittadino considera
prioritaria la sicurezza
e quando si tagliano
i fondi alla Difesa
questa si riduce. Inoltre
le industrie della difesa
danno lavoro a decine
di migliaia di persone,
fatturano 15 miliardi
di euro; i loro investimenti
sono un beneficio
per tutto il Paese»
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a alcune settimane si sente riparlare dello Stato. Sembrava una parola non solo dimenticata e cancellata dal dizionario, ma proibita al punto di attirare su chi si azzardava a pronunciarla accuse e condanne quantomeno verbali. Poco dopo essere stato nominato sottosegretario alla Difesa, però, l’on. Guido Crosetto non ha esitato a pronunciarla in una trasmissione televisiva, in un contesto più articolato e interpretando il pensiero della massa. «Tutte le divise infondono sicurezza. Se una persona si trova da sola, di notte, in una strada buia, con una sensazione di insicurezza, e a 200 metri vede la divisa di un poliziotto, di un carabiniere, di un finanziere o di un militare, si tranquillizza. Tutte le divise danno una sensazione di sicurezza perché rappresentano lo Stato», Nato a Cuneo, laureato in Economia e Commercio ed eletto la prima volta alla Camera nel 2001 e la seconda lo scorso aprile nella lista del Popolo della Libertà, Crosetto apporta al Ministero della Difesa la propria esperienza pratica di imprenditore, applicandola alla gestione del complesso e delicato mondo delle Forze Armate. In questa intervista l’on. Crosetto illustra i problemi della Difesa e in particolare quello delle scarse risorse assegnate al Ministero, con le quali non solo va mantenuto in efficienza lo strumento militare, ma bisogna finanziare le numerose missioni militari di pace italiane all’estero, nonché assicurare la sicurezza dei cittadini e intervenire nelle emergenze interne.
Domanda. I tre anni trascorsi dall’abolizione del servizio militare obbligatorio e dall’istituzione dei militari professionisti sono stati sufficienti per attuare un cambiamento di tali dimensioni?
Risposta. Il passaggio dalla leva obbligatoria alle Forze Armate professioniste è stato un avvenimento storico, ma ora ci ritroviamo con la preesistente struttura, in particolare con un numero di ufficiali e sottufficiali adeguato a un Esercito di centinaia di migliaia di militari. Il cambiamento ha determinato uno squilibrio, un numero troppo elevato soprattutto di sottufficiali, 36 mila unità in più rispetto al modello che il Ministero della Difesa e il Parlamento hanno stabilito e che consiste in 190 mila unità tra truppa, sottufficiali e ufficiali. Tale modello non si raggiunge in tre anni; potrà ottenersi nel 2021 o più oltre.
D. Non si possono abbreviare i tempi?
R. Abbreviarli significa trovare a 36 mila persone altre attività o mandarle in pensione; non è semplice riqualificare soggetti che sono sempre stati militari e che nello Stato hanno svolto funzioni particolari. È arduo inviare in un’altra Amministrazione un sergente che si è sempre occupato di problemi militari. L’alternativa è la pensione, ma non è proprio il momento per la Difesa di chiedere finanziamenti per facilitare gli scivoli. La pensione matura con l’età; uno scivolo che consentisse di andare in pensione prima costerebbe ingenti risorse finanziarie. C’è una legge che permette ogni anno lo scivolo a qualche centinaio di persone, ma non a 36 mila; e inoltre c’è un esodo naturale: molti di questi andranno in pensione quest’anno, altri il prossimo ecc. Però bisogna aspettare. Per ora il punto di arrivo, non ancora ottimale, è il 2021.
D. Quali saranno i compiti delle Forze Armate nei prossimi anni? Sono destinati a cambiare ancora?
R. Il ruolo della Difesa negli anni 2000 è una scelta politica. Trent’anni fa era quello di garantire la sicurezza del Paese da un ipotetico nemico che magari era al confine. La guerra fredda obbligava tutti i Paesi a prepararsi a un conflitto in loco. Adesso il ruolo delle forze armate è sempre più esterno, consiste nello svolgere missioni di pace nelle varie aree di crisi nel mondo. In un’economia globale i grandi Paesi sono chiamati ad occuparsi dei problemi di stabilità di altri, dotati di democrazie più deboli o meno radicate. Ormai il destino di un Paese non dipende solo da quello che succede entro i suoi confini, ma magari da quello che avviene a migliaia di chilometri.
D. Cosa impone questo cambiamento?
R. Sotto la regia dell’Onu e della Nato le grandi Nazioni hanno assunto questo compito che è difficile da spiegare al cittadino, ma poi gli effetti di queste crisi pesano nelle tasche di tutti. L’aumento del prezzo del petrolio è una delle conseguenze di questa crisi. L’instabilità internazionale e le difficoltà economiche che stiamo vivendo hanno, tra le varie cause, questa instabilità nel mondo, che è destinata ad accentuarsi. Lo squilibrio tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra i luoghi in cui si producono le materie prime e quelli in cui vengono consumate, necessita di un impegno di tutti per assicurare al mondo una convivenza civile. Questo è il nuovo scenario delle Forze Armate: devono essere sempre pronte anche a una difesa del Paese che si concretizza al di fuori dei confini. Ma questo significa nuovi modelli organizzativi, maggiori rischi, maggiori costi.
D. Come è cominciata l’evoluzione?
R. Una decina di anni fa, nel periodo di trapasso tra la guerra fredda e il nuovo mondo, dopo il crollo del Muro di Berlino, il nostro Paese si è chiesto che senso avesse investire ancora nelle Forze Armate dal momento che la guerra era diventata, per fortuna, uno spettro che si allontanava e non era neppure prevedibile un uso alternativo delle armi. Adesso la situazione è cambiata radicalmente, il nuovo compito delle Forze Armate è quello di partecipare ad operazioni di peace keeping in vari teatri mondiali e questo comporta inevitabilmente un cambio. Perché non si tratta più di mantenere un Esercito all’interno del Paese, ma di avere Forze stabilmente insediate, almeno per adesso, all’estero. Attualmente sono più di 8 mila uomini e, secondo le previsioni, potrebbero arrivare a 12 mila, con considerevole aumento di costi.
D. Quanto costano esattamente?
R. Le missioni all’estero costano circa un miliardo 300 milioni di euro l’anno; attualmente il Parlamento ha stanziato circa 850 milioni e ci troviamo nella condizione che per tali missioni, volute dal Parlamento, le Forze Armate non hanno risorse finanziarie sufficienti. Però non si poteva dire che non si sarebbero assolti gli impegni in Afghanistan o in Libano per mancanza di fondi per acquistare la benzina e i pezzi di ricambio: sono quindi state compresse tutte le altre spese del bilancio al punto di non pagare le bollette dei servizi pubblici, ma dobbiamo avere i fondi per i militari, perché se li inviamo all’estero, dobbiamo garantire le condizioni necessarie. La riorganizzazione e il contenimento dei costi stanno quindi cambiando le Forze Armate, che hanno intrapreso anche un’altra strada, quella di diventare sempre più interforze.
D. In che modo lo stanno facendo?
R. Una volta vigeva una separazione netta tra Marina, Aeronautica, Esercito e Carabinieri; adesso si tende sempre più a creare un’organizzazione unica, a mettere in comune tutto quello che si può, mantenendo distinte le singole specificità. Nell’ambito della Difesa e per la Difesa operano anche i Carabinieri che rappresentano la quarta Forza Armata e che si occupano soprattutto di sicurezza pubblica; quando si discute sul bilancio della Difesa, bisogna ricordare che, se occorrono mezzi e carburanti per stare per esempio in Afghanistan o in Libano, occorrono anche per presidiare, come già detto, la sicurezza dei cittadini, pertanto quando si parla di tagli alle Forze Armate si colpiscono non uno. ma due ambiti.
D. Quanto è stato stanziato negli anni?
R. Negli ultimi anni gli stanziamenti per la Difesa non sono aumentati; nel 2000 il suo costo totale ammontava a un importo in lire pari a 17 miliardi di euro, saliti nel 2006 a 17,3 miliardi, cifra corrispondente, in valore reale, a 15 miliardi del 2000; quindi anziché aumentare, gli stanziamenti sono diminuiti. In relazione alle funzioni svolte dal Ministero - Forze Armate, sicurezza pubblica e funzioni accessorie -, sui 17,3 miliardi di spese totali del 2006, 12,1 miliardi hanno riguardato la Difesa, 5,3 la sicurezza pubblica ossia i Carabinieri, e 0,4 altre funzioni, ad esempio l’approvvigionamento idrico delle isole minori, ossia servizi non propri delle Forze Armate ma svolti per conto dello Stato. All’interno di questa divisione dovremmo spendere, in base a un modello ideale, il 50 per cento per il personale, il 25 per cento per l’esercizio e il resto per gli investimenti. Invece, avendo ricevuto limitate risorse finanziarie, la somma maggiore è assorbita dal personale, pari nel 2006 al 72 per cento del totale. Questa spesa è incomprimibile; abbiamo ridotto le spese per l’esercizio e l’investimento, riservando al primo il 12 e al secondo il 15 per cento. Che cosa vuol dire ciò? Che non abbiamo avuto i fondi per i pezzi di ricambio, né abbiamo fatto interventi di manutenzione, oppure abbiamo lasciato senza carburante i veicoli. Gli stanziamenti sono frutto di una decisione politica: quando elabora il bilancio dello Stato, il Ministero dell’Economia e delle Finanze deve decidere se la Difesa è importante, prioritaria o no.
D. Perché tante ristrettezze in Italia?
R. Siamo condizionati dalla situazione economica mondiale; il problema non sono i tagli, ma l’esigua crescita del prodotto interno, comune a tutti i Paesi occidentali; all’interno di questo problema si pone la scelta politica della ripartizione delle risorse. La Francia investe nella difesa il doppio dell’Italia, 500 euro per abitante rispetto ai 250 nostri; l’Inghilterra 700, gli Stati Uniti oltre 1.000. Perché questi Paesi investono tanto nella difesa? Non sprecano soldi, sanno che gli investimenti nella Difesa accrescono la loro importanza nel mondo, aumentano la loro credibilità, quindi le potenzialità e la crescita economica. La forza di un Paese in campo internazionale dipende da molti fattori, anche dal peso che le sue Forze Armate hanno nel mondo. Dalla credibilità internazionale deriva anche la credibilità economica.
D. Qual è l’indotto della Difesa?
R. Le industrie della difesa in Italia danno lavoro a 70 mila persone, fatturano 15 miliardi di euro e producono un utile di un miliardo l’anno; ogni investimento nella Difesa è un beneficio diretto per il Paese; in nessun altro settore industriale l’investimento è rivolto in percentuale così elevate ad aziende italiane.
D. Sono adeguate le retribuzioni?
R. Il livello retributivo dei militari non è aumentato molto, è inferiore a quello di tutti i Paesi dell’Unione Europea. Inoltre è stato detassato il compenso per il lavoro straordinario dei dipendenti di aziende private, non quello però dei militari e degli appartenenti alle forze di polizia che, per il lavoro che svolgono e per il rischio che corrono, non possono essere paragonati, con tutto il rispetto, ad altre categorie di lavoratori.
D. Nessuno prospetta queste esigenze in sede governativa?
R. Nell’elaborazione della Finanziaria 2008 l’ex ministro Arturo Parisi si è battuto per aumentare lo stanziamento rispetto a quello del 2006 che aveva messo in ginocchio le Forze Armate. C’è stata una consapevolezza delle difficoltà da parte del precedente Governo che ha incrementato i fondi per il 2008, comunque insufficienti tanto da sacrificare la manutenzione dei mezzi e la preparazione del personale. Questa stessa consapevolezza è stata già manifestata più volte con forza dall’attuale ministro Ignazio La Russa che dal primo giorno di insediamento cerca di far capire ai colleghi di Governo e al Paese l’importanza delle Forze Armate. Sono convinto che, come in tutti i Ministeri, anche all’interno di quello della Difesa, ma forse in misura ridotta, vi siano ampie possibilità di risparmio; si possono tagliare alcuni costi ma vi sono investimenti da fare. Speriamo che per il 2009 il ministro dell’Econmia Giulio Tremonti comprenda queste esigenze, ma nelle condizioni economiche attuali ci sono poche speranze.
D. Come si svolge la partecipazione delle donne nelle istituzioni militari?
R. Le Forze Armate partecipano alla volontà comune di offrire alle donne opportunità pari a quelle degli uomini; i compiti non hanno sesso ma in ogni istituzione esistono specifiche mansioni che, a seconda dei casi, devono essere svolte dagli uomini o dalle donne. A tutte le Forze Armate si richiede intelligenza e preparazione, e poiché le donne ne sono dotate come gli uomini e talvolta di più, devono poter accedere alle relative aree. Ed è giusto che ognuno svolga l’attività per la quale si sente portato. La Difesa è un mondo in cui si eseguono gli ordini, diverso da altre Amministrazioni Pubbliche. Il passaggio culturale è lo stesso che deve compiere un uomo: indossare la divisa cambia totalmente la vita di un ragazzo di 18 anni, e lo stesso avviene per le donne. È un ambiente diverso da quello in cui siamo abituati a vivere tutti i giorni. Comunque più progredisce la tecnologia, meno barriere all’accesso vi sono; la tecnologia riduce la necessità della forza fisica, unica differenza sostanziale tra un uomo e una donna.
D. Come si addestra il personale?
R. Nella lunga storia le Forze Armate hanno perfezionato la propria organizzazione, derivante dall’Esercito prussiano come quella di tutte le Forze Armate: è sufficiente che chiunque, uomo o donna, svolga bene i compiti affidatigli. Il lampo di genio serve in poche occasioni, ciò che conta è l’organizzazione. Il personale viene addestrato secondo parametri fissati dalla Nato e dall’Onu. Purtroppo, riducendo gli stanziamenti, non sempre possono osservarsi le loro disposizioni. Ad esempio lo svolgimento di esercitazioni militari con navi, con aerei ed altri mezzi, richiede costi elevati.
D. Il passaggio alle Forze Armate professioniste ha aumentato le necessità abitative?
R. Di solito, quando si pensa alla Forze Armate non ci si rende conto di cosa vuol dire lavorare in questo settore. Il personale è soggetto a frequenti spostamenti da una regione all’altra o all’impiego all’estero. E non c’è il sindacato cui ricorrere. Occorre dare alloggi, ma le Forze Armate non sono in grado di soddisfare tutte le esigenze. Stiamo dismettendo immobili della Difesa non più utilizzati, mettendoli a disposizione del Ministero dell’Economia affinché ne ricavi risorse finanziarie; nell’ambito di tale operazione abbiamo ottenuto la possibilità di permutare alcune aree con alloggi per le Forze Armate.
D. Quanto durerà l’impiego dell’Esercito nelle emergenze costituite dai rifiuti della Campania e dalla sicurezza?
R. In Campania mi auguro duri pochissimo risolvendo in tempi brevi un problema che ha gettato discredito sul Paese. Il tema della sicurezza delle città è diverso: occorre mettere sul campo ogni forza di cui lo Stato dispone per opporsi alla delinquenza dilagante. I cittadini chiedono sicurezza sempre più fortemente. Se bastassero le forze che hanno come compito principale quello di garantirla - poliziotti, carabinieri, finanzieri e vigili urbani -, ben venga questo. Se invece sarà necessario aggiungere energie e uomini, trovo assurdo non utilizzare persone già formate che si sono dimostrate all’altezza di compiti analoghi nelle missioni internazionali.
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