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JERZY CHMIELEWSKI:
NEL QUADRO DELL'U.E.
POLONIA PRONTA
A COLLABORARE

 

Jerzy Chmielewski,
ambasciatore della Polonia
in Italia


«Il prodotto interno
cresce di circa il 6 per
cento l’anno e la Polonia
è al secondo posto nella classifica dello sviluppo
economico dei Paesi
dell’ Ocse. Le retribuzioni
aumentano in fretta
e questo causa inflazione. La nostra valuta, lo zloty, sta attraversando
un momento di forte
apprezzamento»


l risultato negativo del referendum svoltosi lo scorso mese in Irlanda sulla ratifica del Trattato di Lisbona ha alimentato l’euroscetticismo serpeggiante in vari Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dall’Italia, e ha indotto anche i più tenaci sostenitori dell’Unione stessa ad ammettere la necessità di un ripensamento. Più precisamente di una riflessione non per tornare indietro, ma per rendere le istituzioni europee più vicine e più sensibili ai bisogni dei cittadini, per riformare e alleggerire la pesante struttura burocratica insediatasi ai suoi vertici, l’«euroburocrazia». Anche dai Paesi di più recente ingresso nell’Unione viene sottolineata la necessità di un rafforzamento dell’Unione ed espressa la volontà di collaborare a quest’azione. «La Polonia può portare un grande e positivo contributo alla riflessione su molti aspetti del funzionamento dell’Unione Europea–afferma ad esempio un documento dell’Ambasciata polacca in Italia–. In primo luogo farà molta attenzione al ruolo della società e dei cittadini degli Stati membri, poiché la loro volontà è ancora la fonte di legittimità democratica dei processi europei. Il meccanismo di elaborazione del consenso pubblico e del controllo democratico degli impegni assunti sul piano dell’Unione Europea è diverso a seconda del Paese membro. La Polonia si sforzerà affinché la trasparenza, la accessibilità e l’intellegibilità delle informazioni diventino regola imprescindibile nella nuova Unione Europea. In secondo luogo, i meccanismi decisionali dell’Unione Europea esigono un forte incremento della competitività politica, che serve ad aumentare la loro legittimazione».
Nato a Poznan´, laureatosi in Studi Slavi nell’Università di Varsavia, Jerzy Chmielewski è attualmente ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Polonia nella Repubblica Italiana e accreditato nella Repubblica di San Marino e nella Repubblica di Malta; è stato ambasciatore anche in Jugoslavia e in Croazia. In questa intervista illustra la posizione del proprio Governo su alcuni problemi di attualità nel suo Paese, in Italia nell’Unione europea.

Domanda. Può illustrare l’evoluzione politico-governativa della Polonia nel dopoguerra?
Risposta. Durante la seconda guerra mondiale la Polonia subì cinque anni di occupazione tedesca, dal 1939 al 1944; nella seconda metà dell’ultimo anno fu invasa dall’Unione Sovietica, cambiarono i suoi confini, perdé un terzo del territorio, attraversò un periodo di guerra civile. Quindi vi fu instaurato un regime comunista, conseguente all’occupazione militare e ispirato a un’ideologia che gli occupanti diffusero con la forza. Credo che il comunismo al potere nei Paesi dell’Europa orientale fosse in generale diverso da quello esistente in Italia e in Francia. Poi, dopo anni di relativa, graduale stabilità, nel 1980 si assisté alla nascita del Movimento Solidarnosc, che non fu soltanto un sindacato; ad un certo momento, infatti, erano oltre 500 mila i suoi iscritti. Fu un grande movimento di indipendenza, un momento di svolta per il destino del comunismo, perché da allora divenne inevitabile il suo crollo, che si concluse con le elezioni del 1989. Da quel momento sono trascorsi quasi 20 anni, la Polonia è indipendente, nel 1999 è entrata a far parte della Nato e nel 2004 dell’Unione Europea.

D. La stampa è lo specchio delle libertà di un Paese; come i giornali hanno accompagnato questo lungo processo?
R. Dapprima vi furono timidi tentativi di creare un giro di informazioni basato su un sistema diverso dai giornali. Negli anni in cui vigeva la legge marziale, partecipai alla pubblicazione di una testata che si chiamava «Europa»; vi lavorai con alcuni miei colleghi, erano tempi difficili, che non dovranno più ripetersi. Da molti anni ormai in Polonia la stampa è libera, i giornali hanno completamente un altro carattere e operano nel mercato libero. Molte testate sono private, non ve n’è una in cui lo Stato sia socio di maggioranza. Nei 18 anni di indipendenza dalla caduta del Muro di Berlino è cambiato tutto, si è creata un’opinione pubblica libera. Oggi la stampa ha perduto un po’ del proprio rigore, ma questo è un fenomeno mondiale, anche in Francia e negli Stati Uniti è così. Leggere i giornali richiede al lettore una capacità di lettura e una cultura maggiore rispetto a quella necessaria per assistere alle trasmissioni televisive. E spesso sui giornali non si trova l’approfondimento, ma troppa cronaca e appelli dei politici agli elettori.

D. Quali attività e iniziative culturali svolgete in Italia?
R. L’Istituto polacco di Roma, diretto da Jaroslaw Mikolajewsk, un italianista che è anche un poeta, ha una storia lunga e prestigiosa e svolge un’intensa attività culturale: mostre, festival, conferenze, concerti ecc. Oltre ad esso opera un gruppo di amici della Polonia, professori di Filologia polacca, con a capo il professor Luigi Marinelli; abbiamo in programma un aumento della presenza polacca nelle Università italiane. A Roma ha sede anche l’Accademia polacca delle Scienze ed esistono contatti e iniziative di cui l’Ambasciata ha una conoscenza relativa dal momento che sono moltissime e nascono spontaneamente. Oggi le Ambasciate non si occupano direttamente della promozione, ma provvedono a creare le condizioni favorevoli agli scambi e alla comunicazione fra diversi ambienti.

D. Che cosa pensa il Governo polacco della situazione economica dell’Unione Europea?
R. La Polonia non fa ancora parte della «Zona euro», ossia dell’Unione monetaria europea ma siamo obbligati ad entrarvi perché nel trattato di adesione abbiamo assunto questo impegno; non essendo indicata la data, entreremo quando saremo pronti. L’inflazione in Polonia non è alta, è pari a circa il 4 per cento annuo, tuttavia secondo gli obiettivi della politica economica governativa è considerata piuttosto alta. Da noi l’andamento dei prezzi è seguito non direttamente dal Governo ma da un Consiglio della Politica monetaria che stabilisce l’interesse massimo al quale la Banca centrale polacca e quindi le altre banche possono concedere prestiti. Nell’ultimo anno il Consiglio della Politica monetaria ha alzato questa soglia più volte e, secondo gli esperti di politica monetaria, saranno necessari altri due interventi per stabilizzare l’inflazione a un livello relativamente contenuto.

D. Da che cosa dipende l’aumento dei prezzi in Polonia?
R. La causa sono principalmente i consumi, che sono aumentati in seguito alla crescita economica e alle maggiori disponibilità finanziarie della popolazione. Il prodotto interno cresce di circa il 6 per cento l’anno e la Polonia è al secondo posto nella classifica dello sviluppo economico dei Paesi dell’Ocse. Le retribuzioni aumentano in fretta e questo genera l’inflazione. La nostra valuta nazionale, lo zloty, sta attraversando un momento di forte apprezzamento che non favorisce le esportazioni polacche, anche se queste si mantengono a un livello piuttosto elevato grazie ai costi di produzione, e in particolare al costo del lavoro, ancora relativamente contenuti. Mentre questi si mantengono a un livello ammissibile, grazie a una grande esperienza e allo sviluppo delle nuove tecnologie si sta elevando la qualità delle nostre produzioni.

D. Crescono gli investimenti?
R. Il valore della valuta nazionale favorisce gli investimenti stranieri, compresi quelli provenienti dall’Italia. Ma se vogliamo delineare un quadro completo, dobbiamo ricordare anche il grande aiuto dato alla Polonia dai fondi strutturali europei; ne abbiamo usufruito in una percentuale considerevole. Secondo i dati più recenti, negli anni 2004-2006 abbiamo utilizzato oltre l’81 per cento di quelli assegnatici, e questo mostra una grande compatibilità e complementarietà dell’economia polacca con quella dell’Unione Europea. La situazione economica polacca è sicuramente in buone condizioni, ma la congiuntura economica internazionale non è favorevole.

D. Qual’è l’attuale situazione occupazionale?
R. L’apertura del mercato del lavoro dei Paesi dell’Unione Europea ha causato una significativa emigrazione di polacchi in cerca di occupazione; come risultato, si è assistito a successivi e consistenti trasferimenti di valuta diretti in Polonia, ma questo fattore ha avuto comunque un ruolo minore e ritengo che questo flusso in seguito diminuirà, perché il cambio con la sterlina e con l’euro non è favorevole alla nostra valuta. Questo fa sì che molti dei nostri emigrati torneranno in Polonia. Già constatiamo una tendenza del genere, ancora abbastanza limitata ma tuttavia crescente. Il rientro in patria sarà favorito anche dal fatto che la disoccupazione interna negli ultimi anni si è andato riducendo: da oltre il 10 per cento, ora è scesa a circa l’8 per cento. Questo significa che attualmente il mercato interno del lavoro in Polonia ha bisogno di lavoratori, ad esempio per la realizzazione delle opere previste per l’Euro 2012, ossia per i Campionati europei di calcio; per l’occasione sono in programma grandi investimenti per la costruzione in particolare di infrastrutture: autostrade, alberghi, grandi campi sportivi ed altro.

D. Come è orientata la politica estera?
R. Nel quadro dei cambiamenti avvenuti e in atto in Polonia dal raggiungimento dell’indipendenza rientra il consistente riorientamento della politica estera. Per la mia generazione questo fatto ha un significato e un rilievo storico perché, senza nessuno sparo, abbiamo raggiunto l’obiettivo per il quale una generazione di polacchi si è battuta e ha lottato per decine di anni. Se dal punto di vista culturale possiamo dire di non avere mai smesso di far parte dell’Occidente, oggi con la partecipazione alla Nato e all’Unione Europea siamo membri dei due principali organismi internazionali. Consideriamo questa nostra presenza una garanzia per la nostra sicurezza, ma anche un’occasione per svolgere, in questo mondo libero, un ruolo costruttivo.

D. Come vedete in prospettiva l’Unione Europea?
R. Il futuro dell’Unione Europea rappresenta anche il nostro futuro. Nel mondo di oggi la Polonia, come luogo geografico, deve basare la propria sicurezza sulla sicurezza collettiva, ma deve anche contribuire a questa. Bisogna ricordare che siamo un Paese di frontiera, il confine dell’Unione Europea. Inoltre si tratta del confine più lungo con i Paesi che non fanno parte dell’Unione, precisamente con la Federazione Russa, la Repubblica Bielorussa e l’Ucraina. Ma la Polonia non è interessata a chiudere l’Unione lungo la nostra frontiera orientale, ma punta a stabilire ancora più a oriente il confine, insomma ad allargare l’area di stabilità. Cerchiamo, in definitiva, di attuare una politica lungimirante, rivolta verso il futuro.

D. Quali sono le vostre esigenze e le vostre aspirazioni?
R. Ampliare l’area della democrazia, del governo delle leggi. Vogliamo assumere responsabilità in proporzione alla nostra dimensione e in base alle regole esistenti sin dagli inizi nell’Unione Europea. Una di queste regole è che tutti i membri hanno gli stessi diritti. Vorremmo accentuare il principio della solidarietà ad esempio sul problema della sicurezza energetica, la cui soluzione a lungo termine è la ristrutturazione delle fonti di approvvigionamento. La Polonia ha grandi risorse di carbone, il cui consumo è stato limitato alla fine degli anni 90 in favore del gas e del petrolio. Ma oggi esistono tecnologie che riducono di molto le emissioni di anidride carbonica, per cui potremmo ritornare al carbone.

D. In che modo?
R. La RWE, società tedesca proprietaria di centrali elettriche in Polonia, ha in programma la costruzione di altre alimentate dal carbone. In questo campo è possibile una collaborazione con l’Italia, che ha tecnologie d’avanguardia e che non avrebbe più bisogno di centrali nucleari; la Polonia non ne ha nessuna. In California è stata prodotta la prima auto a idrogeno, altra futura fonte di energia pulita. Comunque deciderà il mercato: o diminuirà il prezzo del gas e del petrolio o le fonti alternative elimineranno per sempre le centrali che li usano. Su questa e su altre questioni l’Unione Europea deve fissare la propria posizione. Ha ragione chi ha detto che oggi non si lotta più contro qualcuno ma contro i fenomeni come la fame nel mondo e i cambiamenti climatici; l’Unione Europea dovrebbe parlare con una voce sola e siamo pronti a collaborare all’elaborazione di una posizione univoca.

D. Qual’è la vostra posizione sul Trattato di Lisbona?
R. La Polonia l’ha ratificato e la procedura parlamentare è chiusa. Cosa succederà dopo il referendum che l’ha respinto in Irlanda è difficile dire, non dipenderà da un Paese semmai da un dibattito all’interno dell’Unione. Finché il Trattato di Lisbona non sarà ratificato da tutti i Paesi membri, resterà in vigore quello di Nizza.

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