QUELLO CHE OCCORRE
PER MANTENERE L'IDENTITÀ COOPERATIVA

di IVANO BARBERINI
presidente dell’Alleanza
Cooperativa Internazionale
e dell’Archivio Disarmo
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a crescente pressione provocata dai cambiamenti sociali, economici, normativi e tecnologici obbliga a ripensare i fattori fondamentali dell’impresa cooperativa e la sua stessa ragion d’essere. Il sentiero dello sviluppo cooperativo è tuttora disseminato di difficoltà e di ostacoli di vario genere. Nel mondo globalizzato, dove la sfida è sia economica sia culturale, l’impresa cooperativa non deve soltanto sopravvivere come «impresa» ma anche come «cooperativa». Sopravvivere come impresa significa dotarsi dei tre «capitali» necessari, finanziario, sociale e umano, in dimensioni adeguate e in modo sapientemente equilibrato.
Mantenere una solida identità distintiva significa mettere quotidianamente in pratica le regole cooperative, con intensità e coerenza. Le buone performance aziendali devono accompagnarsi con l’alta visibilità sociale, tenendo in mente che l’iniziativa mutualistica deve essere efficiente al pari di quella imprenditoriale. Sono sfide difficili, imposte dalla realtà, di fronte alle quali sorge talvolta l’interrogativo sull’idoneità della natura e della struttura delle cooperative ad affrontarle con successo. Alla domanda se si può dotare la cooperativa di risorse necessarie per competere e crescere, le risposte sono molto articolate. Alcuni hanno dato vita a nuove forme organizzative tra le quale le società finanziarie di controllo (holding cooperative); altri preferiscono trasformare la cooperativa in una società di tipo capitalistico, perdendone così le caratteristiche fondamentali, quindi l’identità, allo scopo di ottenere dei vantaggi giudicati preferibili.
Il processo di demutualizzazione trasforma l’istituzione cooperativa in impresa pubblica o in società controllata da fondi privati, o in società ordinaria. Il fenomeno è numericamente modesto ma non per questo privo della necessità di farne oggetto di ricerca e studio. A partire dagli anni 80 del secolo scorso, è cresciuto l’interesse di un significativo gruppo di studiosi stimolato da una serie di casi verificatesi in Australia, Nuova Zelanda, Sud Est Asiatico, Unione Europea, Nord America e Israele.
In Italia il fenomeno è rimasto molto limitato, in parte per la ferma volontà dei soci e dei dirigenti di mantenere l’identità cooperativa; ma anche la legislazione cooperativa ha rappresentato un deterrente rilevante. Essa prevede che, in caso di trasformazione della cooperativa in società di capitale, le sue riserve indivisibili siano interamente destinate al fondo mutualistico per la promozione cooperativa. L’Alleanza Cooperativa Internazionale ha di recente avviato una sistematica raccolta di fatti e ricerche per conoscere meglio le tendenze in atto e le possibili iniziative da intraprendere per preservare l’identità cooperativa.
Alcuni ricercatori ritengono che i fattori che spingono alcune cooperative ad avviarsi sulla strada che porta alla demutualizzazione siano esterni alla cooperativa. Fabio R. Chaddad (2003) sostiene che essa si verifica laddove la «deregulation» dei mercati, le innovazioni tecnologiche o agro-industriali hanno cambiato «le regole del gioco».
In uno studio sviluppato nel 2006, Michael J. A. Robb dimostra che «la trasformazione di cooperative in Australia è stata accelerata quando sono state promulgate leggi basate sulle solite giustificazioni: la trasformazione aprirà le vie di accesso ai capitali esterni e agevolerà l’espansione della nuova impresa e la sua capacità di competere in modo più efficiente con le altre imprese dello stesso settore». Per alcuni studiosi la demutualizzazione è conseguenza del fatto che l’economia di mercato minimizza la differenza tra le imprese cooperative e quelle di capitale.
La discussione è aperta anche sui livelli di efficienza delle due forme di impresa a confronto, cooperativa e capitalistica. Chaddad afferma che la trasformazione delle cooperative in società capitalistiche ne accresce l’efficienza e ne rimuove i limiti finanziari. Al contrario, tutte le ricerche fatte in Australia nel 1998, relative a un arco di 23 anni, hanno concluso che i risultati conseguiti dalle imprese cooperative sono stati decisamente migliori rispetto alle altre forme d’impresa. Molti studiosi sostengono che le cause interne alla cooperativa pesano quanto e più delle esterne.
Nella maggior parte dei casi la demutualizzazione risulta provocata da dirigenti della cooperativa e consulenti esterni, raramente dalla pressione dei soci. Ciò succede quando non ci si preoccupa sufficientemente del rispetto dei valori e dei principi cooperativi, considerandoli importanti solo sul piano storico e non nella realtà economica odierna. Altri fattori strutturali risiedono, secondo G. Cronan, nella riduzione o inesistenza di associazioni cooperative; nella mancanza o quasi di cultura cooperativa; nel basso livello di capacità manageriale e nella scarsa comprensione di cosa è una cooperativa; si aggiunge il mancato sostegno politico da parte delle Istituzioni alla ragion d’essere della cooperativa.
Al centro di queste ricerche e delle riflessioni conseguenti vi è la figura del socio. Secondo Daniel Cotè, la forma cooperativa rischia di degenerare quando il socio da individuo diviene figura anonima o smette di porre attenzione alla vita della sua società. Il progetto cooperativo ha molteplici dimensioni che includono il valore della persona e della comunità. I diritti dei soci devono sempre trovare piena corrispondenza nel modo di agire della cooperativa, affinché essi possano toccare con mano la specificità del rapporto e non soltanto apprezzare il confronto tra i prodotti, i servizi e i prezzi da essa offerti nei confronti dei concorrenti.
Se la cooperativa diviene una pura comunità di interessi la sua identità distintiva si indebolisce, con la conseguenza che l’intensità delle regole del mercato finisce per prevalere sull’intensità delle regole cooperative. È sempre bene chiedersi fin dove può essere spinto l’equilibrio cooperativo. Lo sviluppo (o il rafforzamento) delle società finanziarie di controllo può essere, in taluni casi, necessario, ma al tempo stesso creare squilibri e spingere la cooperativa verso un punto di rottura. Per alcuni questo punto può condurre a un nuovo modello cooperativo che ignora l’ideologia cooperativa e apre la strada alla de-mutualizzazione. Per mantenere o rinvigorire l’identità cooperativa occorre disegnare una governance incentrata sui valori cooperativi, capace di infondere senso e identità.
In questo rientra l’esigenza di meccanismi che limitino il potere della tecnostruttura, assicurino massima trasparenza nell’informazione, relazioni fluide tra base sociale e management, rafforzamento della struttura associativa, ricerca e gestione di una coerenza cooperativa costantemente rinnovata e di un nuovo paradigma cooperativo. A questi obiettivi dovrebbero ispirarsi le iniziative delle Istituzioni e dei cooperatori in un’armonia di intenti tesa a difendere non soltanto un patrimonio storico ma una risorsa necessaria per ricostruire una società solidale e un mercato libero, nel quale la competizione sia nei valori non meno che nei prezzi.
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