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LUCIO FRANCARIO:

CRACK CIRIO,
MASSIMA TUTELA
PER I RISPARMIATORI

a cura di
LUIGI LOCATELLI


Il prof. Lucio Francario,
commissario straordinario
del Gruppo Cirio



«Il nostro compito
di attivare le aziende
e metterle sul mercato
è pressoché concluso, ora stiamo elaborando
gli stati passivi
e i piani di riparto
per dare soddisfazione
ai creditori, permettendo
loro di entrare
in possesso di quanto
siamo riusciti
a ricostruire come
massa attiva; in questo
quadro dovranno trovare
tutela il più possibile
i risparmiatori»


ome natura crea Cirio conserva», era negli anni 50 il fortunato slogan pubblicitario delle conserve alimentari che dal 1867 l’impresa di Francesco Cirio produceva con il metodo della «appertizzazione», cioè mediante sterilizzazione. L’aveva elaborato migliorando gli esperimenti di Nicolas Appert per conservare in contenitori chiusi prodotti di origine vegetale, lasciando agli eredi, nel 1900, una clientela che andava da Liverpool a Sidney e l’industria Cirio Società Generale delle Conserve Alimentari, una delle maggiori d’Europa. Lo slogan delle conserve Cirio, in quegli anni era popolare in ogni categoria sociale al punto che sui muri del Paese per le elezioni del 1953 comparve un manifesto con la scritta «Come natura crea la Dc ti conserva. Cioè libero», e un grande Scudo crociato come firma.

Nel 1970 l’azienda viene ceduta alla SME, Società Meridionale Finanziaria del Gruppo Iri, passata, dopo la nazionalizzazione del settore avvenuta nel 1962, dall’industria elettrica a quella alimentare. Oltre alla Cirio, nel 1963 la SME controllava floride aziende come Alivar, Bertolli, De Rica, Generale Supermercati, Autogrill. È stata privatizzata tra il 1993 e il 1996, dopo il tentativo di Romano Prodi presidente dell’Iri nel 1985, di cederla alla Buitoni di Carlo De Benedetti per un valore ritenuto incongruo dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Nel 1994 la Cirio, la Bertolli e la De Rica vengono acquisite da Sergio Cragnotti per creare un colosso agroalimentare, cui si aggiungono la Centrale del Latte di Roma acquisita da Francesco Rutelli allora sindaco della capitale e, per 35 miliardi di lire, la società sportiva Lazio: era un forte complesso industriale.

Ben presto per i risparmiatori italiani si sono verificate tre sciagure successive: subito dopo il default dei bond argentini, quello delle obbligazioni Cirio di Cragnotti, seguito dal crollo della Parmalat di Calisto Tanzi. Vicende svoltesi per cause e con modalità differenti, ma identiche nelle conseguenze subite dai risparmiatori con la perdita del guadagno prospettato e della quasi totalità del denaro investito. I danneggiati - circa 40 mila quelli dal crac Parmalat, 35 mila circa quelli del default Cirio, meno numerose ma per importi assai maggiori le vittime dei bond argentini -, hanno subito in silenzio, quasi nell’indifferenza generale.

I bond del Governo argentino hanno suscitato una spinosa questione internazionale, sulla quale non c’è stato da discutere. Per il crac Parmalat sono in corso tre procedure giudiziarie con le modalità e i tempi usuali della giustizia italiana, mentre l’azienda è in ripresa grazie all’azione capace e tenace di Enrico Bondi. Sulla vicenda Cirio rare e scarse notizie sulla stampa, come se si trattasse di un affare di minore importanza: si è scritto di più sui riflessi per il futuro della squadra di calcio Lazio, lanciata a suo tempo nel campionato grazie agli organici sportivi gonfiati da Sergio Cragnotti, secondo il suo stile imprenditoriale, ma meno della costellazione societaria da lui costruita nell’agroalimentare, e delle sette emissioni di obbligazioni non rimborsate.

Ignorato l’intrico di clausole protettive che ancora oggi ne condizionano la definizione giuridica. «Bisogna tenere presente che all’interno del Gruppo Cirio esiste una galassia di società da decifrare, impegnativa non solo dal punto di vista professionale per i commissari straordinari incaricati della vicenda, ma purtroppo anche per i risparmiatori che hanno avuto la disavventura di incappare in operazioni di investimento di risparmio che sembravano attraenti e che si sono rivelate negative», spiega l’avvocato Lucio Francario.

Nato a Campobasso nel 1952 e laureato con il massimo dei voti alla Sapienza di Roma, l’avvocato Francario ha nel proprio ampio curriculum il ruolo di docente universitario di Istituzioni di Diritto Privato nell’Università di Macerata, nella Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Molise, di cui è stato anche direttore della Scuola per le professioni legali. È autore di molti saggi e opere scientifiche su temi di Diritto privato nonché di Diritto agrario, ambientale e dei consumatori. Dal 2001 al 2004 è stato presidente della Covip, Commissione di Vigilanza dei Fondi Pensione. Attualmente fa parte della terna di commissari straordinari incaricati di districare l’intricata matassa del Gruppo Cirio. Gli altri due sono Attilio Zimatore, avvocato civilista, docente e direttore del Dipartimento di Diritto privato all’Università Luiss di Roma, e Luigi Farenga, docente di Diritto commerciale nell’Università di Perugia.
Nelle vicende di insolvenze societarie, per l’attività di commissario di solito vengono nominati tre esperti, trattandosi di un compito impegnativo e dai molteplici aspetti che richiedono alte competenze nell’analisi delle composizioni societarie, finanziarie e legali, non sempre estranee alle cause della crisi. Nella vicenda Cirio, in particolare, la galassia societaria è ancora difficilmente definibile, soprattutto con decine di migliaia di risparmiatori danneggiati.

«Il numero esatto–spiega l’avv. Francario–, non è facile da definire anche perché, per scelta del Gruppo Cirio emittente delle obbligazioni, la rappresentanza degli obbligazionisti è stata affidata direttamente a un «trustee», una società fiduciaria di diritto inglese e con sede a Londra, la quale a sua volta regolava i rapporti con l’emittente. Il Tribunale fallimentare di Roma ha affrontato il tema della rappresentanza degli interessi degli obbligazionisti ma ha avuto poca scelta in quanto il regolamento del prestito affida tale rappresentanza al trustee. Ci troviamo di fronte a regole del gioco ineccepibili sotto il profilo formale, ma in contrasto con la realtà di quanto accaduto e con il tema della rappresentanza effettiva degli interessi dei risparmiatori. Noi sappiamo che oggi in sede legislativa c’è un’evoluzione; appare la possibilità di accordare un’azione collettiva a tutela dei consumatori e dei risparmiatori la cui fiducia sia stata tradita: sono stati indotti a sottoscrivere obbligazioni necessarie a coprire il fabbisogno finanziario di una impresa, rivelatesi poi prive delle caratteristiche annunciate».
Nel caso Cirio, aggiunge, «c’è sicuramente una grande divaricazione tra forma e sostanza. Formalmente si è trattato di operazioni non destinate ai risparmiatori, per le caratteristiche tecniche che facevano pensare alla collocazione dei titoli soltanto presso gli intermediari incaricati della raccolta del risparmio e non presso i risparmiatori finali. Di fatto il sistema di intermediazione ha scaricato sulla collettività dei risparmiatori queste collocazioni. Non parlo del sistema bancario nel suo complesso ma di alcuni soggetti particolari, di quegli istituti che si sono resi complici dell’impostazione di queste emissioni, rivelatesi una frode nei confronti dei risparmiatori».

Per gli azionisti della Cirio la crisi è cominciata il 3 novembre del 2002, quando il trustee di Londra dichiara formalmente il default della società per l’incapacità di provvedere, alla scadenza, al rimborso di un prestito obbligazionario del valore di 150 miliardi di lire. Pochi giorni dopo viene annunciato il cross default, ossia l’insolvenza complessivamente di sette emissioni Cirio, inevitabile «effetto domino» dopo la prima inadempienza. Nel gennaio 2003 le banche intervengono con un prestito-ponte di circa 25 milioni di euro per garantire l’operatività del Gruppo.
Negli stessi giorni Sergio Cragnotti lascia la presidenza della Lazio e della Cirio, pur rimanendo nel consiglio di amministrazione. Un mese dopo la Consob comunica i dati di fine 2002 della Cirio: ci sono perdite per 144 milioni di euro. L’indebitamento sfiora i 700 milioni di euro. Ma forse non è tutto. Un’associazione di consumatori chiede che venga dichiarato il fallimento della società. In giugno si muove la Procura della Repubblica di Roma. I tentativi di salvataggio con un piano di rinuncia all’86,5 per cento dell’investimento da parte dei risparmiatori, predisposto dagli advisor Livolsi e Rothschild, vengono respinti insieme all’ipotesi di un intervento del Gruppo finanziario turco Ciukurova, in accordo con Cragnotti.

In ottobre il Ministero delle Attività produttive rilascia il parere favorevole all’amministrazione straordinaria, con l’obiettivo della vendita delle società o del Gruppo nel tempo massimo di 15 mesi, oppure del risanamento al massimo entro due anni, mentre si allarga l’inchiesta giudiziaria. Per Sergio Cragnotti arriva una nuova ipotesi di reato: bancarotta fraudolenta reiterata; con lui sono iscritti nel registro degli indagati altri 23 manager. La Procura di Roma segue il filone della bancarotta nell’inchiesta sulla holding Cirio, mentre il reato di truffa per la mancata corresponsione dei bond è di competenza delle varie Procure con le denunce di 35 mila obbligazionisti.
Si susseguono interrogatori e nuovi provvedimenti, anche nei confronti di dirigenti legati al mondo bancario, per concorso in bancarotta fraudolenta e truffa. L’11 febbraio viene emessa un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Sergio Cragnotti, del figlio Andrea e del genero Filippo Fucile. L’imprenditore è arrestato a Montepulciano, nella sua tenuta Corte alla Flora. Agli arresti domiciliari finiscono manager e amministratori della Cirio.
Ma chi è il personaggio all’origine del fallimento di un rilevante complesso agroalimentare costruito con audaci acquisizioni ma provocando il caso Cirio? Cragnotti oggi ha 68 anni. È dotato di fantasia e di coraggio nelle nuove iniziative. Ragioniere, entra come contabile nella Bombrini Parodi Delfino e, dopo il noviziato, si trasferisce in Brasile maturando le prime esperienze nell’alta finanza. L’azienda in cui lavora viene acquisita da Serafino Ferruzzi, di cui diventa il rappresentante di fiducia nel Sudamerica. Conserva questo ruolo anche con Raul Gardini che, alla morte del fondatore, eredita la guida del Gruppo Ferruzzi, all’epoca forse il maggiore nel mondo nel settore agroalimentare.
Cragnotti rientra in Italia con il ruolo di amministratore delegato dell’Enimont, il complesso chimico nato dall’unione della Montedison, passata ai Ferruzzi, e dell’Eni. Erano in molti ad ammirarlo, sebbene il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia non vedesse di buon occhio le sue mosse, tanto da soprannominarlo «la fattucchiera»: sembra che, oltre all’audacia, disponga di una buona dose di fortuna. Acquisisce la brasiliana Bombril, mentre la Lazio conquista il secondo scudetto.

Domanda. Il default Cirio è stato possibile per una carenza di regole?
Risposta. Certamente è questo un caso grave, perché non si aspetta che l’intermediario - in questo caso alcuni istituti bancari -, sul quale il risparmiatore ripone fiducia, non rispetti le proprie funzioni. Ho svolto anche attività di vigilanza nel settore dell’intermediazione, e posso dire che oggi questi sistemi si basano molto sulla fiducia. La premessa è fare in modo che l’autoregolazione in qualche modo possa integrarsi con le regole: non possiamo pensare a un mercato interamente ingessato, perché non funzionerebbe. È difficile fissare un insieme di norme specifiche perché stenterebbero a seguire le variazioni socio-economiche dei mercati evoluti moderni. Uno dei meccanismi che può alleviare il compito del legislatore e del regolatore è quello di attribuire sempre più peso e responsabilità alla capacità di autoregolazione di quei soggetti che nel mercato svolgono un ruolo cui sono collegati in qualche modo una facoltà e un potere di determinare regole e condizioni.

D. Lei ha parlato di fiducia nei rapporti tra emittente e risparmiatore. Questo vuol dire, nel caso specifico, che determinati personaggi in determinati istituti bancari erano al corrente che alcune obbligazioni venivano immesse nel mercato sebbene l’impresa emittente non fosse in grado di coprirle alla cadenza?
R. Dirò di più. Quell’impresa aveva già manifestato segni di crisi. Probabilmente quelle emissioni costituivano un meccanismo diretto a drenare liquidità destinata a sistemare i conti con il sistema bancario. Tra la disponibilità finanziaria, la capitalizzazione e l’espansione del Gruppo a livello planetario esisteva una discrasia così forte e geograficamente composita che aveva bisogno di una capitalizzazione ben più adeguata di quella effettiva del Gruppo stesso. Sicuramente erano stati compiuti passi più lunghi della gamba. Il rapporto tra la disponibilità di capitali e le operazioni poste in essere era fallace, e non portava a governare bene i risultati; così il livello di indebitamento era di gran lunga superiore a quello consentito e si è attuato un maquillage finanziario e contabile che non è riuscito più a reggere l’impatto con la situazione.

D. Si sono verificati anche errori gestionali?
R. Certamente, ed hanno pesato dal punto di vista industriale. Alcune attività, per esempio, sono state completamente trascurate. Noi in questo momento stiamo curando la gestione della Cisinfood, un’azienda che abbiamo trovato in uno stato di pre-rottamazione. È la società che gestisce i bar e i ristoranti del 50 per cento degli Aeroporti di Roma, possedendo il 90 per cento dell’esercizio dell’aeroporto di Ciampino e circa il 50 per cento di quello di Fiumicino. Con una cura di rianimazione attuata già nel periodo di liquidazione da parte di una gestione commissariale che non può ricorrere al sistema bancario, è stata riportata a numeri positivi più che accettabili e oggi guadagna; è la dimostrazione che sarebbe bastata una maggiore attenzione nella gestione industriale per ottenere risultati positivi ed evitare il default.

D. Quali sono state le cause degli errori gestionali?
R. Ho l’idea che la vecchia configurazione operativa e l’attenzione verso la gestione delle singole unità industriali siano state sacrificate sull’altare di fantasmagoriche proiezioni alle quali non corrispondeva neppure una pianificazione chiara dei rapporti tra la capitalizzazione e le strategie. Si era generato un sistema assolutamente ingovernabile, che rivelava anche incapacità gestionali e imprenditoriali. Questo dipendeva sia dalle caratteristiche del personaggio Cragnotti, sia dalle carenti capacità del management. Un simile deficit gestionale non può che essere riferibile al «dominus» e insieme al management che all’epoca l’assisteva. Il risultato si è tradotto nelle cifre del fallimento. Noi stiamo ancora esaminando la lista dei passivi, parliamo di centinaia di milioni di euro.

D. Questo per i risparmiatori. E per i dipendenti?
R. Per quanto riguarda questi ultimi, la politica seguita dal collegio commissariale è stata accorta. Tutte le aziende ricollocate sul mercato hanno ottenuto il significativo risultato della preservazione degli impegni occupazionali in carico prima del default. C’erano molti stabilimenti in Italia e all’estero, specie in Sudamerica. Era una costellazione di società, alcune delle quali sono state raggiunte dall’amministrazione straordinaria, altre non sono state ancora ben individuate. C’è ancora da indagare nella parte alta di questo universo di decine di società correlate tra loro. L’indagine è connessa con i rinvii a giudizio per le responsabilità di carattere penale. Noi abbiamo l’onere di collaborare segnalando all’autorità giudiziaria ipotesi di reato ogniqualvolta le individuiamo negli studi che compiamo.

D. La vicenda Cirio ha preceduto quella della Parmalat, ma se ne parla poco e poco se ne sa. Perché?
R. C’è una minore evidenza rispetto alla Parlamat perché questa è una società quotata in Borsa che, grazie agli sforzi del manager Enrico Bondi, è riuscita ad acquisire una nuova dignità operativa e si pone da protagonista nello scenario economico e finanziario dell’Italia di oggi. La Cirio, inoltre, riscuoteva nel mondo finanziario minore interesse anche per la variegata molteplicità delle sue società e delle sue numerose sedi operative. Era aiutata in questo da un difetto di trasparenza che ancora oggi si riverbera sulla vicenda. C’era un’opacità intrinseca nella vicenda Cirio, corrispondente alla diversa visibilità di questo Gruppo rispetto alla Parmalat. Questo crea difficoltà anche nel rintracciare carte e relazioni intercorrenti tra i componenti di questa galassia.

D. Qual’è la vostra attuale attività?
R. Ci auguriamo che si faccia chiarezza in ogni modo. Il nostro compito principale è di attivare le aziende e metterle sul mercato. Questa attività è pressoché conclusa. Il marchio Cirio, ossia la parte italiana più importante, è stato rilevato da Conserve Italia (Confcooperative); un gruppo brasiliano ha rilevato le società di quel Paese. Sono state le operazioni maggiori. Rimangono da collocare la Cisinfood e uno stabilimento nel Napoletano. L’altro nostro compito è organizzare gli stati passivi e i piani di riparto per dare soddisfazione ai creditori, permettendo loro di entrare in possesso di quanto noi commissari siamo riusciti a ricostruire come massa attiva. In questo quadro dovranno trovare tutela il più possibile i risparmiatori, sia pure tramite il trustee inglese che dovrà liquidare la somma assegnata.

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