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Riforma elettorale:
si arriva ad elogiare
perfino la legge truffa

di VICTOR CIUFFA

a anni, ma soprattutto in quest’ultimo periodo, si sente parlare della necessità di una riforma elettorale, sempre con la motivazione di assicurare la governabilità. Come in una sequenza televisiva o cinematografica, si vedono sfilare rapidamente, una dopo l’altra, proposte di ogni tipo, spesso l’una opposta all’altra o, quanto meno, l’una diversa e inconciliabile con l’altra. Ne sono autori leader di partiti, parlamentari, editorialisti, opinion makers, soprattutto professori universitari. Sono qualche centinaio, se vi si comprendono i membri delle Segreterie e dei Direttivi dei partiti.

Talvolta le proposte avanzate sono tra le più peregrine e cervellotiche; tal’altra comprendono qualche parte ragionevole; alcune sono accettate da uno schieramento ma rifiutate da un altro; altre ancora sono copiate in tutto o in parte da soluzioni adottate in altri Paesi. Come se questi ultimi detenessero, in materia, la verità rivelata; come se i loro sistemi elettorali fossero perfetti; come se gli italiani fossero incompetenti, incapaci di ideare una formula adatta a se stessi; come se questo popolo fosse identico, quanto a storia, tradizioni, cultura, costume e tutto il resto, ad ogni altro.

Ad esempio ai tedeschi, visto che quello tedesco sembra il sistema elettorale più proposto, discusso e conosciuto da molti riformatori ed esperti. E tale dovrebbe essere per milioni di telespettatori, radioascoltatori, lettori di giornali. I quali invece, conoscono tutt’al più le lacune dell’attuale legge elettorale italiana, sia perché è stata varata da Silvio Berlusconi e dalla Casa della Libertà sia perché, avendo fatto perdere ai propri autori le prime elezioni cui essa è stata applicata, è in assoluto irriproponibile.

La massa degli italiani non conosce sicuramente il sistema elettorale tedesco, né tantomeno quelli di una cinquantina di Paesi più evoluti del mondo. Quelle poche decine di persone che si ritengono depositarie della scienza elettorale sanno che la massa non solo ignora perfino l’elementare metodo d’Hondt, ma non avverte neppure il desiderio di conoscerlo; desidererebbe solo eleggere, nel modo più rapido, meno complicato e meno costoso possibile, persone brave, oneste, competenti, possibilmente già collaudate, tipo il «signore della porta accanto».

Moltissime persone, pertanto, non comprendono perché i politici si affannino tanto nell’architettare metodi astrusi, difficili, complicati. Come quello escogitato per le elezioni del 1994, il cosiddetto Mattarellum; o come quello improvvidamente estratto nel 2006 dal cilindro da Berlusconi e dalla sua larga maggioranza di centrodestra: sistema che ha clamorosamente punito tante odierne fregole riformatrici. Politici ed esperti giustificano la ricerca delle formule astratte e artificiose con la necessità di assicurare la «governabilità». Ma che cosa significa questa parola? Che il Governo non deve cadere per tutta una legislatura? Che una maggioranza deve restare tale e non diventare, per la defezione di qualcuno, minoranza? Che i politici eletti in una consultazione popolare devono restare al potere a prescindere dal loro operato, anche se non tutelano gli interessi dei loro elettori, se sono inerti e inetti, se tradiscono la fiducia concessagli?

Non succede mai che gli eletti, scelti tra l’altro in liste compilate sempre da loro stessi, deludano speranze e aspettative e dimentichino quelle promesse e quei programmi proprio in base ai quali ottennero il voto? Certo che succede, anzi è quasi sempre così; e allora è un diritto degli elettori licenziarli in qualunque momento e in qualunque modo, sia pure con metodi democratici. Ed è giusto che all’interno di una maggioranza esista o si formi una minoranza che svolga un’azione di controllo, di rettifica, di stimolo.
I sostenitori della cosiddetta «governabilità» dovrebbero rispondere ad alcune domande. È sicuro che la durata di un Governo interessi molto alla massa degli elettori, talmente impegnati nelle loro occupazioni e nei loro problemi da pensare alla politica solo al momento delle votazioni? E che non preferiscano invece il sistema una volta vigente nella scuola: anziché al termine di un intero corso di studi, rilasciare la pagella agli alunni alla fine di ogni trimestre, spronandoli e inducendoli in tal modo ad impegnarsi e a studiare di più?

Oppure la governabilità interessa solo a chi governa e che pertanto desidera governare il più a lungo possibile? E casomai a chi ottiene da loro benefici e vantaggi che perderebbe in un rimescolamento di posti e di cariche? Che la governabilità interessi solo a queste categorie è dimostrato dalla ricerca spasmodica, prima delle elezioni, delle più spurie e assurde alleanze, anche se comportano il rischio proprio di governare poco e male dopo la vittoria, come è avvenuto appunto per il centrosinistra e per l’attuale Governo Prodi.
Assistiamo alle più sofisticate e strampalate elucubrazioni di sistemi e di espedienti diretti ad estromettere o, ancor prima, ad impedire l’accesso al Parlamento ad esponenti democraticamente eletti da porzioni sia pur piccole di popolo, ma comunque aventi diritto ad essere rappresentate in Parlamento: come l’introduzione di sbarramenti per chi ottiene meno del 5 per cento dei voti, e l’attribuzione dei seggi loro spettanti e quindi usurpati, a partiti che hanno riportato più voti. In gergo malavitoso azioni del genere si chiamano scippi. C’è di più: si vorrebbe addirittura impedire a uno o più parlamentari eletti in un partito di passare, nel corso di tutta la legislatura, in un altro gruppo parlamentare, costringendoli a stare in una prigione anziché in un libero Parlamento democratico.

Se è vero che governano la democrazia e non la dittatura, la legge e non la giungla, lo Stato e non l’anarchia, il popolo e non i poteri occulti, l’unico sistema elettorale democratico ed espressione del popolo è quello proporzionale puro senza sbarramenti. Tutti gli altri sono metodi definiti, oltre cinquant’anni fa, legge-truffa. Come quella, appunto, contro la quale gli italiani combatterono nel 1953, che lasciò sul campo anche varie vittime. E l’assurdo è che adesso si sente impunemente affermare da alcuni riformatori in stucchevoli dibattiti televisivi che l’unico sistema elettorale da adottare è proprio quello contenuto in quella legge: cioè una truffa.

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