Corsera Story
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L'opinione
del Corrierista

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aster, nuovo bluff post laurea: niente controlli e prezzi alle stelle»: con questo titolo a piena pagina lo scorso 8 novembre 2007 il quotidiano romano Il Messaggero ha «scoperchiato» una pentola bollente. Veramente la pentola era già scoperta, e da tanti anni, ma tutti facevano finta di non accorgersene, tanto più che il contenuto faceva comodo a tanti: ai politici finanziatori dei master, agli organizzatori, ai docenti, ai genitori degli studenti e a questi ultimi, ossia anche alle categorie - genitori e studenti - vittime della truffa. Truffa non è, in questo caso, una parola fuori luogo: l’ha adoperata pure Il Messaggero nell’occhiello di quel titolo: «Boom di iscritti in 5 anni: ora sono 37 mila. I corsi costano da 4 mila a 18 mila euro. Ma alcune proposte sconfinano nella truffa». E portava un esempio: «Sono finanziati dal pubblico per il 60 per cento corsi sul rugby e per sommelier».
Con l’attuale nuovo direttore, Roberto Napoletano, Il Messaggero ha ripreso a stare, in più occasioni, a fianco dei lettori e dei cittadini, piuttosto che degli amministratori che li governano. Negli ultimi tempi il quotidiano romano ha intrapreso, infatti, coraggiose battaglie - ad esempio quella contro il degrado del Centro storico di Roma -, pur tra condizionamenti politici imposti alla proprietà - il Gruppo Caltagirone - dall’obbligato assoggettamento alla politica urbanistica ed edilizia del Campidoglio, amministrato dal centrosinistra, delle altre società del Gruppo stesso operanti nell’edilizia.
Certamente gravano ancora sul Messaggero pesanti eredità del passato, in primo luogo l’acquiescenza pressoché totale, l’ospitalità e anche il plauso alle iniziative del Campidoglio nel settore dell’effimero, quindi dello spettacolo, della moda, della mondanità. C’è voluto un avvenimento tragico come l’assassinio di una giovane signora romana da parte di un immigrato rumeno per alzare il sipario, anche da parte del Messaggero, sulle 66 squallide, illegali baraccopoli sorte nelle periferie e in pieno Centro storico.
E pensare che l’eliminazione degli ultimi famigerati «borghetti» nati nell’immediato dopoguerra, popolati da famiglie romanissime e italianissime di sfollati, sfrattati, bombardati, poveri, emarginati, prostitute - Borghetto Flaminio, Borghetto Latino, il Mandrione ecc. -, fu compiuta, con l’assegnazione ai baraccati di case di «civile abitazione», nella seconda parte degli anni 70 proprio da una Giunta di sinistra, detta appunto la «Giunta rossa».
Possibile che l’attuale Amministrazione comunale di centrosinistra, ma anche quella provinciale dello stesso colore politico, non se ne sia mai accorta prima? Forse perché intenta a spendere risorse finanziarie dei cittadini in opere inutili e anzi pregiudizievoli per il patrimonio artistico, storico e culturale esistente, come il costosissimo e orrendo contenitore dell’Ara Pacis. Possibile che gli amministratori non fossero al corrente delle miserabili condizioni in cui vive una massa di immigrati, della paura diffusa tra i cittadini, dei numerosi quotidiani episodi di rapine, furti, scippi, molestie, estorsioni, stupri, risse, accoltellamenti, omicidi, commercio abusivo, contraffazione di marchi e altro?
Bisogna ammettere che lo sapevano benissimo, che le denunce anche pubbliche dei vigili urbani non soltanto sono state ignorate, ma che agli stessi è stato ordinato dal Campidoglio di non intervenire neppure in flagranza di reato, inserendo in tale ordinanza un grave illecito: l’istigazione a violare le leggi che impongono, invece, l’intervento obbligatorio delle Forze dell’ordine e della Polizia giudiziaria. Allora notti bianche, feste del cinema, sfilate di moda, inaugurazioni, mostre, pranzi, ricevimenti e balli sono serviti solo a spendere denaro pubblico, a finanziare lobbies politiche e amici di partito, a dare fumo negli occhi, a ingannare i giovani «borgatari», a divertire i salotti della grassa borghesia bottegaia romana.
Abbiamo parlato del Messaggero perché è il giornale romano per antonomasia, ma un approfondito esame va compiuto anche degli altri quotidiani che, editi in altre città, dedicano pagine alla cronaca romana; e in particolar modo del Corriere della Sera il cui Gruppo editoriale è interessato, a quanto appare da certi suoi articoli, a rilevare o comunque a partecipare al capitale di sostanziose aziende pubbliche romane come l’Acea, la cui maggioranza azionaria è ancora in mano al Comune di Roma.
La pentola dei master scoperchiata dal Messaggero interessa da vicino anche la categoria dei giornalisti, inflazionata da una massa di giovani che, attratti da questa professione, vengono irretiti e illusi dalla prospettiva di riuscirvi imboccando le scorciatoie costituite da corsi del genere. Il problema anima le discussioni all’interno della categoria, e coinvolge anche le iniziative apparentemente più serie e ufficiali come i corsi di laurea in Scienze della comunicazione.
C’è chi reputa la frequentazione di tali scuole ininfluente sulla vera formazione professionale; chi riconosce che tutt’al più esse possono assicurare una superficiale e approssimativa infarinatura culturale, comunque del tutto inadeguata al vero esercizio della professione; chi ritiene che i giovani di oggi siano già così aperti, preparati ed esperti da non aver bisogno di un reale praticantato in redazione; chi ha interesse allo svolgimento di tali corsi perché chiamato, magari, ad insegnarvi; e chi, del tutto ignaro e sprovveduto, attribuisce a tali sistemi proprietà miracolistiche.
Il risultato di tutto questo è, anche nel campo giornalistico, un’inflazione di corsi di laurea e di master dalla dubbia attendibilità sul piano della formazione e dell’inserimento professionale ma dal consistente costo finanziario a carico dei giovani, delle loro famiglie e spesso di tutti i contribuenti: perché alcuni di questi corsi sono finanziati anche da enti pubblici a beneficio esclusivo dei loro organizzatori e dei loro padrini politici.
In un momento in cui la categoria dei giornalisti è particolarmente penalizzata dal mancato rinnovo del contratto nazionale di lavoro, dalla disoccupazione e dall’altissimo numero di precari e aspiranti giornalisti, qualche sistema per bloccare la proliferazione di tali scuole c’è: nessun giornalista professionista dovrebbe insegnare più in tali corsi, e se questo non avverrà, i docenti in tali scuole dovrebbero essere esclusivamente giornalisti professionisti. Quantomeno si impedirebbe lo sfruttamento loro e degli studenti da parte di estranei.
(V. C.)
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