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ADEPP PREVIDENZA PRIVATA

ASSURDO DECRETO:
IL PRIVATO NON DEVE GESTIRE MEGLIO
DELLO STATO

di MAURIZIO DE TILLA
presidente dell’AdEPP,
Associazione degli Enti
previdenziali privati

 

 


È diffuso nel nostro Paese un sentimento di rassegnazione che fa accettare scelte anche predatorie che provengono dai criteri ispiratori della prassi di «mala gestio» della cosa pubblica e dalla volontà di allineamento sul basso di qualsiasi aspirazione tesa a dare corso a una svolta responsabile e produttiva di alcuni settori sociali ed economici del Paese. L’AdEPP e i rappresentanti delle Casse professionali non intendono però assumere un atteggiamento arrendevole e supino di fronte ai nuovi attacchi alla loro autonomia gestionale.
L’autonomia e la natura privata degli enti sono fondamentali in tema di strategia degli investimenti. Non si può nemmeno tentare un inizio di strategia produttiva se non si opera in un regime di autonomia privata. Il maggiore rischio è che, con l’attenuazione dell’autonomia, sia lo Stato a gestire il risparmio previdenziale privato. Ma forse nemmeno «a gestire» in quanto lo Stato finirà per pagare, con i contributi previdenziali dei professionisti, i propri debiti. La gestione dello Stato si presenta, comunque, pericolosa per ragioni di etica pubblica e di assenza di concorrenza.

Per aggiornare compiutamente le proiezioni attuariali delle Casse acquista, quindi, sempre maggiore pregio una buona gestione patrimoniale con i più forti rendimenti possibili nel rispetto dell’«asset allocation» e del profilo di rischio, deliberati dagli organi a ciò preposti. La strategia degli investimenti assume un valore fondamentale per assicurare buoni trattamenti previdenziali alle future generazioni e i tassi di sostituzione delle pensioni ricevono adeguato sostegno da un’accurata gestione dei contributi accumulati. Parte degli effetti positivi di una buona gestione possono riversarsi nel sistema della solidarietà endocategoriale e nel miglioramento dei trattamenti pensionistici. Una positiva gestione garantisce anche un incremento delle riserve legali ben al di là delle cinque annualità correnti.
Il conseguimento di maggiori attivi di bilancio può giovare, infine, in sede di rappresentazione all’Europa dei conti della nostra previdenza, nella finzione che quella dei professionisti possa rientrare nei flussi di cassa dello Stato. E che le Casse private abbiano dato fino ad oggi prova di saper gestire con efficacia le risorse accumulate con i contributi degli iscritti risulta con evidenza dagli attivi di bilancio che dal 1994 ad oggi hanno portato a raddoppiare e in taluni casi a triplicare i patrimoni degli Enti. Una salutare e virtuosa gestione dovuta principalmente alla prudenza e responsabilità sociale degli amministratori.

Solo una logica di rovesciamento dei valori può consentire atti di contrarietà allo sviluppo di un settore privato che si è rivelato positivo e virtuoso. Nell’analisi del contrasto si può evidenziare che a tale logica perversa va aggiunta quell’invidia sociale che costituisce purtroppo la principale motivazione di atteggiamenti politici di attacco alle professioni. E in questi attacchi figura la strategia politica di affossamento predatorio delle Casse professionali. Quel che ulteriormente indigna è che l’intervento pubblico sollecita, da un lato, una maggiore patrimonializzazione, e dimentica, dall’altro, che sta tassando il mondo della previdenza privata con un’imposizione fiscale illegittima, che realizza una vera e propria doppia tassazione bandita da tutti gli ordinamenti giuridici che si basano su regimi di equità fiscale.
La ciliegina sulla torta è data, infine, dal decreto in corso di emanazione che stabilisce che i rendimenti dei patrimoni delle Casse non possono superare, ai fini delle proiezioni attuariali, il rendimento reale del debito pubblico, che oggi è l’uno e mezzo per cento. La buona gestione delle Casse professionali non viene, quindi, presa in alcuna considerazione in quanto tutti i privati devono fare, al massimo, come fa lo Stato. Nemmeno nei Paesi a regime dittatoriale si è pensata una panzana di questo alto grado di stupidità.

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