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GIANFRANCO CAPRIOLI:

COSÌ ASSISTIAMO
LE IMPRESE
ITALIANE ALL’ESTERO

a cura di
SERENA PURARELLI

Gianfranco Caprioli, direttore
generale per la promozione
degli Scambi del Ministero
per il Commercio internazionale



«Nuovi Paesi
e nuovi prodotti
si affacciano ogni
giorno sull’arena
mondiale in maniera
estremamente
competitiva, per cui
alle azioni di sostegno
all’esportazione occorre
sostituire una più vasta
internazionalizzazione
delle imprese; perciò
oltre agli accordi
di programma abbiamo lanciato quelli di settore
con le associazioni
di categoria»


el corso della mia carriera sono stato assegnato a settori assai diversi tra loro e questo mi ha consentito di acquisire competenze che andavano oltre la mia preparazione. Penso alla preziosa esperienza, per me, laureato in Economia, presso l’Ufficio legislativo, vissuta all’epoca dell’importante riforma valutaria che a metà degli anni 80 dette il via a un processo di trasformazione non ancora concluso». Le parole di Gianfranco Caprioli, direttore generale per la Promozione degli Scambi del Ministero per il Commercio Internazionale, sintetizzano la sua carriera professionale e le vicende dell’Amministrazione in cui entrò, tanti anni fa, come giovane funzionario. Una storia misconosciuta e negli ultimi anni travagliata, quella del Ministero istituito nel febbraio 1946 con il primo Governo De Gasperi, l’ultimo del Regno. Le competenze in materia di politica commerciale e valutaria del neonato Ministero per il Commercio Estero ricalcavano quelle del Ministero Scambi e Valute, istituito nel 1937 e soppresso il 2 giugno 1944. Al primo titolare Ugo la Malfa succedono personaggi come Cesare Merzagora ed Emilio Colombo, o come il futuro governatore della Banca d’Italia Guido Carli.

Il Ministero acquista nuova importanza negli anni 70 con il ministro Rinaldo Ossola, anch’egli proveniente dalla Banca d’Italia, e al cui nome è legata la legge 227 del 1977 sul finanziamento e l’assicurazione dei crediti all’esportazione che fornisce nuovo slancio a merci e servizi italiani all’estero. I mutamenti nello scenario internazionale degli anni 80, dagli accordi di Maastricht alla caduta del Muro di Berlino, danno il via a una rivoluzione silenziosa. Con la riduzione prima e la scomparsa di dazi, contingenti all’importazione, vincoli valutari, si trasforma radicalmente il ruolo del Ministero, che vive alterne vicende anche nella sua collocazione istituzionale. Accorpamenti e scorpori caratterizzano gli anni 90 e 2000 nel corso dei quali le deleghe vengono affidate a viceministri o sottosegretari fino alla nomina del ministro Emma Bonino e alla nuova denominazione di Ministero per il Commercio Internazionale, con la quale si registra finalmente la separazione tra competenze comunitarie e non.

Domanda. Dall’organigramma del Ministero sono scomparse le Direzioni generali Accordi commerciali, Valute e Import-Export, un tempo protagoniste della politica commerciale e valutaria. La Direzione per la Promozione degli Scambi, un tempo cenerentola del Ministero, ha allargato il raggio di azione. Come si spiega questa evoluzione?
Risposta. Occorre riflettere sul passato, che ho vissuto personalmente per dieci anni all’import-export e contemporaneamente all’Ufficio legislativo, seguendo il diritto comunitario. Sulla carta la Direzione è rimasta la stessa ma nella realtà c’è stata una profonda rivoluzione. Nel 1998 l’accorpamento con il Ministero degli Esteri sembrava certo e solo il succedersi di cambi di Governo ha impedito di completare l’iter, determinando la mia nomina nel 2000. Al mio arrivo il Ministero viveva una fase di mortificazione anche perché molte competenze nazionali erano state innalzate a livello internazionale. Lo sviluppo dell’Unione Europea aveva reso la politica commerciale di esclusiva competenza della Commissione, e il passaggio dal Gatt al Wto aveva reso multilaterali altre competenze un tempo esercitate a livello bilaterale. Di qui la riduzione di peso della Direzione Accordi commerciali anche se oggi occorrerebbe riflettere sulle conseguenze della crisi in atto nel Wto; mentre vediamo riemergere gli accordi bilaterali. A questo si è sommata, nell’aprile 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione che ha riconosciuto la competenza delle Regioni in materia di commercio estero, in un quadro di legislazione concorrente. Nello scenario permaneva il grande peso del Ministero degli Esteri con il suo obiettivo di assorbimento per migliorare la destinazione di risorse limitate e assicurare una visione unitaria dei problemi, in particolare di quelli di proiezione internazionale. Anche l’Ice aveva avuto una fase di peso crescente, avendo gestito direttamente i fondi per il Programma promozionale, mentre il Ministero esercitava timidamente le funzioni di vigilanza ma avvalendosi di personale la cui età media si avvicina ormai sui 50 anni, perché da 20 non si fanno concorsi. In questa polverizzazione dei centri di potere, che vede presenti anche Camere di Commercio, associazioni di categoria nazionali e organismi internazionali, l’unica strada percorribile è la rete. Non essendo ancora pienamente metabolizzata la fase di globalizzazione, ci è parso coerente cercare di costruire una rete che arrivasse nel territorio per raccoglierne le esigenze e proiettarle all’estero sulla base di una conoscenza più approfondita. In questa ottica da sei anni abbiamo lanciato gli accordi di programma con le Regioni.

D. In che cosa consistono?
R. Il Ministero, con l’Ice in funzione operativa, firma gli accordi con cui si stabiliscono annualmente i programmi promozionali congiunti, finanziati al 50 per cento. Gli accordi del 2007 prevedono la promozione all’estero anche di settori innovativi, quali le bio e le nanotecnologie e la nautica, in cui l’Italia ha punti di vantaggio. Dal 2005 abbiamo anche lanciato programmi per l’imprenditoria femminile e le imprese cooperative. Alla fine di novembre a Buenos Aires si è svolta la fiera Empresas Recuperatas, la prima organizzata con le confederazioni del mondo cooperativo per prestare assistenza alle imprese fallite all’epoca della crisi dei bond, recuperate sotto forma di cooperativa. Un modo per sfruttare i collegamenti con le imprese più piccole, tenendo conto che è questo il target su cui operiamo, anche attraverso il rapporto privilegiato con le Regioni che altrimenti avrebbero continuato a muoversi da sole. Ma globalizzazione significa nuovi Paesi e nuovi prodotti che ogni giorno si affacciano sull’arena mondiale in maniera estremamente competitiva, e nel cortile di casa nostra. Alle azioni di sostegno all’esportazione occorre perciò sostituire una più vasta politica di internazionalizzazione, e poiché riteniamo che i protagonisti di questo processo debbano essere le imprese, accanto agli accordi di programma abbiamo lanciato gli accordi di settore con le associazioni di categoria. Arrivare il più vicino possibile alle imprese significa conoscere direttamente le specificità del settore, la dimensione delle imprese che lo compongono. Vendere scarpe non pone gli stessi problemi delle piastrelle o dei macchinari, e un’impresa di dieci dipendenti ha un diverso grado di internazionalizzazione secondo il settore in cui opera. Un’impresa informatica, anche se piccola, è per sua natura internazionalizzata e imprese analoghe possono avere esigenze diverse secondo le esperienze che ognuna ha fatto.

D. Come si concretizza il collegamento con le associazioni di categoria?
R. Ogni anno si predispongono presso l’Ice i progetti da cofinanziare al 50 per cento, con una reale compartecipazione pubblico-privato. Il privato sborsa un euro solo se è convinto di ricavarne un vantaggio, e questo ci aiuta a trovare la destinazione migliore e a scegliere le iniziative più valide per ciascun settore. Intendiamo mettere a fuoco ancora meglio l’iniziativa sulla base dei primi risultati all’inizio del prossimo anno, come abbiamo già fatto per gli accordi di programma. Abbiamo stretto accordi anche con le Camere di commercio italiane e italiane all’estero, partendo dal principio di non concedere più contributi solo in base allo status di Consorzio all’export, di associazione o di Camera di commercio, come un tempo. Gli interventi pubblici sono dati solo in cofinanziamento e anche in caso di erogazioni a fondo perduto deve esserci una compartecipazione alle responsabilità, alle scelte e alla verifica dei risultati. Siamo concentrati sulle piccole e medie imprese perché l’obiettivo è accrescere il grado di internazionalizzazione dell’economia, e le grandi imprese lo sono già. Occorrono anche interventi che non dipendono da noi, in primo luogo l’adeguamento delle infrastrutture per accrescere la mobilità di persone e di beni ai fini della crescita economica; ma per individuare i bisogni delle imprese che intendano affrontare i mercati esteri occorre conoscere l’universo degli esportatori, circa 200 mila, con un 93,5 per cento di piccole e medie imprese. E ancor più significativo è che il 60 per cento di queste conta meno di 50 dipendenti.

D. In concreto, di cosa hanno bisogno?
R. Innanzitutto di qualità dei servizi. Di qui l’esigenza di accompagnare le imprese sui mercati esteri, lasciando intatta la distinzione di ruoli, perché il rischio imprenditoriale deve sempre essere delle imprese. Non ci si può limitare a indicare le cose da fare, occorre dare soluzioni ai problemi, indicazioni per superare le difficoltà. Per questo riteniamo essenziale favorire aggregazioni di imprese anche in forme flessibili, cui abbiamo destinato, in accordo con l’Ice, una parte del programma promozionale. Se si mettono insieme almeno 5 imprese offriamo il 75 per cento delle spese per lo studio di fattibilità di investimenti congiunti all’estero, ad esempio show room collettive o centri servizi o centri di assistenza tecnica. Si tratta di lavorare in maniera più dinamica, unendosi anche in un’associazione temporanea per ripartire i costi. Cerchiamo di ricreare all’estero non solo la rete di relazioni, compito principale delle ambasciate, ma anche le forme di insediamento che hanno permesso in patria lo sviluppo di piccole e medie imprese. Rendere domestico anche il mercato estero è il primo obiettivo che ci siamo posti con queste aggregazioni anche temporanee. Il superamento dell’handicap dimensionale rappresenta l’altro impegno che ogni impresa deve affrontare perché il piccolo è divenuto assolutamente inadeguato ai mercati che si sono allargati.

D. Come pensate di attuarlo?
R. Con l’informatica, le moderne tecnologie, la telematica. La capacità di accesso alle informazioni, un tempo riservata alle imprese medio-grandi, è oggi possibile anche alle piccole e piccolissime, anche se le varie forme di accesso a tecnologie, satelliti, blog, mail, rappresentano solo un primo passo per l’impresa che voglia presentarsi come tecnologica. Il secondo passo consiste nella capacità di usare queste informazioni per gli obiettivi aziendali, per diventare più competitivi. Si è tecnologici e si accrescono le facoltà operative solo se questi strumenti diventano aziendali, se l’impiegata al computer è in grado di collegarsi quotidianamente con clienti, fornitori e fonti di informazione. La nostra azione di incentivazione di ogni forma di aggregazione impegna anche le Università cui abbiamo chiesto di coinvolgere le imprese italiane nei loro rapporti con gli omologhi esteri, non solo per scambio di borse di studio ma anche per sviluppare brevetti, fare joint ventures o start up. Finanziamo il 75 per cento delle spese relative agli studi di fattibilità connessi alla realizzazione di questi progetti. Dunque aggregazione, condivisione dei costi di presenza all’estero, acquisizione di conoscenze, ampliamento delle capacità per cui anche la piccola impresa, attraverso le tecnologie può agire da grande. Oggi non è più necessario spostarsi continuamente, si può comunicare con il mondo seduti alla consolle. Di nuovo però affiora l’esigenza di una valida formazione, della centralità della risorsa umana. È su questo che a mio parere occorre ancora giocare per la crescita e il recupero di competitività del nostro Paese. Questa in linea di massima la visione del lavoro della Direzione che è articolata in quattro divisioni geografiche, più una di carattere generale cui compete la gestione degli strumenti diretti di incentivazione, complementari a quelli svolti dall’Ice e direttamente correlati all’incentivo all’internazionalizzazione. Nulla è fermo in una visione dinamica improntata anche al principio di non obbligare le imprese a presentare nessun foglio di carta in più, oltre alla loro attività quotidiana. Un’opera di snellimento incentivata dalla mancanza di risorse che si avvale sempre più della via elettronica.

D. Negli ultimi anni il Ministero ha mutato più volte denominazione; quale il peso della politica sulle sue attività?
R. C’è stata un’evoluzione di carattere generale e le missioni all’estero del Ministro del Commercio Internazionale e dei sottosegretari hanno avuto un grande rilancio, con risalto sia mediatico che di risultati economici. Questo ha reso necessario sviluppare l’attività di staff della direzione, oggi in gran parte volta ad organizzare, a predisporre appunti e relazioni, a fornire informazioni utili a queste missioni che vedono sempre Ministero, Confindustria, Ice e Abi operare congiuntamente per favorire i contatti all’estero, in una cornice promozionale spesso accresciuta anche dalla presenza istituzionale del presidente del Consiglio, del ministro e del presidente della Confindustria Luca di Montezemolo. Il successo di queste iniziative non ci fa dimenticare la necessità di operare con tutte le altre associazioni, Confapi, Confederazione della piccola e media industria, Confartigianato e Cna, per tener conto anche delle piccole imprese artigiane. Perché non esistono soluzioni semplici e lo sforzo consiste proprio nel gestire questa complessità. A tal fine abbiamo sollecitato il mondo cooperativo a seguirci nella costruzione di questa rete internazionale. Il ministro ha anche dato grande impulso alla rete tra imprenditrici. Dal 2004 accanto al programma ordinario realizzato dall’Ice, che prevede circa 600 iniziative, gestiamo una campagna straordinaria di promozione del made in Italy che ci permette di rivolgere a un numero limitato di Paesi eventi straordinari per mantenere alta l’immagine del nostro Paese, basata essenzialmente sulla capacità di attrazione esercitata dai nostri prodotti.

D. Come contrastare il fenomeno della contraffazione?
R. La sostituzione nei mercati dei nostri prodotti, che si collocano in una fascia alta e medio-alta con prodotti che non danno la stessa garanzia di qualità costituisce un inganno per il consumatore e un danno per il produttore. Abbiamo appena costituito 14 desk all’estero, in Cina, India, Russia, Stati Uniti, con il compito di combattere la contraffazione di prodotti italiani. In sede comunitaria da tempo il Ministero sollecita l’approvazione di un regolamento denominato Made In, per rendere obbligatoria per tutti i prodotti provenienti dall’estero l’indicazione del Paese di origine, come avviene negli Stati Uniti o in Giappone. La garanzia del luogo di produzione vale soprattutto per il consumatore, che viene messo nella condizione di decidere, in base a valutazioni di qualità, sicurezza, igiene e prezzo, se acquistare un prodotto italiano fabbricato in Cina o in Indonesia anziché a Biella o a Prato.

D. Come impedire di apporre l’etichetta made in Italy su prodotti esteri?
R. A meno che non si tratti di reimportazione, il prodotto che viene dall’estero non potrà essere contrassegnato made in Italy. È stato importante, dopo una lunga gestazione dovuta a lungaggini burocratiche, l’avvio, lo scorso novembre, dei primi due desk di Seul e di Taipei. Gli altri partiranno via via che arriveranno autorizzazioni dei Paesi ospitanti. Il ministro Bonino ha già firmato i decreti di incarico per i responsabili, provenienti in maggioranza dall’Ice, per la specifica competenza nell’assistenza alle imprese. Questi uffici, appoggiati alle strutture locali dell’Ice, costituiranno un segnale politico per i Paesi ospitanti e uno strumento per far conoscere alle nostre imprese la necessità di registrare brevetti e marchi. Difendersi in sede giudiziaria in caso di controversie può essere più facile se esiste una registrazione. Cerchiamo di stipulare accordi con le autorità per far capire l’importanza del riconoscimento della proprietà intellettuale e industriale.

D. Come si spiega la nuova rilevanza degli accordi bilaterali?
R. La crisi che attraversa il multilateralismo ha spinto molti Paesi, tra cui gli Usa e la Commissione Europea, a non fermarsi a ricercare contatti bilaterali per stipulare accordi che rimuovessero gli ostacoli al commercio internazionale. Questo ha favorito ad esempio lo sviluppo di rapporti e accordi tra Commissione europea e America Latina, Messico, Paesi del Golfo. Vorrei anche richiamare l’attenzione sulla necessità di un innalzamento qualitativo e di efficacia della capacità del nostro Paese di attrarre investimenti esteri. Perché la competitività si gioca anche sulla capacità di chiamare investitori esteri.

D. Tra i settori innovativi non occorre puntare anche sulla logistica?
R. La logistica è alla nostra attenzione da tempo. Da sei o sette anni con l’Ice abbiamo avviato iniziative all’estero e fiere di settore, e sono già otto gli accordi stipulati con le associazioni di categoria della logistica. Non tutte sono ugualmente operative, perché vi sono problemi di rappresentatività non ancora risolti, ma testimoniano la consapevolezza che la natura delle nostre imprese esportatrici o internazionalizzate richiede non solo l’accompagnamento di cui parlavo prima, ma anche di poter contare su servizi logistici efficienti. Il piccolo imprenditore è concentrato nella produzione del bene e non può passare una settimana a fare fiere o convegni. La sua competitività finisce ai cancelli della fabbrica e da quel punto in poi occorre che altri si occupino di marketing, assicurazioni, noli. Senza contare la rilevanza determinante della logistica ai fini dell’attrazione di investimenti esteri, anche se i fattori di produzione sono alti. Si va in un Paese solo se ci sono strutture logistiche efficienti che permettano di operare con rapidità e con efficienza.

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