A FINE SECOLO
GLI ITALIANI SARANNO
RIDOTTI A SOLO
8 MILIONI

di IVANO BARBERINI
presidente dell’Alleanza
Cooperativa Internazionale
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a demografia è essenziale per comprendere la forma che ha assunto la globalizzazione. I cambiamenti nella popolazione trascinano inevitabilmente i cambiamenti sociali. L’invecchiamento della popolazione, i flussi migratori, le contaminazioni culturali incidono sulla convivenza civile, sugli stili e le condizioni di vita, sulla sicurezza, sulla disponibilità delle risorse naturali, sulla struttura dei consumi, sui livelli di povertà, sui modelli di sviluppo ed altro.
I cambiamenti demografici, nei prossimi 20-50 anni, potranno avere effetti drammatici sulla vita delle imprese. È quanto sostiene Jeremy Courdi nel libro «Business Strategy» edito dall’Economist, attribuendolo soprattutto al calo della popolazione mondiale, da lui ritenuta molto probabile. Una significativa riduzione del numero degli abitanti, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, è destinata a colpire la dimensione dinamica dei mercati, il valore di molte risorse chiave e, di conseguenza, incide sulle scelte imprenditoriali di breve e di lungo periodo.
La stima di Courdi, almeno per quanto riguarda la tendenza della popolazione globale, si differenzia notevolmente da quelle normalmente accreditate e che suscitano paure e preoccupazioni altrettanto rilevanti ma di segno opposto. Negli ultimi 50 anni la popolazione mondiale è cresciuta a livelli esponenziali. Nonostante che il tasso annuo di crescita sia sceso all’1,2 per cento nel periodo 2002-2005, e si preveda che scenda allo 0,38 per cento negli anni 2045-2050, in termini assoluti gli abitanti del pianeta aumenteranno significativamente.
Nel 2025 la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli 8 miliardi di abitanti e superare i 9,2 miliardi nel 2050. Attualmente nei Paesi meno sviluppati la popolazione cresce a un ritmo cinque volte superiore a quello dei Paesi sviluppati. Su 223 persone che nascono ogni minuto, 173 appartengono ai 122 Paesi del Terzo Mondo. In Africa, in una trentina di anni la popolazione è quasi raddoppiata, passando da 352 milioni di abitanti del 1970 a 627 milioni nel 1998 e a 688 milioni nel 2002. Entro il 2030 potrebbe verificarsi di nuovo il raddoppio, portando il totale a un miliardo e 300 milioni.
All’interno di questi dati vi sono fenomeni in costante trasformazione. Il tasso di natalità è diminuito e si attende che scenda ulteriormente nei Paesi in via di sviluppo, mentre dovrebbe rimanere abbastanza costante nei Paesi sviluppati, in generale già notevolmente basso. Nello stesso tempo il tasso di mortalità è ritenuto sostanzialmente stazionario. La popolazione femminile rimane in numero superiore a quella maschile, per effetto di una sua maggiore longevità.
Nell’ultimo decennio, l’età media di quanti vivono nei Paesi sviluppati si è ulteriormente differenziata rispetto a chi vive in quelli in via di sviluppo. Tuttavia, anche in questi ultimi, si stima che il numero dei sessantenni supererà quello dell’età compresa tra i 12 e i 24 anni entro il 2045, con un ritardo di una cinquantina di anni rispetto a quanto avvenuto nei Paesi sviluppati. L’inurbamento continua con dimensioni e ritmi sempre più imponenti. La previsione di crescita della popolazione urbana mondiale è pari all’1,8 per cento annuo nel periodo 2005-2030: il doppio della crescita della popolazione globale. Secondo questa stima, il numero degli abitanti delle aree urbane passerà da 3 miliardi a 5 miliardi, vale a dire oltre il 62 per cento dell’intera popolazione.
Le persone continueranno a spostarsi da un Paese all’altro. Nel periodo 1990-2000 l’emigrazione verso le regioni più sviluppate del pianeta è stata pari annualmente a circa 2,6 milioni di individui. È molto probabile che questa cifra sia ampiamente superata nei prossimi anni. Se gli «Obiettivi del Millennio», fissati dall’Onu, che prevedono il dimezzamento della povertà estrema, la riduzione delle malattie endemiche e la soluzione di altri importanti problemi sociali, non dovessero essere raggiunti, la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi fino ad andare fuori controllo in molte questioni, compresi i flussi migratori. Ciò è tanto più vero se le previsioni di Courdi risultassero fondate e si confermasse il calo della popolazione, soprattutto nei Paesi sviluppati.
Per evitare questa prospettiva, ogni donna dovrebbe avere 2,1 bambini: un bimbo per genitore, più un extra dello 0,1 per mettere nel conto le donne che muoiono giovani oppure non sono fertili, o altre che non vogliono avere dei bambini. Questo è il cosiddetto «livello di sostituzione». La tendenza non pare essere questa. Il «New Scientist» ha scritto che «entro due generazioni i 4 quinti delle donne, a livello mondiale, avranno due bambini o meno».
Attualmente più di 60 Paesi, comprese Cina, Germania, Grecia, Giappone, Corea, Russia, Spagna e Stati Uniti, così come molti Paesi dell’Est europeo e dei Caraibi, hanno un tasso di fertilità sotto quel livello. È una tendenza destinata a radicarsi sempre più e ad estendersi ad altri Paesi. Ni prossimi 20 anni i tassi di fertilità di Brasile, India, Indonesia, Iran, Messico, Sri Lanka, Thailandia e Turchia scenderanno anch’essi al di sotto del livello di sostituzione. I problemi più seri riguardano l’Europa. Il tasso di sostituzione dell’Inghilterra è dell’1,7; quello dell’Italia appena dell’1,2.
Sulla base dei dati attuali, entro il 2100 la popolazione italiana calerà da 56 milioni a 8 milioni (-90 per cento); la Germania scenderà da 80 milioni di abitanti a 12 milioni (-85) e la Spagna da 39 milioni a 6,6 milioni (-83 per cento). Si tratta di proiezioni statistiche che potranno essere smentite solo da una ripresa del tasso di fertilità ai livelli necessari per la sostituzione. Se questo non avvenisse, si verificherebbe in meno di un secolo, un cambiamento radicale nella composizione sociale dei Paesi europei con l’assoluta minoranza dei nativi rispetto alle popolazioni immigrate da altre parti del mondo.
Questo scenario inciderà inevitabilmente sull’economia, sulla vita delle persone e delle organizzazioni. Lo sviluppo tecnologico che ha trasformato il XX secolo continuerà. Tuttavia alcuni mercati e industrie si ridurranno e altri si espanderanno. Questa situazione avrà effetti in molti settori, dall’assistenza sanitaria all’agricoltura. Le donne avranno un ruolo crescente a tutti i livelli delle organizzazioni, soprattutto se si avvererà la previsione di un basso numero di figli. Infine è evidente già ora che un rapporto squilibrato tra lavoratori occupati e pensionati esige l’innalzamento dell’età pensionabile. La conseguenza di questi scenari è il ricorso all’immigrazione, se non si vuole deprimere l’economia e fare i lavori che devono essere fatti.
Sono processi difficili che vanno governati con attenzione sia a breve che a lungo termine e con l’assunzione di adeguate politiche della famiglia e dell’immigrazione. È soprattutto questo che manca nella società e nell’azione politica odierna. Non c’è futuro se non matura una visione comune di dove va il mondo e delle contraddizioni che esso obbliga a gestire con consapevolezza e serietà.
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