La carica dei 103
Risultati, speranze, proposte per la previdenza dei liberi professionisti
A convegno i rappresentanti
di 80 mila tra periti industriali,
attuari, chimici,
agronomi e forestali,
infermieri, biologi, psicologi,
per il Decennale
delle loro Casse di previdenza
la parola direttamente ai cinque presidenti
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Roma il 18 e 19 ottobre 2006 significatico appuntamento per gli Enti di previdenza «giovani». Quest’anno compiono infatti dieci anni cinque Casse: l'Eppi, l'Epap, l'Enpapi, l'Enpab e l'Enpap. Quali categorie professionali sono collegate a queste sigle? In ordine: i periti industriali; la cosiddetta pluricategoriale che accorpa gli attuari, i chimici, gli agronomi e forestali e i geologi; gli infermieri; i biologi; gli psicologi. I cinque Enti si occupano della previdenza e dell'assistenza di un folto esercito di professionisti che ammonta complessivamente a circa ottantamila unità. In occasione appunto del loro Decennale, hanno lanciato un’iniziativa all'insegna dei tre «come»: come eravamo, cosa saremo, cosa faremo.
Prima di tutto, «come eravamo» per riflettere su che cosa è stata l'esperienza della previdenza di «nuova generazione», cioè un welfare a favore di una platea di iscritti gestito con il nuovo metodo contributivo: risultati, punti forti e difficoltà. In secondo luogo, il «come saremo» per lanciare delle proposte per l'immediato futuro. Il mondo politico è invitato per dare delle risposte alle richieste dei cinque Enti e il mondo tecnico è invitato per sostenere le richieste con dati analitici e con prospettive. Infine il «cosa faremo» è legato proprio all'ascolto che il mondo della politica saprà dare alle richieste dei professionisti sulla necessità di riconoscere la piena autonomia dei cinque Enti che gestiscono la loro previdenza. E autonomia significa libertà all'iniziativa che porti bilanci stabili e pensioni adeguate. Per capire la portata complessiva delle proposte, diamo la parola direttamente ai cinque presidenti.
UN DECENNALE
PER RIPARTIRE
Intervista con Giuseppe Jogna
Giuseppe Jogna, presidente dell’Ente di Previdenza
dei Periti Industriali
Giuseppe Jogna guida l’Ente di Previdenza dei Periti Industriali, l’organismo che si occupa di assicurare la previdenza agli iscritti: pensioni, ma anche forme di assistenza. La sua platea conta quasi 14 mila contribuenti.
La vostra è una forma di previdenza obbligatoria?
Ovviamente. Siamo alternativi all’Inps naturalmente per legge, vale a dire da quando è stata varata la riforma Dini nel 1995 e da quando è entrato in vigore il decreto applicativo n. 103. In seguito al varo di quest’ultimo i giornali ci hanno battezzato «gli Enti del 103».
Voi, insieme a chi?
A infermieri, biologi, psicologi e a un ente pluricategoriale che assicura la pensione a chimici, geologi, agronomi e forestali e agli attuari.
Vi piace definirvi la «previdenza di nuova generazione»?
Sì, a me personalmente piace perché la legge Dini ha rappresentato veramente uno spartiacque. Ha dato una previdenza a categorie che ne avevano diritto da anni, ha lanciato un sistema di calcolo meno generoso ma decisivo per la saldezza dei bilanci e ha sancito il principio della libera scelta: si può andare in pensione quando e con quanto si ritiene più opportuno, fatti salvi ovviamente alcuni limiti minimi per legge.
Che cosa rappresenta la celebrazione del Decennale?
L’idea è quella di raccogliere interlocutori tecnici, politici e istituzionali, e di metterli intorno a un tavolo. Lo faremo a Roma, il prossimo 18 e 19 ottobre, insieme ai nostri quadri dirigenti. Sarà un momento di riflessione, importante per riassumere che cosa è stata la previdenza professionale privata dei nostri Enti dal 1996 al 2006, ma soprattutto che cosa sarà da domani.
Quali sono le idee in gioco?
Il decreto legislativo che ci ha fatto nascere ci ha anche imbrigliato, perché i legislatori, abituati a ragionare con la mentalità della previdenza pubblica, temevano di mettere in moto una macchina ingovernabile. Ora abbiamo presentato delle proposte al ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Cesare Damiano, con cui si è aperto un tavolo di confronto.
Di quali proposte si tratta, e qual è la più importante?
Certamente è quella di togliere un sigillo che impedisce di aumentare quel contributo che i nostri iscritti devono versare alle loro Casse, ma che in realtà è pagato in fattura dal committente. Si chiama «contributo integrativo», e tuttora non si può modulare. Una volta innalzato di una percentuale contenuta, magari del 2 per cento, e una volta trasferita la maggiorazione sul conto previdenziale dell’iscritto, quell’incentivo sarà benzina fresca per la pensione dei nostri professionisti.
Per cui togliere il sigillo permetterebbe di irrobustire il conto previdenziale e di progettare una pensione più congrua?
Sì, più adeguata, incidendo su un contributo che il professionista può caricare in fattura, ovviamente con il consenso dei Ministeri vigilanti. In sostanza, si tratta di chiamare il nostro lavoro a contribuire alla nostra previdenza.
Proprio per aumentare le pensioni, cosa possono fare gli Enti?
Il discorso è un po’ più complicato, ma lo riduco all’osso. Tutti gli Enti del 103 hanno per legge un fondo di riserva al quale sono indirizzate le quote che vengono risparmiate da una gestione accorta. Questo fondo è cresciuto nel tempo, perché le nostre gestioni sono virtuose, e la proposta al ministro Damiano è quella di ridistribuirne una parte ragionevole sui singoli montanti. Si tratta di una proposta a costo zero per la collettività e per le nostre finanze.
Come giudica il clima sulla previdenza dopo il cambio di Governo?
Di attesa e preoccupazione dopo il decreto Bersani anche se la politica mi sembra rispettare la nostra autonomia, cosa che direi fondamentale. In ogni caso l’iniziativa del Decennale deve rappresentare anche qualcosa di più di un mero riconoscimento politico.
In che senso?
I dieci anni trascorsi dal 1996 ad oggi hanno costituito un laboratorio permanente nel quale gli Enti del 103 si sono fatti le ossa per capire i punti di forza e quelli di debolezza del metodo contributivo. Siamo un polo avanzato di ricerca di cui tutta la collettività si avvantaggerà. Ovviamente mi sia concesso di dirlo senza alcuna falsa modestia.
I cinque enti di previdenza spesso vengono chiamati le «Casse del 103» per il decreto legislativo 103 del 1996 che li avviò in applicazione della riforma Dini del 1995. La loro giovinezza è legata alla loro tenacia nel richiedere e ottenere una tutela previdenziale per professioni intellettuali che fino al 1996 ne erano sprovviste. Si distinguono dalle Casse del 509 - di medici, avvocati, ingegneri ecc. - che dal decreto legislativo 509 del 1954 ottennero il diritto a una gestione autonoma.
SOSTENIBILITÀ SOCIALE, ECCO
LA QUESTIONE
Intervista con Demetrio Houlis

Demetrio Houlis, presidente dell’Ente di Previdenza
Assistenza Psicologi
Demetrio Houlis è il presidente dell’Ente di Previdenza e Assistenza degli Psicologi, che registra una platea di quasi 25 mila iscritti, la più numerosa tra gli enti del 103.
Quali sono le prospettive per il decennale?
Personalmente giudico in salute lo stato delle nostre gestioni, mentre sono un po’ preoccupato per lo stato dei nostri professionisti. Il sistema contributivo impostoci dalla riforma Dini potrebbe aprire una prospettiva non tanto di sostenibilità economica degli Enti, quanto di sostenibilità sociale.
Le pensioni sono poco adeguate?
L’adeguatezza è un parametro da interpretare. La pensione è, prima di tutto, un diritto sancito dalla nostra Carta costituzionale e ripetuto da alcune direttive europee. La sostanza della questione è piuttosto l’equità, cioè offrire pensioni che permettano un tenore di vita decoroso e che, in confronto con quelle di altre categorie sociali, non diano l’impressione di una disparità di trattamento.
Quali strategie lei ritiene più opportuno adottare?
Il Decennale sarà proprio il luogo appropriato per capire e per discutere della nostra previdenza, che è sana ma che manifesta delle difficoltà; e anche della previdenza degli altri, anch’essa non meno in difficoltà. Dico subito che almeno un modo con cui il dibattito odierno affronta la questione Welfare non mi trova d’accordo: a chi parla di pensioni solo in termini di una spesa da tagliare dico, con una espressione un po’ forte, che rischia di fare della macelleria sociale.
Il ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, Cesare Damiano, ha più volte parlato di età pensionabile e di incentivi. Qual è il vostro giudizio?
Questa mi sembra una pista più condivisibile e registro il fatto che la previdenza generale si sta spostando verso i meccanismi di libertà e di flessibilità garantiti ai nostri iscritti.
Ma lei non lamenta anche la presenza di regole troppo strette imposte dalle leggi attuali?
Sul piano degli obblighi, trovo non produttiva la richiesta, cui sono sottoposti tutti gli Enti del 103, di una valutazione annuale dei rendimenti ottenuti dalle nostre gestioni. Spostare tale valutazione su un arco triennale o quinquennale permetterebbe di investire in modo più accorto e più efficiente.
Come immagina la previdenza privata del futuro?
Vorrei non solo pensioni, ma anche più assistenza. Ci sono professionisti meno fortunati che si trovano a vivere situazioni di invalidità, di non autosufficienza, a volte di morte prematura, e credo che si debba pensare a un’integrazione della loro prestazione. La speranza di vita maggiore comporterà dei problemi per tutti, e noi Enti abbiamo il compito di stare dalla parte dei nostri iscritti.
Le Casse del 103 applicano il metodo contributivo, cioè quel sistema che funziona come un conto corrente. Ogni iscritto versa all'Ente i propri contributi che ogni anno vengono debitamente rivalutati. Alla fine della carriera professionale, da quel conto corrente viene ricavato l'importo che costituisce la pensione mensile.
Nel sistema contributivo, il conto corrente previdenziale si chiama «montante» ed è chiaro che l'importo della pensione è legato all'entità del montante: più l'uno è congruo, più la pensione sarà adeguata.
AUTONOMIA
SENZA SE
E SENZA MA
Intervista con Arcangelo Pirrello

Arcangelo Pirrello, presidente dell’Ente di Previdenza
e Assistenza Pluricategoriale
Arcangelo Pirrello è al timone dell’Ente di Previdenza e Assistenza Pluricategoriale, cioè a favore di 4 categorie: agronomi, attuari, chimici, forestali e geologi. Proprio questa composizione della platea di iscritti lo rende unico nel panorama dei liberi professionisti.
A quanti ammontano i vostri assistiti in numeri?
Si tratta di una platea di circa 17 mila contribuenti per un totale di 21 mila iscritti.
Qual è la richiesta più pressante che rivolge ai politici?
L’autonomia e l’eliminazione della doppia tassazione. L’autonomia è iscritta nel Dna di tutti gli Enti del 103, nel senso che lo stesso decreto legislativo che ci ha fatto nascere ha sancito la nostra indipendenza, ovviamente entro i controlli che gli organi ministeriali devono svolgere. Questo principio stenta a diventare realtà.
Cosa si dovrebbe fare?
È opportuno che noi disponiamo di tutti i mezzi per poter modulare e applicare il sistema di calcolo contributivo in modo più vantaggioso per i nostri iscritti. Questo ancora non è possibile.
In che cosa consiste il problema della doppia tassazione?
È croce, senza delizia ovviamente, di tutta la previdenza privata. I contributi dei nostri iscritti sono tassati due volte, perché la fiscalità pubblica tassa prima le rendite dell’EPAP e poi tassa anche le pensioni dei professionisti. Gli stessi importi sono tassati, per spiegare, una volta a monte e un’altra a valle. È ingiusto, e questa ingiustizia vale per tutti gli Enti sia del 103, sia per quelli del 509.
Esiste attualmente una qualche disponibilità politica per affrontare questo tema?
A parte alcune dichiarazioni, io non vedo aperture, anche perché eliminare la tassazione a monte significa tagliare entrate consistenti alla fiscalità pubblica. Però bisogna essere molto chiari: i nostri professionisti pagano le tasse, i loro Enti di previdenza anche, i pensionati pure, però ci deve essere anche un limite al prelievo. Tanto più nel clima attuale in cui la libera professione è disegnata, a torto, come la parte «furbetta» del Paese. E qui devo aggiungere un particolare importante.
Di che che cosa si tratta?
Noi, come Enti di previdenza privati, siamo dei soggetti produttivi: abbiamo patrimoni da gestire, rivalutazioni da garantire per i nostri iscritti, rendite da acquisire, e il tutto non per le tasche di un privato, ma a tutela delle nostre categorie. E svolgiamo bene il nostro compito, come emerge dai nostri bilanci.
Che cosa si aspetta, in definitiva, dall’occasione della celebrazione del Decennale?
Intanto abbiamo delle proposte politiche concrete a cui credo sia opportuno che gli interlocutori politici rispondano. Poi desidererei una maggiore attenzione. Mi piace affermare che i liberi professionisti sono degli imprenditori di se stessi, a volte molto affermati e a volte anche meno. È necessario che i loro sistemi previdenziali, all’avanguardia per i metodi e le gestioni, ricevano il giusto ascolto.
I sistemi pensionistici che usano il metodo retributivo sono più generosi con i contribuenti ma i tecnici dicono che potrebbero entrare in sofferenza, perché l'importo delle pensioni da erogare potrebbe a un certo punto superare l'importo dei contributi acquisiti; le proiezioni indicherebbero potenziali problemi di sostenibilità finanziaria. I sistemi che usano il metodo contributivo sono immuni dalla questione sostenibilità, ma sono toccati dalla questione adeguatezza: l'importo della pensione sarà adeguato al tenore di vita goduto dal professionista quando era in attività?
PREVIDENZA
E ASSISTENZA
LUNGO LA VITA
Intervista con Mario Schiavon
Mario Schiavon, Presidente dell’Ente di Previdenza della Professione Infermieristica
Mario Schiavon presiede l’Ente di Previdenza della Professione Infermieristica, Cassa che conta una platea di circa 12 mila professionisti contribuenti.
Qual’è la parola d’ordine per il Decennale?
Io credo che il cuore della funzione previdenziale sia la capacità di riconoscere e di seguire i bisogni della categoria. Questo era anche l’intento chiaro del legislatore al momento del varo delle leggi che ci hanno fatto nascere.
Che cosa comporta questo, esattamente?
Direi anzitutto che vanno incentivati, in tutte le possibili forme, sia l’avviamento e lo svolgimento dell’attività professionale con mutui, prestiti, finanziamenti, servizi dedicati; sia gli interventi che possono essere richiesti in un momento di particolare necessità del professionista, come malattie o stato di bisogno. Occorre lavorare in questa direzione per costituire dei veri pilastri durante ogni momento della vita di ogni infermiere, e non semplicemente al termine di essa: perché la previdenza non riguarda soltanto chi ha i capelli bianchi.
Qual è il secondo tema?
Direi l’autonomia delle Casse, nelle sue forme diverse, anche perché i due temi si intrecciano. Non è possibile svolgere in pieno la nostra funzione se non ci sono margini di manovra che ci permettano di seguire la fisionomia della nostra platea.
L’autonomia significa, ad esempio, avere la possibilità di modulare i coefficienti di trasformazione delle singole categorie?
Il discorso si fa complesso e, tra l’altro, ritengo che si possa lavorare invece su due altri fronti. Anzitutto chiedere una modifica per togliere il massimale contributivo previsto dalla legge, quello che impedisce ai professionisti più abbienti di versare maggiori importi, permettendo loro di investire sul proprio futuro.
Qual è il secondo fronte?
Bisognerebbe intervenire sull’aliquota del contributo obbligatorio, in modo da esaltare la previdenza come forma di risparmio, funzionale alla protezione sociale che l’Ente offre istituzionalmente.
Qual’è la vostra posizione sulla proposta di aumento dell’integrativo del 2 per cento?
Su questo punto credo esista piena convergenza tra tutte le Casse del 103, purché sia finalizzato all’incremento dei montanti contributivi, cioè della base di calcolo del trattamento pensionistico.
Ritiene possibile convincere, e in quale modo, i professionisti a versare di più?
Ritengo che questo sia possibile attraverso un deciso cambiamento di mentalità. La previdenza, infatti, costituisce una forma di risparmio garantito, competitivo, certo e solido. Purtroppo una tradizione dura a morire, forse anche perché è figlia di una previdenza pubblica non impeccabile, fa sì che la previdenza sia sentita come una tassa. Invece essa rappresenta semplicemente quello che è: precisamente un’opportunità da coltivare.
Molto spesso non tutte le questioni relative alla previdenza pubblica coincidono con quelle che riguardano la previdenza privata; il cosiddetto «Stato sociale» dei professionisti costituisce un mondo che anche i politici, oltreché l'opinione pubblica, conoscono ben poco. La celebrazione del Decennale della costituzione di cinque Casse - per l’esattezza dell’Eppi, dell’Epap, dell’Enpapi, dell’Enpab e dell’Enpap - ha lo scopo di lanciare un segnale preciso, che è diretto ad innalzare il livello di attenzione e a far conoscere le richieste, dettagliate e ragionevoli, degli enti di previdenza privati in favore delle categorie professionali che ne sono coinvolte.
PREVIDENZA
PRIVATA
PIÙ SOLIDALE
Intervista con Ernesto Landi

Ernesto Landi, presidente dell’Ente di Previdenza
e Assistenza dei Biologi Ernesto Landi guida l’Ente di Previdenza e Assistenza dei Biologi, che conta all’incirca 8.500 contribuenti. Il metodo di calcolo della pensione è ovviamente contributivo, e dunque la previdenza è basata sui contributi versati durante l’arco di tutta la vita.
Occorre adeguare la rendita pensionistica?
Ovviamente sì, direi per una ragione: versare il 10 per cento del reddito è troppo poco, soprattutto se pensiamo alla previdenza degli altri. Un contribuente Inps versa circa il 33 per cento e chi appartiene alla gestione separata, sempre Inps, intorno al 20 per cento.
Quale sarebbe la soluzione?
Assolutamente l’innalzamento del contributo integrativo dal 2 al 4 per cento, con la clausola obbligatoria di redistribuire il maggiore importo a vantaggio degli iscritti. Però bisogna fare attenzione.
In che senso?
Il 2 per cento maggiore credo che debba essere utilizzato per metà per rinforzare i montanti, ma l’altra metà è bene che sia impiegata con intento solidaristico. Sarebbe opportuno creare un serbatoio per fornire forme di assistenza integrativa ai professionisti che si trovano ad affrontare situazioni oggettivamente difficili.
Un’apertura a un sostegno della solidarietà all’interno della categoria?
Sì, ma intendiamoci. Non credo sia opportuno percorrere la strada del patto generazionale che vige nel sistema retributivo, quello applicato ad esempio dalle Casse dei professionisti nate prima del 1996. Però la strada del sostegno alle situazioni difficili ritengo sia un obbligo insito nei nostri compiti istituzionali.
Secondo alcuni tecnici, una percentuale del contributo integrativo potrebbe essere indirizzata solo ai montanti dei professionisti «puri», che hanno la previdenza privata come unica copertura assicurativa.
Perché penalizzare colui che avrà una pensione da dipendente ma svolge la professione part-time? È vero che per lui la pensione dell’Enpab costituirà un’integrazione a un’altra rendita, ma non vedo perché si debba deprimere questa integrazione.
I professionisti «puri» potrebbero essere quelli realmente interessati a versare di più, nel caso si pensasse di imporre un’aliquota di versamento maggiore del 10 per cento, e quelli da aiutare di più.
Questo è un altro discorso. Prima di tutto, i biologi che lo vogliono - ma questo vale anche per altri professionisti delle Casse del 103 - possono scegliere un’aliquota maggiore del 10 per cento, in qualche modo aiutandosi da soli. Il punto però è un altro.
Vale a dire?
La scelta riguarda solo pochi iscritti, spesso i professionisti che hanno redditi molto alti. Credo che bisogna diffondere una cultura del preparare il proprio futuro anzitempo.
Quale messaggio per i politici?
Una parola: rispetto dell’autonomia. La nostra efficienza gestionale è la prova che stiamo bene come privati e che vogliamo restarvi.
La previdenza, quella pubblica ma sopratutto quella privata, ha bisogno di una nuova mentalità. Occorre iniziare a considerare la pensione una forma di risparmio e ogni professionista è opportuno la progetti anzitempo. Invece di attenderla, dovrebbe ritagliarsi l’assegno pensionistico in base alle proprie aspettative e al proprio stile di vita. Insomma, è necessario investire sul proprio futuro sin da giovani, tanto più che la società del futuro vedrà innalzata la vita media della popolazione. Perché questo allungamento non sia solo quantitativo, il Decennale spingerà affinché la previdenza rappresenti un vero valore aggiunto della terza età.
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