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Frizzi e lazzi del Corriere
su Berlusconi.
Ma silenzio sulle
privatizzazioni

di VICTOR CIUFFA

l 23 dicembre scorso ho voluto partecipare alla conferenza-stampa di fine anno tenuta dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Villa Madama a Roma per rendermi conto di persona della sua attendibilità e della sua capacità di affrontare e vincere le elezioni politiche del 9 aprile prossimo; ma anche della capacità e dell’attendibilità del nutrito stuolo di giornalisti intervenuti, rappresentanti tutta la stampa italiana; e soprattutto di quelli che hanno chiesto e ottenuto di fare domande. Che magari hanno trasformato, alcuni, in provocazioni.

Non sono andato a nome di questo o quel partito o giornale di partito, di questo o quel gruppo economico-finanziario o del relativo giornale. Ero assolutamente sgombro da pregiudizi, prevenzioni, simpatie e favoritismi di alcun genere. Ho voluto fare non l’opinionista, l’esibizionista, il presenzialista, il carrierista, ma semplicemente il cronista. Ho assistito attentamente e in silenzio a tutto: domande, risposte, commenti, reazioni dell’uditorio. Illudendomi che gli altri facessero come me, che fossero intervenuti con le stesse intenzioni e finalità all’importante appuntamento che è stato il via ufficiale, anche se in rasserenante clima natalizio, dell’accesissima campagna elettorale in cui molto presto il Paese sarà coinvolto.

Qual è stato il risultato della mia esperienza, della mia osservazione, della pazienza, dell’attenzione, dell’obiettività che avevo già appreso in altri giornali ma che, appena giunsi al Corriere della Sera - fra tre mesi saranno 50 anni -, mi furono di nuovo insegnate o comunque confermate? Il risultato è stato questo: proprio i giornalisti del Corriere della Sera hanno metodicamente forzato, distorto ed anzi stravolto il significato delle parole di Berlusconi, l’hanno attaccato e ridicolizzato non con argomenti seri, fondati e quindi degni di essere discussi e magari magari accettati, ma con battute superficiali e con sfottimenti facili, oltreché di dubbio gusto.

Per ottenere questo sono state addirittura mobilitate «firme» di punta del Corriere della Sera, non certo per affrontare Berlusconi in un corpo a corpo, in un incontro o scontro diretto ma per scrivere comodamente un resoconto a tavolino, zeppo di virtuosismi e di «colore». A porgli una domandina inutile, terra terra, gli hanno mandato infatti una giornalista brava certo, ma sbranabile con una sola battuta da parte di un cripto-mastino chiamato Silvio Berlusconi.

Lo stesso del resto ha fatto l’organo dei Ds L’Unità, immolando una brava e zelante giornalista. Faceva quasi rabbia vedere giovani giornalisti annientati da un troppo superiore, abile, preparato interlocutore, che partiva per di più avvantaggiato dal potere, a lui spettante, di gestire i tempi delle risposte; di scegliere il tipo di queste; di aggiungervi argomenti che non gli erano stati chiesti; di conoscere fatti, leggi, retroscena, rapporti internazionali ecc.; di farsi suggerire qualche dato o battuta.

La superiorità di Berlusconi lo faceva diventare quasi antipatico: sa tutto lui, ha fatto tutto lui, ha varato un’infinità di leggi e di riforme, e troppo farà se vincerà le elezioni, soprattutto se le vincerà con il 51 per cento. Ma che colpa ha lui se, per metterlo in difficoltà, gli hanno fatto domande solo apparentemente difficili, se non addirittura fuori tema? Ad esempio, una giornalista pretendeva di sapere da lui se è vero che in Iraq gli americani hanno usato bombe al fosforo, domanda cui forse neppure il Pentagono potrà o vorrà rispondere.

Il Corriere della Sera ha criticato la lunghezza della conferenza-stampa definendola «debordante» al punto che la televisione ha dovuto rinviare di un’ora la trasmissione del Tg-Uno. Ma come? Invece di ringraziarlo perché risponde alla nutrita raffica di domande dei giornalisti? E siamo sicuri che i telespettatori non gradissero sapere tutto, assistere a una conferenza che avrebbe potuto trasformarsi in un ancor più interessante match se, invece di scrivere le loro critiche nel calduccio delle redazioni, certi giornalisti fossero intervenuti di persona, sfoderando argomentazioni serie, anziché con le comode battute e gli sfottò del giorno dopo. Però hanno riferito che i giornalisti presenti hanno accolto negativamente, con un brusio, il suo annuncio di raccontare una barzelletta: non è vero, il brusio era dovuto al fatto che, invece della barzelletta, molti altri volevano porre domande, ma che proprio il grande numero dei fortunati scelti a sorte non ha consentito. Tutta l’Italia avrebbe gradito ascoltare la barzelletta. Io certamente sì.

Un’altra grave accusa gli hanno rivolto i commentatori del Corriere della Sera: quella di vantare la propria esperienza imprenditoriale. Ma proprio per tentare di metterlo in difficoltà in questo campo, gli articolisti del Corriere dovrebbero fargli una domanda che la loro rappresentante non gli ha posto e neppure loro nei propri sarcastici o ironici commenti. E che invece gli rivolgiamo noi, senza telecamere, senza propaganda, esibizionismi, occhiolini ai suoi avversari e alle forze della minoranza. Domanda alla quale pensiamo che non abbia alcuna difficoltà a rispondere.

La domanda è questa: visto che il presidente è un abile imprenditore come ha dimostrato molto prima di entrare in politica; visto che non esita a definirsi tale, come ha ribadito nella conferenza-stampa di fine anno; visto che i suoi avversari lo accusano di essere ancora più bravo di quel che si pensa nel fare i propri affari ora che sta in politica e grazie alla politica, che cosa avrebbe fatto lui se l’immenso patrimonio pubblico privatizzato e svenduto in questi 15 anni fosse stato il suo? L’avrebbe svenduto come è stato fatto?

E ammesso che ciò fosse stato necessario per ripianare un «buco» finanziario, ne avrebbe gestito i proventi in modo tale da ritrovarsi oggi senza più patrimonio ma con un debito tuttora aperto, anzi in continuo aumento? Come quello che lo costringe, nella sua veste di presidente del Consiglio, a ricorrere a continue manovre, a condoni tributari ed edilizi, ad aumento della pressione fiscale da parte soprattutto di enti locali che però moltiplicano le poltrone per i politici, per gli amministratori pubblici e i loro consulenti, le spese ingiustificate e gli sprechi odiosi.

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