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RETROSPECCHIO

Fai e Banca Intesa
risuscitano il Mulino di Baresi


Il mulino di Baresi prima dei lavori

Con il sostegno di Banca Intesa il Fai, Fondo per l’ambiente italiano, si è fatto carico di un intervento culturale, sociale e sentimentale: la rinascita del Mulino di Baresi, destinato a ridiventare un punto di incontro e un simbolo della Val Brembana. Situato in uno stupendo contesto paesaggistico e ambientale, l’antico edificio è stato meta di generazioni di famiglie che vi portavano il raccolto - noci e grano -, finché a poco a poco si è avviato verso un triste declino. Situato nel Comune di Roncobello in provincia di Bergamo, nel 2003 è stato segnalato tra i «Luoghi del cuore», iniziativa attraverso la quale il Fai e della Banca Intesa hanno chiesto agli italiani di indicare un luogo da salvare a loro particolarmente caro, un luogo d’arte o di natura che, per incuria e dimenticanza, corresse il rischio di andare distrutto. Ancora una volta il Mulino di Baresi, pur diroccato e da anni in disuso, ha svolto la tradizionale funzione di richiamo e di punto di incontro, sia pure per ora solo «affettivo»: grazie alla mobilitazione locale è risultato il secondo sito più segnalato di tutta Italia, con oltre 1.250 voti. La sua specificità ha indotto il Ministero per i Beni culturali a definirlo un’«importante testimonianza materiale di un bene di valore demo-etno-antropologico». Ora intorno ad esso si affaccendano operai, artigiani, tecnici, architetti e quanti hanno deciso di contribuire a riportarlo in vita. Appartenuto alla famiglia Gervasoni sin dal 1672, come si legge in una grande trave all’interno, il complesso vanta un passato da non dimenticare, rappresentando, più che un edificio, un valore sentimentale. Il suo declino sembrava inarrestabile finché la famiglia Gervasoni, impossibilitata a mantenerlo in vita, ha deciso di cederlo alla Fondazione. Grazie all’intervento di questa, al contributo della Banca Intesa, al sostegno dell’Italcementi, San Pellegrino, Montello e Percassi, si riaprirà l’acquedotto e si rimetterà in moto una storia che dura da 400 anni. Il progetto di recupero prevede il consolidamento e il restauro di tutte le parti dell’edificio e il ripristino dei meccanismi. La macina verticale sarà mossa dalla forza dell’acqua che, scorrendo, spingerà la ruota in legno. Cominciati lo scorso settembre, i lavori interessano anche l’area circostante con la pulitura del canale di adduzione dell’acqua, il ripristino delle bocche e delle paratie. Il progetto è stato affidato all’architetto Leonardo Angelini e i lavori all’Impresa Pandini di Bergamo, specializzata in restauri monumentali. L’intervento del Fai non si limita a un restauro tecnologico-strutturale ma vuole essere un recupero funzionale; una volta rinato il Mulino sarà gestito da un’associazione locale intitolata a Maurizio Gervasoni. (Laura Binar.)

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