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Organizzato da TELECOM  ITALIA in collaborazione con Promostudio

CONSULTO DI PREMI
NOBEL SULL'ECONOMIA
ITALIANA
E INTERNAZIONALE

Riuniti a Venezia, i più illustri economisti del mondo hanno dibattuto i principali
problemi esistenti oggi nel mondo e suggerito le ricette necessarie per rilanciare l’economia
nei Paesi sviluppati e per aiutare
i Paesi poveri a uscire dalle loro
condizioni attuali e avviarsi sulla strada del progresso, dell’aumento dei redditi
e del miglioramento
delle condizioni di salute e di vita delle loro popolazioni


Nella foto, da sinistra a destra, in alto: Joseph Stiglitz, Jean Paul Fitoussi, CK Prahalad, Amartya Sen, Robert Mundell,
Edward Prescott; in basso: Giovanni Battista Vescovo, Douglas Anderson

Edward de Bono: come capire la Cina


Nell’attuale situazione economica internazionale si crede che tutto quello che c’è da fare sia raccogliere informazioni sulla Cina, utili per la strategia che l’Occidente dovrà adottare in riferimento al grande sviluppo economico di quel Paese. Ma questo modo di pensare è pericoloso; la raccolta delle informazioni è utile, ma quello che è estremamente importante è come interpretarle e usarle. Da sola non è sufficiente. Recentemente i dirigenti di una grande banca mi hanno detto di aver speso 50 milioni di dollari per il sistema di informazione; gli ho chiesto: «Quanti ne avete spesi per il pensiero?». Mi hanno risposto «Zero».
L’informazione è molto importante, ma non al punto da escludere il pensiero. Immaginiamo un medico in ospedale. Visitando un bambino con un’infiammazione, ha varie possibili diagnosi: allergia, morbillo ecc.; se con le analisi accerta quest’ultimo, già ne conosce il decorso, le probabili complicazioni e il trattamento. Così funziona il nostro cervello: prima fissa schemi standard, poi li usa per spiegare un problema. Ma se cambiamo il modo di pensare, possiamo ottenere risultati molto diversi. Poiché in tribunale i testimoni si contraddicono, in un processo per un incidente stradale uno affermerà che l’auto era bianca e un altro che era nera; se un automobilista dipinge la propria macchina metà bianca e metà nera, entrambi avranno ragione, perché ognuno avrà visto solo un lato. Ecco perché occorre vedere entrambi i lati, e questo può ottenersi con il pensiero laterale, grazie al quale tutti vedono quel che c’è anche dall’altra parte. Che cosa è la creatività, perché ne abbiamo bisogno? Visto che periodicamente dobbiamo usare le informazioni, cominciano a costruire con quelle che abbiamo una forma di base e, man mano che ne arrivano altre, sovrapponiamole alle prime; se una non si adatta alla costruzione in corso, anche se le altre erano disposte nel modo migliore, dobbiamo tornare indietro e cambiarne la disposizione, ossia i concetti, perché non vanno più bene. Se immettiamo le immagini di 11 articoli di abbigliamento in un computer per vederne le possibili combinazioni, trascorreremmo una vita per provarle tutte, per questo non lo facciamo. Il nostro cervello non è progettato per essere creativo, sa ricevere le informazioni e organizzarle in schemi standard; così quando individuiamo una situazione, forniamo subito una risposta standard. Ma se dalla strada principale ci spostassimo lateralmente o guardassimo in prospettiva, le situazioni assumerebbero un altro significato. Abbiamo l’abitudine di pensare per argomentazioni, un sistema ereditato dai greci che ci porta per esempio ad avere un avvocato per l’accusa e uno per la difesa; se il primo scopre qualcosa che favorisce la difesa non lo dice, come fa il secondo se trova qualcosa a vantaggio dell’accusa; se si parte da due posizioni, non si prevedono altre possibilità; è un modo di pensare facile, per cui attrae. Tutti pensano nella stessa direzione ma le direzioni cambiano e per spiegarlo io ricorro alla teoria dei 6 cappelli, dei sei modi di pensare. Il cappello bianco indica il pensiero di chi studia le informazioni e le spiegazioni che queste possono fornire. Il rosso indica il pensiero di chi esprime le proprie emozioni. Il nero rappresenta quello cauto e critico, utile ma limitante. Il cappello giallo rivela il pensiero di chi è ottimista, che trova valori e vantaggi. Il verde rappresenta le nuove idee, nuove possibilità, nuovo modo di vedere le cose. Il blu è quello di chi organizza e decide cosa vuole raggiungere; è usato dagli insegnanti nelle scuole e dai dirigenti di aziende. Anche in Cina stanno sperimentando il mio metodo in varie scuole; se funzionerà, sarà introdotto in tutte e così in altri Paesi asiatici; è un metodo semplice ma di grandi risultati. In Inghilterra si è dimostrato che l’insegnamento del Pensiero Laterale migliora i risultati dal 30 al 100 per cento in varie attività.

Jean Paul Fitoussi: dibattiti, non dogmi

Discutere delle ineguaglianze e delle disparità è necessario in una democrazia per decidere il livello di solidarietà che lo Stato deve assicurare e che varia da Paese a Paese. Non c’è una prova che maggiore è la solidarietà, migliore è il funzionamento dell’economia, ma è indispensabile evitare che il dibattito sia esclusivamente dogmatico, perché sarebbe concluso e la società diventerebbe più violenta perché imporre un dogma suscita violenza. La necessità del dialogo aumenta con lo sviluppo della globalizzazione, consistente in un processo derivante da decisioni nazionali dirette ad aprire l’economia agli scambi.
La globalizzazione non è un vincolo posto alle possibilità di manovra economica dei Governi, ma una decisione politica da questi adottata che deve essere oggetto di dibattito da parte della società. Se è stata attuata questa politica, ciò è dovuto al fatto che la globalizzazione porta a un maggiore scambio di prodotti in un mondo in cui cresce la differenziazione delle merci e delle culture; e questo aumenta il benessere. Ma la globalizzazione si è sviluppata nella mancata conoscenza della causa e dell’effetto, e questo aumenta disparità e diseguaglianze tra Paesi e all’interno di essi; se la intendiamo come ampliamento del mercato, le regole democratiche rendono necessario il dialogo in campo mondiale, regionale e nazionale, sul livello di diseguaglianza accettabile dalle popolazioni interessate.
Come strumento di distribuzione delle risorse, l’economia di mercato può portare a un aumento di disparità e di diseguaglianze; nella teoria economica non si è riusciti a dimostrare la possibilità di equilibrio tra il libero mercato e la sopravvivenza della popolazione, per cui questo sistema può essere contrastato e destinato all’insuccesso. La sua adozione avviene con procedure democratiche, ma è instabile perché nessuno può accettare che il proprio reddito dipenda dal risultato di un voto. Mercato e democrazia sono complementari, in quanto quest’ultima cerca di assicurare un livello di disparità accettabile dalla popolazione.
Occorre dibattere sui risultati del funzionamento del mercato per capire dove sia necessario correggere il livello delle diseguaglianze ed evitare che esso diventi improduttivo. Un ambito è quello europeo. Il quadro istituzionale dell’Europa manca di trasparenza, di ciò si lamentano i cittadini e questo deriva dal fatto che non c’è dialogo con le istituzioni. La mancanza di trasparenza è anche conseguenza della mancanza di responsabilità di queste istituzioni. Decisioni della Banca Centrale Europea circa l’aumento del tasso di interesse sull’euro in questi tempi sono un grande errore. Però il problema consiste nel fatto che la stessa Banca Centrale ha il potere di adottare queste decisioni senza esserne responsabile perché non risponde a nessuna assemblea politica. È una caratteristica dell’Europa, perché nel resto del mondo la Banca Centrale di qualsiasi Stato deve comunque risponderne; il sistema democratico implica un dialogo tra le istituzioni che hanno la responsabilità della guida politica e i cittadini, altrimenti si instaurerebbe un divario insostenibile. Questa incongruenza caratterizza l’attuale situazione: i Governi nazionali sono legittimati dal mandato elettorale, ma non hanno potere a livello europeo dove invece hanno potere istituzioni europee indipendenti che però non hanno alcuna legittimità. Visto che nessuna istituzione può sopravvivere senza legittimità, le istituzioni europee cercano di acquisirla attraverso la teoria economica, il che porta all’osservanza di dottrine altamente dogmatiche, motivo per il quale è necessario un dibattito a tutti i livelli.
Per quanto riguarda la Cina, l’attuale regime ritiene che lo sviluppo economico debba consentire una libertà non di pensiero né di espressione, ma solo di produzione. È un sistema di capitalismo che conserva le leve di comando con le quali cerca di intervenire. L’imprenditore cinese è libero come i nostri imprenditori negli anni 45-50, e ha in più aiuti da parte dello Stato. Non esiste una libertà totale ma solo economica. Il problema della Cina è soddisfare i bisogni della gente con soluzioni non compatibili con il sistema vigente. La gente vuole vivere bene, e questa è la forza scatenante dello sviluppo economico.

Garry S. Becker: aprire le porte ai Paesi poveri


Gli economisti hanno un ruolo importantissimo nella riduzione della povertà in tutto il mondo. Per riuscirvi occorre riconoscere un principio fondamentale: la vita, l’economia e la società moderna si basano sulla conoscenza. I Paesi che la possiedono possono aumentare il benessere non solo delle élites ma di tutti. Occorre investire in capitale umano, nella formazione, nell’istruzione, nella sanità. Per i Paesi più poveri è fondamentale introdurre un sistema di istruzione diffusa e investire nel settore sanitario in modo che la gente vada a scuola e possa trasferirsi in altre parti del mondo ove migliorare le proprie condizioni. Ma i Paesi poveri non possono farlo da soli, gli occorre il dialogo con quelli più ricchi. Grazie all’economia globalizzata possono dar vita a scambi commerciali, specializzandosi magari in settori specifici e commercializzando prodotti che altri non possono produrre. Occorre aumentare anche la conoscenza nei Paesi più ricchi attraverso lo scambio commerciale di beni, di servizi, di capitali e magari anche di servizi sanitari. Insieme ad altri due autori ho confrontato la crescita del reddito nei vari Paesi considerando non solo il prodotto interno ma altri fattori, ad esempio il valore che la gente dà al miglioramento della condizione sanitaria. Ho accertato che quando aumenta il reddito di una famiglia, aumenta anche il valore che si dà all’aspettativa di vita; questa crescita è stata più sensibile nei Paesi più poveri, in grado di usare finalmente tecniche, farmaci e conoscenza sviluppate nei Paesi più ricchi.
Questo è stato dimostrato anche da persone che hanno studiato i Paesi che hanno migliorato la propria economia inserendo nelle politiche statali politiche sanitarie. È un esempio di come i Paesi più poveri possano trarre vantaggio semplicemente assorbendo conoscenze nate in Paesi ricchi. Per assorbire questa conoscenza nel modo migliore sono importanti determinate condizioni: ad esempio disponibilità verso un’economia flessibile che diminuisca gli choc economici e consenta ai Paesi più poveri di adattarvisi in maniera più semplice.
Talvolta i Paesi più poveri chiedono: «Ci siamo lasciati coinvolgere da questa economia globale, abbiamo fatto sacrifici e ora dov’è il guadagno?». Il guadagno si raggiunge solo in un’economia flessibile e in grado di adattarsi ai cambiamenti, nella quale si possa trovare lavoro in settori diversi, passare da un settore all’altro. L’economia globalizzata porta due vantaggi, non necessariamente economici ma utilissimi: in Cina la gente può avere accesso alle procedure democratiche nate in Paesi più ricchi grazie a strumenti come internet. Conosciamo quanto è successo nell’ex blocco sovietico dove la segretezza era fondamentale; ma internet ha fatto cadere le barriere.
I Paesi più ricchi devono creare economie pronte ad accogliere chi venga da altri Paesi, eliminare imposizioni e barriere, aprire le porte ai Paesi più poveri, consentire i flussi migratori. Gli Usa hanno attuato una politica molto aperta verso i Paesi limitrofi; la situazione è cambiata dopo l’11 settembre 2001, ma l’economia americana è riuscita ad assorbire immigrati provenienti da altri Paesi. Gli aiuti internazionali non sono sufficienti, il vero aiuto è consentire l’accesso alle informazioni, creare reti di sicurezza per i disoccupati in modo che chi perda il posto di lavoro ne trovi un altro. I sistemi informatici consentono la diffusione dell’informazione, i Paesi più poveri possono avere accesso alla conoscenza di quelli più ricchi; questi non devono concentrarsi sull’aiuto umanitario ma aprire le proprie economie in modo che le loro aziende si adattino alla concorrenza proveniente dalla Cina, dall’India o da altri Paesi.

Joseph Stiglitz: meno segreti, più dialogo

Tutti i risultati dell’economia passano in secondo piano se si confrontano con i limiti dell’informazione. La disparità nel suo possesso è una fonte della diversità di opinioni. Uno degli scopi del dialogo è lo scambio di informazioni che riduce la disparità e l’avvicinamento a una situazione chiamata spesso «stato comune di conoscenze». In tale situazione tutti sanno quel che gli altri sanno. Il contrario del dialogo, e quindi di una base comune di informazione, è la segretezza. Io sostengo che questa è molto dannosa e compromette la democrazia. Vi sono aree in cui la segretezza e la riservatezza possono essere necessarie, ma i Governi tendono ad andare oltre il minimo necessario. Il senatore Pet Mowen ha affermato che la guerra fredda sarebbe finita molto prima se ci fosse stata meno segretezza. Questa infatti ha aggravato la guerra fredda, ha fatto sprecare miliardi di dollari che invece sarebbero stati risparmiati se vi fosse stata più conoscenza su quanto stava accadendo; la natura stessa del conflitto sarebbe cambiata. Quel che oggi è chiaro è che la mancanza di dialogo sta portando a risultati dannosi nella politica estera americana e internazionale. Recenti ricerche nel campo della Psicologia sociale svolte da Key Sansen hanno accertato che, quando gruppi di individui vengono isolati, persone che nutrivano prima le stesse idee finiscono per assumere posizioni estremistiche; e interessanti esperimenti hanno dimostrato come, conversando tra loro, persone di pareri opposti si siano avvicinate molto a una visione comune. Due esempi illustrano la differenza tra l’informazione aperta, la segretezza e il ruolo del dialogo. Il primo riguarda le banche centrali solite combattere l’inflazione con misure segrete, metodo questo che ha contribuito allo scarso risultato ottenuto; queste banche partono dal punto di vista che per i mercati finanziari la conoscenza è potere e denaro, quindi tendono a mantenere il segreto sugli indirizzi adottati ritenendolo necessario per la politica monetaria, anche se questa procedura non è democratica.
In Inghilterra si è attuato un esperimento: il governatore della Banca Centrale ha deciso che la politica monetaria deve essere attuata con un dibattito aperto e ha ridotto il livello di segretezza; questo non ha avuto quegli effetti deleteri che i sostenitori della segretezza prevedevano, anzi ne è derivato un contributo alla stabilità dell’economia. Del resto ragioni economiche lo facevano prevedere.
L’altro esempio riguarda la condotta degli operatore nel commercio internazionale, un tempo svolto in assoluta segretezza; come conseguenza, gli interessi particolari hanno prevalso su quelli generali, perché negli accordi venivano incluse clausole opposte a quelle che sarebbero state concordate in caso di discussione pubblica. Quei trattati sono stati deleteri per i Paesi in via di sviluppo e per la società in generale; gli interessi di alcune industrie hanno avuto la prevalenza rispetto a quelli pubblici.
Abbiamo discusso le nozioni di dialogo, di apertura e di segretezza dal punto di vista dello scambio di informazioni, ma non va sottovalutato il concetto della Psicologia sociale secondo il quale i gruppi che non hanno dialogo tendono a spostarsi verso le posizioni estreme. Ma c’è anche un aspetto che sempre più si ritrova nel dibattito sullo sviluppo: le parole che più si incontrano sono proprietà e partecipazione. In generale si ritiene che il dialogo e il coinvolgimento attivo dei vari gruppi della società al processo di sviluppo abbiano maggiori probabilità di successo. Oggi l’informazione è migliorata, ed è più gradita, dalla società, delle soluzioni prefabbricate. Ritengo quindi il dialogo essenziale per la democrazia. Il coinvolgimento totale e continuo della società può raggiungersi solo con il dialogo, con il quale le politiche di sviluppo hanno maggiori possibilità di raggiungere il successo.

Robert Mundell: ritorno a Bretton Woods

Spesso mi trovo a citare il detto di un famoso economista secondo il quale la vera conversazione è un’impresa difficilissima, perché se tutti conoscono gli argomenti di cui debbono parlare, non hanno assolutamente nulla da comunicare agli altri. Se invece non li conoscessero, ognuno dovrebbe impartire una lezione agli altri. Ma allora si tratterebbe di una lezione, e certamente non di un dialogo; o si tratterebbe, piuttosto, di un dialogo tra professori, ma anche in tal caso non sarebbe un dialogo, bensì una serie di monologhi, pronunciati da ciascuno di loro. Se questo è vero, per comunicare, per parlare agli altri, ogni partecipante dovrebbe essere isolato dal pubblico, dovrebbe parlare da solo. Ma che succede in tal caso? Che quando si parla da soli il più delle volte si perde il filo del discorso. Quando invece si parla in due o più persone, ognuna di esse cerca di convincere l’altra parte della validità delle proprie argomentazioni, per cui alla fine il dibattito si riduce in una conversazione molto ristretta, limitata, sterile. Inoltre spesso il pubblico è costituito dalla stampa e non certo dal pubblico reale. In questo momento il dibattito in atto nel mondo industriale riguarda i tassi di interesse che il presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, vorrebbe elevare per frenare un’inflazione, che attualmente nel mondo è pari al 2 per cento annuo, ma che potrebbe salire fino al 5 per cento. Però negli ultimi due anni si è visto che l’inflazione non ha superato il 2,5 per cento, per cui un aumento dei tassi di interesse costituirebbe solo un'avventura, perché la misura prospettata non sembra giustificata né dalla realtà né dalle prospettive inflazionistiche.
È vero che l’inflazione sta salendo, ma occorre tener presente un altro aspetto: è il prezzo dell’oro che sta salendo, per cui le attese inflazionistiche aumentano e si temono le reazioni dei sindacati, che avanzerebbero subito rivendicazioni salariali determinate da un aumento generale dei prezzi al consumo, quindi del costo della vita e dell’inflazione. Comunque in Europa i tassi sono bassi, e anche il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro è a un livello basso. L’aumento del tasso di interesse sarebbe una misura da adottare soltanto nel caso in cui l’inflazione aumentasse, ma la crescita dell’Unione Europea si è ridotta. Inoltre bisogna ricordare che, con l’aumento del tasso di interesse, aumenta anche il deficit pubblico.
Che cosa fare allora? Questo è l’interrogativo che si pone. I politici avanzano una tesi, i dirigenti di grandi banche centrali un’altra. I politici si oppongono, ovviamente, all’aumento del tasso di interesse, ma se loro sbagliano, non vengono criticati. E non vengono criticati neppure se l’economia rallenta in seguito a questo provvedimento, cioè all’aumento del tasso di interesse, dal momento che non sono loro a deciderlo ma i banchieri sui quali grava la responsabilità della decisione. In verità, anche questi oggi sono preoccupati, perché ritengono opportuno lasciare il cambio tra l’euro e il dollaro al livello attuale, o comunque non superare certi limiti né in ribasso, né in aumento.
L’esperienza degli ultimi anni è stata positiva, però adesso la situazione sembra andare verso un cambiamento. In Giappone si è passati dalla deflazione all’inflazione. Comunque a mio parere l’euro non dovrebbe superare il rapporto massimo di un dollaro e 20 centesimi, né quello minimo di un dollaro; se scendesse oltre, occorrerebbe intervenire. Finora il ciclo economico è stato favorevole all’economia americana e non a quella europea, a causa sia della crescita che ha avuto l’euro sia del rallentamento dell’economia americana. Ora le autorità degli Stati Uniti sono intervenute per correggere l’andamento del dollaro e creare condizioni ancora favorevoli all’economia americana. Comunque, per tornare ai vecchi equilibri di un tempo, dobbiamo ricordare gli accordi di Bretton Wood e cercare di ricreare quella soluzione. Questo è il messaggio che nella situazione attuale io posso dare.

CK Prahalad: si apre un mercato sconfinato


Tre forze fondamentali stanno plasmando l’evoluzione del nuovo mondo ma l’elemento più importante è costituito dal cambiamento dei rapporti tra il consumatore e le aziende. A causa della digitalizzazione dei dati e della convergenza delle tecnologie, il primo si è ritrovato improvvisamente a potere svolgere un ruolo attivo nei rapporti con esse; di conseguenza i loro poteri si stanno trasformando. Non esiste più una visione incentrata sulle aziende o sul prodotto, «aziendo-centrica» o «prodotto-centrica». Si dà un valore sempre più crescente alla persona e l’esempio è fornito da società come Aiport, Starbust, E-bay che forniscono ai consumatori la possibilità di farsi una propria esperienza. Su questa idea Starbust ha creato un’azienda diffusa in tutto il mondo, nella quale si può ascoltare musica, scrivere e inviare e-mail, leggere il giornale. Starbust non è più un prodotto, è un’esperienza.
Se esaminiamo quest’idea, notiamo che il cambiamento fondamentale consiste nel fatto che non c’è un’esperienza senza un individuo, per cui non si può più creare un unico prodotto, ma «piattaforme esperenziali» nelle quali appunto sviluppare delle esperienze. Ma arriva ora anche un’altra notizia: i consumatori possono anche fornire idee, possono entrare a far parte dello sviluppo, partecipare alla produzione del reddito, ed essere più soddisfatti in quanto contribuiscono all’operazione. Collaborano a formare la concorrenza. Una volta l’azienda era sempre superiore al consumatore; questa formula è superata, oggi il consumatore è superiore o quanto meno uguale all’azienda; siamo in presenza di uno stravolgimento parasimmetrico, e questa rivoluzione si sta verificando in tutto il mondo. Invece quasi tutte le grandi aziende tendono a perpetuare il vecchio modello e creano nuovi prodotti invece di nuove esperienze. Se prendiamo il telefono, è un cellulare, un computer, una videocamera, un orologio e altro, ma pochissimi in realtà usano più del 5 per cento delle varie funzioni. In altre parole, aumentano le caratteristiche e il numero delle funzioni del prodotto, ma questo è un modo di agire superato, il consumatore prima o poi si inquieta perché a un certo punto diventa molto complesso utilizzare l’apparecchio, che egli usa solo per il 5 per cento.
Le aziende dovranno essere in grado, invece, di realizzare prodotti che «apprendano» dal consumatore; secondo come egli li utilizzerà, impareranno quello che a lui interessa, e questa è la prima e più rapida fase del cambiamento. La seconda parte è costituita dai 5 miliardi di persone, pari all’80 per cento della popolazione, le cui esigenze non sono state prese in considerazione dalle grandi aziende perché vivono con reddito inferiore ai 2-3 dollari al giorno, e negli ultimi 50 anni si è stabilito che non costituivano probabili clienti. D’altro canto, se li consideriamo clienti, si aprirà dinanzi a noi uno dei più grandi mercati ma, proprio per aprirlo, le grandi aziende dovranno mutare completamente la struttura dei costi di produzione e lo stesso modo di sviluppare i prodotti.
Una delle più grandi aziende locali dell’Arkansas registra un fatturato annuo di 4 miliardi di dollari vendendo soltanto ai poveri; eppure offre prodotti non di scarto ma di classe e marchi mondiali. Ma li vende in piccole dosi e in piccole confezioni, che possono essere usate magari soltanto una volta; costano pochi centesimi, per cui la gente può permettersi di acquistarli. Quindi l’interrogativo reale ora è come poter avere accesso a questo mercato costituito da 5 miliardi di persone: con servizi finanziari come la microfinanza per esempio, o con il comparto energetico, o con i prodotti della moda, o con il comparto alimentare? Abbiamo dinanzi un’opportunità immensa, e già vediamo questa nuova realtà emergere come una delle forze principali sul mercato. Perché all’interno della Cina e dell’India aumentano i consumi di prodotti e di servizi che costano poco e che pertanto i poveri possono permettersi, anche grazie al ricorso a sistemi di pagamenti rateali.

Edward C. Prescott: l’unione porta sviluppo

Per 5 mila anni gli standard di vita in Europa, in Asia, nel Nord e Sud America sono stati bassi, non c’è stato sviluppo; oggi si registra una crescita economica in tutto il mondo, con standard di vita che si raddoppiano rapidamente. Ciò avviene da tempo negli Stati Uniti e in Europa, ma ora anche in Asia e presto in Africa, dove comunque già questo fenomeno sta cominciando. In Europa, e in particolare nei Paesi dell’Europa occidentale tranne che in Inghilterra, l’incremento è cominciato dopo la seconda guerra mondiale. Nei primi 50 anni del secolo passato non c’era stato un grande sviluppo; soltanto dopo il 1953 il prodotto interno dell’Europa continentale rapidamente è cresciuto del 50 per cento. Bisogna però ricordare che la popolazione europea era limitata, mentre oggi in Asia vivono due terzi della popolazione mondiale; quindi le conseguenze dello sviluppo in atto in tale continente saranno notevolmente maggiori proprio a causa del grandissimo numero dei suoi abitanti.
Un caso a parte è quello dell’America Latina. Si pone l’interrogativo: perché l’Asia si sviluppa e l’America Latina no? Molti hanno cercato di trovare una spiegazione nell’esistenza di barriere che ostacolano questo sviluppo. Si dice che la direzione dell’economia deve essere centralizzata per vari Stati; per cui se alcuni Paesi si uniscono dal punto di vista economico, hanno la possibilità di avviare lo sviluppo economico o comunque una ripresa. Ma devono eliminare le barriere; un tempo anche negli Stati Uniti esistevano delle barriere, ma oggi l’Illinois e lo Stato di New York non sono più separati economicamente, sono uniti e registrano lo stesso livello di sviluppo.
In Danimarca, quando ancora non era entrata nel mercato comune, lo sviluppo era molto lento: dopo l’adesione alla Comunità europea quel Paese ha conosciuto un rapido sviluppo. Un caso a sé è l’Irlanda, che ha avuto una crescita notevolmente robusta. Ma recentemente abbiamo assistito alla reazione di alcuni Paesi, appunto la Francia e la Danimarca, contro la proposta di Costituzione europea. Perché si è verificato questo rigetto?
Perché non bisogna fare confusione fra l’Europa a 11 e l’Europa futura, quella a 25. L’Europa a 11 andava bene, ma più aumenta il numero dei Paesi aderenti, più cresce quello dei leader e più si riduce la crescita. Il mancato sviluppo dell’America Latina dipende dal fatto che i Paesi di quel continente non hanno una direzione dell’economia accentrata. Tuttavia ormai è da prevedere che fra cinque anni per esempio il Messico avrà un rapido sviluppo economico.
Ma anche i 10 Paesi che stanno per entrare nell’Unione Europea e gli altri che sono in predicato andranno incontro a una rapida ripresa e a un rapido sviluppo economico. Quello che l’Europa deve fare è predisporre un’apertura sostenibile; la proprietà delle grandi società deve essere molto diffusa, devono svilupparsi fondi pensione. Ovviamente le riforme e i cambiamenti troveranno delle resistenze, perché i lavoratori temono di perdere il posto di lavoro. Solo le riforme che non danneggiano nessuno non trovano resistenza, anzi potrebbero determinare un aumento dell’occupazione, e a questo sono favorevoli i sindacati; il problema sorge quando il numero dei posti si riduce.
L’Europa si è ripresa dopo la seconda guerra mondiale soprattutto grazie agli Usa che temevano lo sviluppo del Giappone; poi la loro situazione è migliorata, la concorrenza giapponese nel settore automobilistico è stata superata, la qualità della produzione americana è migliorata. Oggi però si presenta il problema dello sviluppo della Cina e dell’India ma alla luce delle esperienze e delle leggi dell’economia non c’è da preoccuparsi perché Europa e Stati Uniti ne avranno soltanto dei vantaggi. Se aumenta il benessere delle popolazioni asiatiche, i benefici non saranno solo per loro, ma anche per l’Europa e gli Stati Uniti.

Walter Giorgio Scott: il nuovo marketing

Parlare di innovazione del marketing non è facile perché ad esso vengono sempre attribuiti valori diversi: per alcuni significa comunicazione, per altri vendita, per altri tante altre cose; i concetti non sono ancora chiari. Quando le imprese capiscono che, oltre a produrre buoni prodotti dal costo accessibile, occorre altro, creano strade favorevoli alla loro accoglienza, strutture di vendita ecc. Oggi esse hanno bisogno di conoscere in anticipo le attese, le convenienze, le richieste; prima di produrre si fa una ricerca di mercato. Ma anche questo ormai non basta: le imprese si rendono conto che occorre individuare fra i clienti dei protagonisti con i quali stabilire un rapporto costante. E per avere successo non è più sufficiente produrre beni e servizi di qualità ma sempre i soliti, credendo che più si produce più si è bravi; in un mondo sommerso di prodotti, bisogna avvertire i bisogni del consumatore e fornire una risposta giusta. Le soluzioni sono il marketing sostenibile e il marketing laterale. Il primo significa soddisfare i bisogni di quei consumatori che non hanno ancora la possibilità di acquistare certi prodotti, quindi progettare quelli che costano di meno. Il marketing laterale aiuta a capire i bisogni che sorgono quando sono soddisfatti quelli principali.

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