ANNA GERVASONI:
PERCHÉ INVESTIRE
I RISPARMI
NEI PATRIMONI
AZIENDALI
Il direttore generale
dell’Aifi
spiega perché
occorre stimolare
l’afflusso di capitali
esterni
soprattutto
nelle piccole
e medie imprese,
restie
a compiere
il salto di qualità
e anzi arroccate
in difesa
del patrimonio
di famiglia,
concetto ancora
duro a rimuoversi

Stanno crescendo
in Italia il private equity
e il venture capital,
settori finanziari
che si occupano
di investimenti
temporanei in aziende,
in genere di medie
dimensioni,
tramite
partecipazioni
azionarie, ma il settore
nel complesso è ancora
limitato; l’Aifi propone
un’azione comune
delle istituzioni:
tra le misure, la nomina
di un comitato
per promuovere
l’accesso al capitale
di rischio da parte
delle imprese
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l private equity e il venture capital, settori finanziari che si occupano di investimenti temporanei in aziende in genere di medie dimensioni tramite l’assunzione di partecipazioni azionarie e della gestione di queste ultime, stanno crescendo in Italia, ma il settore, nel complesso, è ancora limitato se si guarda a quanto avviene all’estero. Esistono relativamente pochi operatori, ma mancano soprattutto specialisti per specifiche nicchie di mercato e in aree decentrate. Da parte delle aziende che potrebbero usufruire dell’apporto degli investitori istituzionali c’è una sorta di diffidenza nell’utilizzare questo strumento finanziario. Soprattutto le piccole e medie imprese, per troppo tempo mitizzate come l’Eldorado dell’economia italiana, ma incapaci di compiere il salto di qualità, sembrano restie a usufruire di capitali e di competenze provenienti dall’esterno, arroccate in una difesa del patrimonio di famiglia, concetto ancora duro da rimuovere. Qualcosa però deve essere fatto per stimolare un mercato che, nonostante tutto, sta crescendo. Serve una politica di medio e lungo periodo che crei un humus culturale dal quale nasca una più vigorosa sensibilità per gli investimenti nel patrimonio aziendale. L’Aifi, l’associazione italiana del private equity e del venture capital, presenta in questo mese un Libro bianco sul settore evidenziandone le carenze e proponendo al legislatore indirizzi precisi per una solida crescita.
Entro l’attuale legislatura si potrà fare ben poco, ma i vertici dell’Aifi sperano di avviare il dialogo con la prossima. «La possibilità di vedere tramutato in legge il Libro bianco sono pressoché nulle per ovvi motivi di tempo. Ma è molto importante il decreto legislativo attuativo della delega di riforma della legge fallimentare, con le firme congiunte dei ministri dell’Economia e della Giustizia», conferma Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi. Ma perché lo sviluppo del private equity può portare con sé positivi riscontri per l’imprenditoria?
Secondo il Libro bianco, l’effetto positivo del capitale di rischio nello sviluppo delle imprese è stabilmente confermato in vari Paesi e i risultati sono mediamente superiori a quelli di aziende che fanno ricorso o al capitale proprio o a quello ottenuto dal sistema bancario. Secondo una ricerca dell’Associazione europea delle aziende di private equity e venture capital, tra il 2000 e il 2004 il tasso annuale di crescita degli occupati nelle aziende partecipate è stato del 5,4 per cento, di fronte allo 0,7 per cento nei 25 Paesi dell’Unione Europea; la crescita del fatturato, nel periodo di permanenza dell’investitore, è stata del 32 per cento, il margine operativo lordo è migliorato in 80 aziende partecipate su cento, e 96 di esse su cento hanno incrementato in modo stabile gli investimenti fissi.
Di fronte a queste cifre le aziende partecipate in Europa sono solo il 6 per cento, assai meno rispetto a quelle degli Stati Uniti. L’Italia è ancora più penalizzata. Secondo l’Aifi, esistono ben definite difficoltà. Spiega ancora Anna Gervasoni: «Nonostante la buona crescita registratasi negli ultimi anni, il numero degli operatori nel nostro Paese è ancora relativamente basso, ossia circa 100 rispetto ai 240 tedeschi e ai 300 inglesi, così come il numero delle operazioni, pari a 300 l’anno dinanzi alle oltre 2 mila attuate in Francia e le mille in Germania. Inoltre la loro localizzazione non è uniforme».
Milano, capitale finanziaria, è il fulcro dell’attività del private equity, che si irradia in Lombardia. «Ma più ci si allontana dal capoluogo lombardo, più la presenza di operatori specializzati si dirada; il Sud, per esempio, vede una modesta attività di investimento di capitali di rischio; inoltre mancano investitori specializzati in specifici segmenti come quelli delle aziende giovani e di quelle operanti nell’alta tecnologia. Infine è ancora difficile reperire capitali presso gli investitori istituzionali», aggiunge il direttore generale dell’Aifi.
Anna Gervasoni sottolinea con forza il problema dell’accesso ai capitali. All’estero sono attivi due soggetti: gli investitori istituzionali, come fondi pensioni e fondazioni, quasi del tutto assenti in Italia sotto il profilo dell’investimento, mentre prevalgono le banche che incidono per il 60 per cento nel finanziamento del private equity; e gli investitori privati, quelli che hanno la possibilità di mettere a disposizione investimenti minimi di almeno 50 mila euro. È una questione di mentalità e di valutazione del rapporto tra l’investimento, i rischi, i rendimenti e il tempo. Nel private equity il ricavato si ottiene mediamente dopo vari anni, almeno cinque, e questo scoraggia molti investitori. La leva fiscale, poi, non è secondaria, visto che con l’esenzione sulle partecipazioni la tassazione è nulla, mentre per il private equity raggiunge la soglia del 37 per cento.
Esaminata la situazione, l’Aifi ha pianificato una serie di misure per migliorare il quadro degli investimenti di rischio nel Paese. Misure che avranno bisogno almeno di tempi medi per decollare, perché alcune norme richiedono interventi legislativi, altre lo sviluppo di un mercato diffuso e specializzato. Sono sette i punti individuati dall’Aifi. Spiega Anna Gervasoni: «Abbiamo coordinato gli interventi da realizzare per potenziare i canali interni di raccolta, migliorare il trattamento fiscale, lo sviluppo del venture capital high tech, quello delle operazioni di turnaround e il potenziamento dei canali di disinvestimento».
Con il coordinamento tra le misure da adottare l’Aifi propone, di fatto, un’azione comune da parte delle istituzioni, come già è stato fatto con buoni risultati in Francia; per questo sarebbe utile la nascita di un comitato di promozione e di verifica degli strumenti che facilitano l’accesso al capitale di rischio da parte soprattutto delle piccole e medie imprese. Per cominciare basterebbe un sito internet che illustri gli interventi a favore del venture capital.
Quanto ai canali interni di raccolta, secondo l’associazione vanno incentivati quelli istituzionali, che facciano da contrappeso a quelli internazionali che ormai fanno la parte del leone in Italia. L’Aifi indica i fondi pensione che possono investire in fondi chiusi di private equity una quota non superiore al 20 per cento del patrimonio; e la maggiore collaborazione con le associazioni di categoria come l’Acri, il Mefop, l’Ania.
Nodo cruciale è quello del fisco. Il problema è ancora irrisolto, dato che non è slittata, in sede governativa, la riforma del trattamento fiscale del risparmio gestito. Senza un canale fiscale equiparato, sostiene l’Aifi, il definitivo decollo del private equity non potrà avvenire, visto che gli investitori non sono invogliati a entrare in questa forma indiretta di investimento, preferendo quella diretta, più conveniente. Le soluzioni prospettate dall’associazione sono quattro: l’estensione dell’esenzione fiscale alle plusvalenze derivanti dalle partecipazioni in un fondo di private equity di diritto italiano; l’assoggettamento degli interessi percepiti a un’aliquota sostitutiva invece che all’imposizione piena; la riduzione dell’imposta sul reddito a favore delle persone fisiche e giuridiche che investono in imprese innovative tramite fondi chiusi; la trasparenza fiscale dei fondi chiusi mobiliari.
Per il direttore generale dell’Aifi un punto importante di riforma è indubbiamente quello dell’allineamento del private equity al trattamento fiscale dei fondi immobiliari. Il problema, dibattuto a livello internazionale, è quello della valutazione dei risultati dei fondi di private equity. Le linee guida di valutazione proposte dall’associazione europea si orientano verso il principio del «fair market value» e l’individuazione del valore di mercato. «Nel panorama italiano–avverte però la Gervasoni–, questo tipo di valutazione avrebbe un effetto negativo per quanto riguarda l’imposizione fiscale sui fondi mobiliari chiusi».
Il nostro regime fiscale, spiega, «si basa sulla regola della tassazione sul maturato con un’aliquota del 12,5 per cento l’anno e indipendentemente da quando i ricavi sono effettivamente realizzati dagli investitori; inoltre tali aliquote sono a carico sia del fondo che dell’investitore. Ciò rischia di portare alla manifestazione di plusvalenze inesistenti, con un aggravio dell’onere fiscale. La tassazione andrebbe invece allineata a quella dei fondi immobiliari chiusi. L’imposta sostitutiva sulla gestione del fondo andrebbe quindi abolita, così come andrebbe adeguata al 12,5 per cento l’aliquota sui proventi distribuiti dal fondo o percepiti dagli investitori quando chiedono la liquidazione delle loro quote».
Ma non basta. Anna Gervasoni sottolinea anche la necessità di sostenere i venture capital high tech. «Servono incentivi per gli investitori che vogliano dedicarsi a questo settore. In Francia esistono norme in materia. In Italia, invece, non solo questo speciale comparto non è mai decollato, ma anche quelle poche realtà che operano nel mercato faticano a incrementare il loro lavoro. Così facendo, riducono le possibilità che un’azienda innovativa riesca a decollare o ad avviare nuovi investimenti nella ricerca». Per questo l’Aifi propone di istituire un fondo pubblico di co-investimento per sostenere le nuove imprese innovative nella fase di avvio e in quella di crescita.
Tra i punti critici del sistema che l’Associazione desidera risolvere in tempi adeguati figura anche l’ancora scarsa diffusione delle società di private equity e venture capital nell’intero territorio nazionale. Esse sono infatti insediate per il 65 per cento a Milano, capitale del mondo finanziario. Ciò comporta che gli investimenti siano concentrati in modo massiccio nell’area milanese e regionale; più ci si allontana dal capoluogo lombardo, più gli investimenti si diradano. Nel Sud sono molto scarsi, ma anche in aree del Nord Est o del Centro sono sporadici e molto mirati. Anna Gervasoni, tuttavia, non vede un futuro nero.
«Una realtà del genere è comprensibile. Si investe più facilmente in realtà più conosciute e più vicine alla sede operativa. Da tempo l’Aifi si sta muovendo per creare il substrato culturale per far sì che aziende di private equity nascano anche in altre regioni e portino maggiore linfa alle imprese locali, soprattutto a quelle medie ma ad alto potenziale di sviluppo», spiega. Inoltre l’Aifi ha da tempo avviato proficui colloqui con molte Amministrazioni regionali e ha favorito la nascita di fondi chiusi a capitale misto per lo sviluppo dell’imprenditoria locale.
Così valide aziende sono nate, oltre che in Lombardia, in Emilia Romagna, in Abruzzo, in Puglia, in Campania e in Sicilia. Alcune società di private equity stanno inoltre nascendo nel Friuli Venezia Giulia. Non sarà un cammino né facile né breve, ma la strada sembra aperta e il private equity sta lentamente allargandosi anche nella cosiddetta provincia italiana quando banche, fondazioni, assicurazioni locali e istituzioni pubbliche uniscono i loro sforzi per fornire capitali ai venture capitalist. Per accelerare questo processo l’Aifi propone, tra l’altro, la modifica dell’articolo 106 della legge finanziaria per il 2001, una delle poche norme vigenti in materia di incentivi al settore, che prevede la concessione di anticipazioni a intermediari abilitati perché possano acquisire partecipazioni in piccole e medie imprese innovative.
In sostanza l’associazione chiede un «programma nazionale» per le imprese di qualunque tipo, nate da non oltre sette anni e che avviino piani pluriennali di sviluppo; e un programma per aziende senza vincolo di costituzione, operative in ogni settore merceologico, che operino in ambito delle aree rientranti negli obiettivi 1 e 2, ossia in zone depresse, che avviino piani pluriennali di sviluppo.
La sesta priorità che l’Aifi indica per il pieno sviluppo del settore consiste nella crescita delle operazioni di turnaround, cioè quell’attività che vede gli operatori del private equity intervenire per il salvataggio delle imprese in difficoltà. Qualcosa, sottolinea l’Aifi, è stato fatto con la riforma della legge fallimentare del 1942; servono però procedure che facilitino concretamente l’ingresso degli operatori specializzati nella gestione delle aziende in crisi.
Ultimo, ma non meno importante, è il potenziamento dei canali di disinvestimento. Un tema sentito a livello europeo, dove peraltro le modalità di investimento sono un po’ più semplici rispetto a quelle in vigore in Italia. La via principale per uscire con profitto dall’investimento del capitale di rischio è quella di quotare le aziende in Borsa, ma manca un mercato paneuropeo con regole comuni. Per questo l’Aifi propone un tavolo di concertazione cui siedano anche l’Abi, la Borsa Italiana e la Confindustria. Questa concertazione dovrebbe facilitare l’ingresso nel mercato Expandi riducendo i costi di ammissione e utilizzando incentivi fiscali, come la detrazione d’imposta sul reddito per investimenti in piccole e medie imprese quotate appunto nell’Expandi.
Tutti temi complessi, la cui soluzione, ribadisce Anna Gervasoni, non avverrà a breve termine. Tutto è rinviato alla prossima legislatura, nella speranza che il nuovo Governo e il nuovo Parlamento siano più ricettivi verso il comparto del private equity italiano. Anche perché gli operatori stranieri non stanno a guardare e già si stanno occupando di imprese italiane sulle quali puntare. «Sono ottimista o pessimista?–si chiede la Gervasoni–. Sono ottimista: il cammino è lento, ma costante. Rispetto a pochi anni fa i passi avanti sono stati molti e rilevanti. Non si torna indietro, si può solo andare avanti e crescere».
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