Roma politica
Una città in cui pullulano
i boschi.
Figuriamoci
i sottoboschi
di
Giorgio Fozzati

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gni grande capitale ha i propri meravigliosi parchi pubblici, dall’Hyde Park di Londra al Bois de Boulogne di Parigi, dal Prater di Vienna a Villa Borghese di Roma. Questa è la nostra Europa, sempre più Europa delle capitali e sempre meno dei popoli, sempre più della burocrazia, dei provvedimenti e delle raccomandazioni, e sempre meno capace di intervenire per garantire condizioni di vita e di libertà dignitose per tutti gli europei. Ingessata in una carta costituzionale presa al grande magazzino dei compromessi e delle concessioni, troppo stretta in vita tanto da non lasciar respirare, troppo larga per proteggere, finisce sotto le scarpe che la calpestano.
In questa nostra Europa, Roma ha un bosco molto esteso e un sottobosco davvero impressionante: basti pensare alla concentrazione di autorità che sopravvivono tra le mura antiche. Oltre al Governo centrale con tutti i Ministeri, ci sono le sedi del Governo Regionale e di quello della Provincia. E un Comune di tutto rispetto, con un bilancio da far invidia al Ministero più impegnativo. Una ventina di Circoscrizioni municipali, finalmente attuate, alcune con competenze territoriali e di popolazione da tenere testa a città della dimensione di Bologna o Firenze.
È una città con un patrimonio archeologico immenso, con una concentrazione museale da far paura, e tutti con relativi soprintendenti e direttori. Poi c’è il Parlamento con i propri due rami e tutti gli uffici annessi e connessi. La Banca d’Italia, grandi istituti nazionali dal Consiglio nazionale delle ricerche ai pantagruelici enti previdenziali, senza tralasciare i vertici dell’amministrazione della giustizia - Corte Costituzionale, Cassazione e Consiglio superiore della Magistratura -, il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro, l’Avvocatura dello Stato, il Consiglio di Stato, gli organi garanti di nomina parlamentare e quelli del Presidente del Consiglio, i vertici delle Forze Armate e della Polizia, la Corte dei Conti.
La presenza del Vaticano, pur essendo uno Stato indipendente, un’enclave nel territorio della città, contribuisce con i propri tremila dipendenti, con i cardinali, con il sommo Pontefice, con la Curia, con gli istituti religiosi che hanno le case generalizie nella città del Papa, ad aumentare consistentemente il numero di autorità. Le rappresentanze diplomatiche a Roma poi sono di ben tre tipi, e alcuni Paesi riescono a permettersi tre ambasciatori diversi: uno presso lo Stato italiano, un altro per lo Stato vaticano e il terzo presso la Fao. Poi ci sono le sedi dei grandi sindacati e anche quelle dei sindacati minori, perché se non si sta a Roma non si conta.
I partiti hanno le loro presidenze e direzioni. Così come i grandi enti, quelli del teatro, del cinema, della televisione. Certamente questo è un elenco molto incompleto e non voglio offendere nessuno per le omissioni. Ma vorrei dire che con tutte queste autorità certamente Roma è una città unica al mondo anche per il sottobosco che sopravvive grazie agli alberi di alto fusto appena descritti.
Qualche giorno fa un amico architetto, milanese da generazioni e affascinato da questa capitale così geniale, mi diceva che una delle differenze che notava di più era proprio la politica: nel Nord, di poca politica parlata, è appena sopportata sui grandi quotidiani e nei tiggì serali; in pochi si azzardano a congetturare nel seguire i discorsi dei leader e dei viceleader. Un altro amico, questa volta di Como, notava che solo a Roma aveva visto tanti manifesti politici, anche al di fuori delle campagne elettorali, manifesti con domande e risposte, accuse e offese: un parlarsi sui muri non visto in altre città.
E tutto questo ha una spiegazione proprio nel ricchissimo sottobosco che prolifera, che deve proliferare, all’ombra dei grandi boschi romani. Prendiamo come esempio un deputato alla prima Legislatura, che arriva a Roma da un collegio delle Langhe. Ha bisogno di un alloggio, di qualcuno che gli stiri le camicie, gli lavi la biancheria, di un medico, di un dentista, perché capita sempre che arriva il mal di denti nel momento meno opportuno. Appena può, trasferisce anche la moglie a Roma. Eccoci al punto: lei insegna in una scuola delle Langhe, ha quasi maturato gli anni di servizio necessari per chiedere un trasferimento, sarebbe proprio l’ideale.
Viene a Roma, le andrebbe bene anche una scuola in periferia, ha sempre avuto una propensione per il settore sociale. Il deputato è o non è un deputato? E allora comincerà ad agitarsi per il trasferimento della cara consorte: chiederà al collega della Commissione Istruzione, poi al dirigente del Ministero, infine arriverà alla persona «giusta» per avviare la trafila del trasferimento, magari con un’assegnazione temporanea, poi si vedrà. Tutto lecito, tutto comprensibile. Ma tutto si svolge a Roma, e i deputati fino ad oggi sono 630, più 315 senatori.
Lasciamo da parte una percentuale già ben insediata nella capitale da tempo immemorabile; un’altra percentuale che non si sogna di portarsi la moglie al seguito; e chi non è sposato in un modo o nell’altro. Tirate le somme, rimangono almeno 500 persone che si agiteranno per avere, giustamente, la famiglia con sé. Anni fa incontrai l’allora provveditore agli Studi della capitale, nel suo ufficio di Via Pianciani, dietro Viale Manzoni. Sconfortato, mi confidò che passava gran parte del proprio tempo a sistemare le insegnanti mogli di deputati e senatori. Al poverino, con somma ingratitudine, non fecero fare neanche un po’ di carriera, relegandolo a una Direzione generale del Ministero senza deleghe.
Pensiamo a quante persone si saranno interessate del trasferimento della signora in una scuola della capitale: dal collega in Parlamento al direttore del Ministero competente, dalla segretaria solerte e attenta al provveditore, poi al preside che fa spazio compiacente, agli altri docenti che l’accolgono. Questo per non includere qualche passaggio, ad alcuni sempre assai caro, attraverso le Mura vaticane, dove l’impossibile sembra diventare un po’ più possibile, con grande soddisfazione di tutti. È chiaro che a Roma si parla di politica, di politici, di mogli di politici, di salotti di politica, di ogni sussulto che tocchi dal segretario cittadino al presidente del Municipio, dall’architetto che dirige l’Urbanistica al direttore del Catasto.
Come si fa a non parlare di politica, o meglio dei politici, a Roma? E come si fa a governare una città dove tutti comandano o pretendono di comandare? Mi permetto un encomio speciale al sindaco della capitale, chiunque egli sia, per il solo fatto che abbia accettato di mettersi a capo di un’Amministrazione così complessa e difficile da esercitare.
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