Associazionismo cooperativo
tra risultati
imprenditoriali
e finalità sociali
Ivano Barberini, presidente dell'Alleanza Cooperativa Internazionale e dell'Archivio Disarmo

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iclicamente, il grande tema dell’etica negli affari si ripropone con forza, anima il dibattito politico, influenza il comportamento dei cittadini e la revisione delle strategie imprenditoriali. In anni recenti il mondo è stato scosso dagli scandali provocati da alcune multinazionali - Enron, Worldcom, Parmalat, Ahold, Cirio -; negli ultimi mesi sono le vicende bancarie italiane a sollevare il tema della trasparenza e della correttezza nelle relazioni economiche e finanziarie. Anche la cooperazione è oggetto di un’accesa discussione in virtù della vicenda Unipol-Banca Nazionale del Lavoro. Su un versante diverso la coscienza dell’interdipendenza e dell’insostenibilità delle enormi distanze sociali motiva i consumatori e le imprese socialmente responsabili a favorire l’affermarsi di comportamenti etici nei metodi di produzione e nelle relazioni tra i Paesi ricchi e quelli poveri.
Segnali incoraggianti vengono da ricerche condotte in Francia e in Italia. Esse evidenziano la disponibilità dei consumatori a sostenere lo sviluppo del commercio equo e solidale, per ragioni etiche. In Francia, il 49 per cento dichiara di aver comprato prodotti con l’etichetta «Fair trade», mentre il 76 per cento è pronto a pagare un prezzo più alto per i prodotti importati se i produttori locali sono giustamente ricompensati. Solo cinque anni fa quest’ultima percentuale era pari al 9 per cento e nel 2003 pari al 56 per cento. Si tratta di una crescita costante, confermata dai dati relativi all’aumento del Fair trade a livello mondiale: nel 2004 risultava triplicato rispetto al 2001. I dati relativi ai consumatori italiani non sono meno significativi: il 21 per cento ha dichiarato di avere boicottato prodotti non rispettosi degli indispensabili principi etici; il 60 per cento è disponibile ad aumentare gli acquisti da imprese «socialmente impegnate» e l’82 per cento di una marca associata a «proposte sociali» (a parità di prezzo e qualità).
Dal canto loro alcune multinazionali - dalla Nestlé alla Exxon, dalla Mitsubishi alla Citigroup -, esaltano la responsabilità sociale dell’impresa, impegnandosi a sviluppare iniziative coerenti ed efficaci.
Il movimento cooperativo vive questa nuova situazione sia come una sfida verso se stesso sia come una competizione nel mercato centrata su valori sociali ed etici. È sul terreno dell’etica della responsabilità - la trasparenza e il rispetto degli impegni - che la cooperazione può rendere evidente il proprio vantaggio comparativo: includere i valori sociali nell’attività quali fattori permanenti e inscindibili, rispetto alle imprese che li adottano semplicemente nelle strategie di marketing, fondate perciò sulla convenienza del momento.
Su questi temi si è svolto, nel novembre scorso, un interessante convegno, promosso dalla Legacoop in collaborazione con l’Alleanza Cooperativa Internazionale, con un titolo provocatorio ed esplicito nella scelta di campo: «Nel mondo per fruttare. L’etica cooperativa in un mondo senza frontiere». Punto di riferimento nelle varie esperienze raccontate è stato il sistema di relazioni tra le cooperative del Nord e del Sud del mondo con esempi di grande significato. Tra i tanti, quello del Conapi che associa insieme ai suoi 600 soci-apicoltori di varie regioni italiane, 8 cooperative e associazioni di produttori biologici di alcuni Paesi sudamericani, inserendo un loro rappresentante nel Consiglio di amministrazione.
Quelle scelte rappresentano una significativa testimonianza dell’effettiva fusione tra i risultati imprenditoriali e le finalità sociali che sono la ragion d’essere dell’associazionismo cooperativo e i pilastri della cultura di impresa. Essa è una risorsa decisiva. La coerenza tra valori e realizzazioni non è un diversivo ma il filo conduttore del discorso sul ruolo sociale dell’impresa, sulla sua capacità di rispondere ai bisogni e di orientare la crescita economica secondo principi di equità e trasparenza. Qui si ritrova il plusvalore della cooperazione da preservare con fermezza e coerenza. Quando quella cultura di impresa muore, può nascere la tentazione di partecipare alle rendite eventualmente esistenti nel mercato con danni enormi alla reputazione non solo della cooperativa interessata ma della cooperazione in genere.
Sin dalle lontane origini, le cooperative sono considerate un «movimento» o un «sistema» di imprese che accomuna ogni esperienza nella stessa immagine e negli stessi valori. Il movimento cooperativo rappresenta perciò una realtà molto complessa. Per comprendere le ragioni del suo agire e le vie del cambiamento, va osservato senza pregiudizi. Dovrebbe essere ormai acquisito il fatto che l’impresa cooperativa, per assicurare un vantaggio mutualistico ai soci, deve tendere all’eccellenza imprenditoriale e all’affermazione di un’alta visibilità sociale, in situazioni socio-economiche costantemente in divenire. Parti essenziali di queste strategie sono la giusta dimensione di impresa e l’osservanza di valori capaci di dire qualcosa di utile e di nuovo ai soci e alla comunità.
Vi sono sempre questioni, concrete e difficili, da risolvere riguardanti la leadership, le scelte strategiche, l’equilibrio tra vantaggio immediato per i soci e investimento per lo sviluppo futuro che mettono a dura prova il buon governo cooperativo. Sono problemi che mettono in luce contraddizioni di difficile gestione. È inevitabile che si sviluppino discussioni vigorose tra i dirigenti della cooperativa e più in generale tra i cooperatori, come tra quanti avversano la cooperazione o la considerano una risorsa di interesse generale.
Il processo che ha portato la cooperazione di consumatori italiana a divenire leader di mercato, attraverso la fusione di oltre 3 mila piccole cooperative e la chiusura o concentrazione di 7 mila negozi è avvenuto attraverso una discussione partecipata da decine di migliaia di soci. Chi non ha seguito questa strada, in Italia e in Europa, è scomparso dal mercato. La cooperazione solleva grandi aspettative, al di sopra di quello che è in grado di realizzare interamente e soprattutto nel breve periodo.
Inoltre, poiché non si può mai escludere il verificarsi, all’interno di una realtà così complessa, di errori di strategia o anche di comportamenti non etici, si può essere indotti a esprimere giudizi sommari e assoluti. Occorre, per contro, collocare tutte le forme di impresa sullo stesso piano per quanto riguarda le regole di mercato, la misurazione della funzione sociale e del rispetto dei principi etici. È su questa base che il confronto va attivato per valutarne la reale collocazione sociale e il ruolo esercitato nell’economia. In ogni caso l’etica della responsabilità conviene al movimento cooperativo perché meglio interpreta i sentimenti dei cooperatori e risponde ai bisogni della società.
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