FEDERICO VECCHIONI:
FINANZIARIA 2006
UNA GRANDE OCCASIONE
PER L'AGRICOLTURA
Federico Vecchioni, presidente
della Confagricoltura

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aureato in Scienze agrarie e titolare di un’azienda olivicola in provincia di Grosseto, Federico Vecchioni è il presidente della Confederazione Generale dell’Agricoltura Italiana, conosciuta anche come Confagricoltura. L’organizzazione raggruppa le imprese agricole iscritte in 19 Federazione regionali che promuovono, assistono e coordinano le attività economiche dei soci, rappresentano e tutelano le imprese associate, forniscono una serie di servizi come consulenze legali, informazione economica, formazione e assistenza tecnica per la gestione dell’azienda agricola, gestione del personale e dei libri-paga, assistenza fiscale e tributaria. La Confagricoltura, inoltre, compie analisi congiunturali e di mercato sulle singole produzioni a livello nazionale e internazionale. In questa intervista il presidente Vecchioni fa il punto sull’andamento, sulle difficoltà che incontra e sulle prospettive del settore agricolo nazionale.
Domanda. Qual’è la situazione del settore agricolo?
Risposta. Siamo preoccupati per le difficoltà, incontrate in particolare dalle imprese ortofrutticole nei mesi estivi, di accedere al mercato e di essere competitive nei confronti di merci provenienti dall’estero. La mancata aggregazione dell’offerta penalizza in maniera sempre più pesante i prodotti ortofrutticoli nazionali, per cui riteniamo che il Governo debba affrontare decisamente il problema dei costi. La concorrenza straniera è favorita dai bassi costi di produzione, dalla capacità dei prodotti di penetrare nei mercati e da un’organizzazione logistica efficiente. Per questo le imprese agricole italiane, in particolar modo quelle ortofrutticole, hanno bisogno di misure che favoriscano un loro adeguato dimensionamento, una riduzione del costo della manodopera, mediante un alleggerimento degli oneri previdenziali. La Confagricoltura ritiene indispensabile un impegno del ministro Gianni Alemanno per il rilancio del settore, in vista della riforma del mercato ortofrutticolo che l’Unione europea varerà nel 2006: anche se quella regolamentazione potrà avere aggiustamenti successivi, riteniamo che debba essere attentamente seguita sin da ora dall’Italia, per consentire ai produttori ortofrutticoli di far fronte alle crisi, di programmare l’offerta, di renderla più rispondente alle attuali richieste del mercato.
D. Quali misure chiedete?
R. Le difficoltà di questi mesi dimostrano che le crisi dell’agricoltura si ripercuotono sull’intero sistema economico, per cui la miglior risposta è l’inserimento di questo settore nella politica economica del Paese. Occorre essere consapevoli delle conseguenze sull’occupazione nell’indotto dell’industria alimentare e non alimentare, in particolar modo nella produzione di macchine agricole. Riteniamo necessaria l’adozione, nell’ambito della Finanziaria 2006, di misure non più procrastinabili: come la riforma della previdenza agricola che attendiamo da cinque anni, e la possibilità per le aziende di ridurre gli oneri per l’assunzione di manodopera, indispensabile risposta al generale aumento dei costi di produzione che contraddistingue l’agricoltura italiana. Riteniamo inoltre la prossima Finanziaria anche un’occasione per stabilire linee guida per la diversificazione dell’attività agricola.
D. Diversificare in che modo?
R. Aggiungendo alla fornitura di materie prime all’industria alimentare la prestazione di servizi ai cittadini. Sotto questo profilo il settore energetico dimostra come l’agricoltura multifunzionale serva alle imprese e ai consumatori contribuendo all’autoproduzione di energia elettrica, diminuendone il prelievo dalla rete nazionale, fornendo materie prime per la produzione di carburanti vegetali a basso inquinamento ambientale e di energia, riducendo i costi gravanti sulla collettività. La Finanziaria costituisce un’occasione per lo sviluppo dei biocarburanti attraverso una defiscalizzazione pluriennale che garantisca all’industria la stabilità normativa necessaria a realizzare investimenti; se l’industria non ha un quadro di norme chiare, la sua possibilità di attuare nuovi investimenti è grandemente ridotta.
D. Non è stato sufficiente il recente decreto di regolazione di mercati?
R. Con esso il Ministero dell’Agricoltura ha creato un quadro di norme utili per gli accordi di filiera; ma occorre incentivare in particolar modo la produzione di biocarburanti e il collegamento stretto tra le compagini industriale, agricola e distributiva, perché la defiscalizzazione ha un senso se avvantaggia un settore che si approvvigiona delle materie prime sul mercato nazionale; defiscalizzare un biodiesel prodotto con olio di colza proveniente dall’estero significa beneficare aziende che nulla hanno a che vedere con la produzione nazionale; la defiscalizzazione deve indirizzarsi al settore agricolo nazionale in quanto fonte di approvvigionamento di materia prima.
D. Qual’è la situazione in Europa?
R. L’appuntamento della Finanziaria deve servire anche a metterci in linea con l’Unione europea che ha conferito una priorità alle bioenergie definendo parametri di miscelazione essenziali. Oggi molti Paesi, tra cui Germania, Francia, Austria e Stati Uniti, si stanno muovendo in questa direzione. È un’opportunità che l’Italia non può permettersi di perdere. Ci rendiamo conto della scarsità di risorse finanziarie a disposizione del Governo, ma ciò non toglie che possano avviarsi iniziative in materia di previdenza e di defiscalizzazione dei carburanti.
D. Quali sono le prospettive?
R. Nei mesi autunnali, a livello europeo si svolgeranno appuntamenti essenziali per l’agricoltura; uno è finalizzato alla preparazione del vertice di Hong Kong dell’8 dicembre, tappa fondamentale per stabilire regole internazionali che diano alle nostre produzioni ad alto valore aggiunto, in particolare ai prodotti Doc e Dgp, la certezza di accesso al mercato attraverso il riconoscimento del Registro multilaterale della denominazione di origine, che rappresenta una svolta fondamentale per la forte liberalizzazione delle merci provenienti da Paesi meno avanzati; per l’apertura dell’Europa, però, dovrà tenersi conto di quanto questa ha già fatto, perché già oggi è il primo importatore di prodotti alimentari del mondo, superando addirittura Stati Uniti e Giappone messi insieme.
D. Penalizzeranno l’Italia le decisioni del vertice di Hong Kong?
R. L’Europa ha già varato tre riforme della politica agricola comunitaria, che dovrebbero porla al sicuro visti gli sforzi compiuti per ridurre l’integrazione di reddito concessa in passato al mondo agricolo; tuttavia riteniamo che nel vertice di Hong Kong la Commissione europea debba essere assolutamente affiancata dal Consiglio dei ministri europei e avere possibilità di trattativa molto limitate. Intravediamo infatti gli Stati Uniti molto agguerriti, in un G 20 rappresentato dai Paesi meno avanzati e dagli Acp, cioè Africa, Caraibi e Paesi del Pacifico, secondo i quali l’Unione europea dovrebbe abbandonare la politica agricola comunitaria da essi ritenuta eccessivamente protezionista. Ad Hong Kong si giocherà il futuro della competitività agroalimentare; occorrerà una grande attenzione non solo dei ministri dell’Agricoltura e del Commercio con l’estero, ma del Governo. Gli incontri bilaterali svoltisi in Australia in vista dell’avvenimento non hanno fornito risultati tranquillizzanti, per cui attraverso il Copa, Comitato Organizzazione Professionale Agricola, la Confagricoltura si è impegnata a svolgere una forte pressione sul Governo e sulla Commissione europea affinché si dia la giusta considerazione al sistema agroalimentare europeo, tenendo presente che la crescita dei Paesi meno avanzati non si ottiene con l’apertura indiscriminata delle frontiere. Uno dei Paesi più competitivi è il Brasile che sta superando di gran lunga le produzioni agricole di molti Paesi europei; ma considerarlo «meno avanzato» è assolutamente improprio, perché non presenta le caratteristiche sociali ed economiche dei Paesi del Centro Africa. L’atteggiamento dell’Europa sarà pertanto essenziale.
D. Come aumentare la competitività del sistema agricolo e agroalimentare?
R. Attraverso un giusto dosaggio di politiche agricole nazionale, europea e internazionale; solo se collocato nel sistema economico esso può e deve ricevere attenzione da parte del mondo politico. Finora mezzi di informazione generici e superficiali l’hanno descritto arretrato, incapace di quelle innovazioni dirette a dare alla collettività sicurezza alimentare, tutela del paesaggio, miglioramento delle produzioni, qualità; obiettivi che richiedono comunque il suo inserimento nel sistema economico. L’agricoltura italiana ha compiuto una scelta passando, dal 1957 a oggi, dalla produzione di quantità a quella di qualità e di sicurezza alimentare; questo risultato è stato raggiunto attraverso riforme giudicate positive dagli imprenditori agricoli degli Stati Uniti; ma per continuare in questa strada non va messo a repentaglio l’equilibrio del mercato europeo, soggetto a tante norme sanitarie e sociali, a diritti dei lavoratori e a regole commerciali. Questo panorama di regole va preservato se il mercato è considerato indipendente; non è corretto considerarlo uno strumento per migliorare le condizioni di vita ed economiche di altri Paesi.
D. Cosa chiede al Governo la Confagricoltura?
R. Poiché rappresenta imprese agricole che svolgono un ruolo produttivo ma che sono consapevoli anche del ruolo sociale che hanno nel Paese, chiede che siano forniti ad esse gli strumenti per reggere sui mercati e per aprirne altri, in particolare nei Paesi emergenti. Per questo sono necessarie la diversificazione delle attività, la specializzazione delle stesse, il collegamento dei distretti agricoli con l’industria, il potenziamento delle grandi filiere agroindustriali. Oggi l’agricoltura non è più un settore a se stante. I rapporti con le altre organizzazioni sono determinanti. Una riforma del sistema previdenziale serve a rendere l’occupazione nel comparto agricolo più serena e probabilmente più consistente sotto il profilo numerico. Con la ridefinizione delle prestazioni temporanee, le assunzioni a termine possono aumentare l’occupazione nell’agricoltura ma soprattutto renderla meno onerosa per il settore pubblico.
D. Che cosa fate per incentivare l’ammodernamento colturale?
R. La Confederazione sostiene la qualificazione e il miglioramento delle produzioni, come è avvenuto per le grandi produzioni vitivinicole, olivicole e lattiero-casearie. Il suo obiettivo è la tutela dell’impresa e dell’imprenditore, perché la competitività dipende dal capitale umano; per questo ci siamo assunti il compito di curare la formazione dei nostri imprenditori e di chi lavora per loro. È errato ritenere ancora l’agricoltura un settore che non ha fatto della ricerca uno strumento di competitività. Per legare le nostre imprese al mondo scientifico la Confagricoltura punta a stringere convenzioni con le Università e le Agenzie regionali di sperimentazione; è una collaborazione da sviluppare perché l’innovazione è il risultato di ricerca applicata.
D. In che consiste la formazione?
R. Ad esempio, ci siamo posti l’obiettivo di fornire un’impalcatura più solida alla contrattualistica; non vogliamo entrare in merito delle singole contrattazioni, ma fornire un quadro all’interno del quale il mondo della produzione possa muoversi anche per stabilire un rapporto costruttivo con la grande distribuzione, che ha una connotazione sempre più straniera. A latere di questo la Confederazione è impegnata a organizzare iniziative specifiche per fornire agli associati strumenti di tutela e di valorizzazione delle produzioni a livello internazionale, dove la concorrenza è sempre più pericolosa.
D. Come combattete le imitazioni di prodotti tipici italiani?
R. Il Registro multilaterale delle denominazioni dovrebbe servire proprio a impedire la produzione all’estero di Parmesan, di Brunello fatto in Australia, di Pecorino romano made in Brasile. La tutela delle produzioni nazionali costituisce per noi un’azione prioritaria, con la consapevolezza che comunque la difesa migliore si fa con gli strumenti di mercato: internazionalizzazione, relazioni commerciali, rapporti con il Ministero per il Commercio con l’estero.
D. Come sono i rapporti con la grande distribuzione?
R. Siamo interessati ad ampliarli sia per offrire ai vari comparti maggiori possibilità di commercializzazione dei prodotti, sia per ridurre la forbice tra i prezzi sul campo e quelli sulla tavola. Per ottenere questo riteniamo di dover avere con la grande distribuzione un dialogo più costante e continuo, e a tal fine abbiamo concordato un protocollo di intesa che presenteremo prossimamente e che riguarda soprattutto le produzioni ad alto valore aggiunto dei comparti vitivinicolo, olivicolo, lattiero-caseario, ma anche zootecnico.
D. L’agriturismo è una diversificazione valida?
R. Certo, anche se erroneamente le viene rimproverata da qualcuno la perdita della matrice agricola. Se diversificare significa organizzare i diversi fattori produttivi in modo da soddisfare le nuove esigenze del mercato, l’agriturismo ha avvicinato l’impresa agricola al mondo dei servizi, ha consentito un aumento del numero delle imprese, ha contribuito al recupero del patrimonio edilizio, ha migliorato il patrimonio ambientale, ha attuato gli obiettivi di sviluppo rurale dell’Unione europea..
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