ADOLFO
URSO : EUROPA
PIU' LARGA, UN'OPPORTUNITA' PER IL MADE IN ITALY
di
Ugo Naldi

Il
viceministro per il Commercio con l'Estero Adolfo Urso
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e
il commercio interno langue a causa del contenimento dei consumi attuato
dalle famiglie e del calo di approvvigionamenti deciso dalle imprese in
relazione all’aumento dei prezzi e all’ondata inflazionistica
innescata dall’introduzione dell’euro, qual è l’andamento
del commercio con l’estero? Si tratta di un’attività
anch’essa penalizzata dall’euro, e più precisamente
dall’apprezzamento di questa moneta rispetto al dollaro. In passato,
prima della moneta unica europea, nelle fasi di congiuntura negativa bastava
ai governanti italiani svalutare un minimo la lira rispetto alle altre
valute, per ribaltare in 5 o 6 mesi la situazione. Aumentavano di colpo
le esportazioni di merci e gli arrivi di turisti stranieri, diminuivano
le importazioni di prodotti stranieri e i viaggi degli italiani all’estero.
A causa dell’euro questa valvola non c’è più
mentre, in attesa dei vantaggi promessi, l’adesione all’Unione
europea comporta sacrifici maggiori per gli italiani. Inoltre è
aumentata a dismisura la concorrenza dei Paesi a basso costo di manodopera.
In questa situazione un rappresentante del Governo italiano gira per il
mondo per sostenere il prodotto italiano, aumentarne la presenza, promuoverne
l’immagine, elevarne la qualità, incrementarne le vendite,
fronteggiare la concorrenza, aiutare le imprese italiane. È l’instancabile
viceministro per il Commercio con l’Estero Adolfo Urso, di Alleanza
Nazionale, che in questa intervista fa il punto sulla situazione e sulle
prospettive del settore.
Domanda. Il tessuto economico italiano è in gran
parte caratterizzato da piccole e medie imprese. Cosa significa lavorare
per la loro internazionalizzazione? Le limitate dimensioni sono un ostacolo
o un vantaggio?
Risposta. L’internazionalizzazione rappresenta
una scelta strategica obbligata per le imprese che vogliono sostenere
un ruolo di protagonista e quindi crescere, migliorare e affermarsi nei
nuovi scenari mondiali. Il pacchetto di interventi inserito dal Governo
nella Finanziaria 2004 per dare ulteriore sostegno alle esportazioni comprende
una serie di incentivi per le imprese che vogliono operare anche all’estero
attraverso dei raggruppamenti, oltre a un finanziamento aggiuntivo per
i centri di ricerca; ma questo purché l’espansione delle
imprese all’estero non pregiudichi i livelli occupazionali in Italia.
Al contrario, vengono scoraggiati i fenomeni di trasferimento totale.
Nel pacchetto rientrano lo sviluppo di «Sportelli Italia»
nel mondo, le norme per la difesa dei prodotti italiani dalle contraffazioni
e la creazione di un fondo straordinario di promozione del made in Italy
per la realizzazione di progetti speciali. L’obiettivo è
concentrare in un unico strumento operativo tutta l’attività
di sostegno all’imprenditoria italiana che si rivolge all’estero.
Le piccole imprese, che spesso appaiono più svantaggiate nel processo
di internazionalizzazione, da oggi dispongono di strumenti concreti per
esportare e investire all’estero. Non dimentichiamo, infine, la
possibilità che hanno di associarsi in consorzi, per unire le forze
e le risorse e non cadere vittime del nanismo.
D. La Lega Nord è contro l’ipotesi di un
ingresso della Turchia nell’Unione europea. Ritiene utile un referendum
per conoscere il pensiero degli italiani?
R. Lo ritengo del tutto inutile. Il Parlamento ha tutta
la sovranità per decidere su questo tema, e peraltro a larghissima
maggioranza. Penso comunque che il risultato sarebbe favorevole all’ingresso
della Turchia, perché è nell’interesse del nostro
Paese. La Turchia costituisce per l’Italia una priorità dal
punto di vista economico, perché è il partner nei confronti
del quale le nostre esportazioni sono cresciute di più in assoluto,
come dimostrano i dati relativi agli ultimi anni. Noi più di altri,
in quanto popolo mediterraneo, siamo interessati all’ingresso della
Turchia nell’Unione europea, come pure all’adesione a questa
dei Paesi balcanici come Serbia, Macedonia, Albania e Bosnia. Il completamento
dell’Unione europea nel Sud-Est del continente è di interesse
strategico, geopolitico e geoeconomico per l’Italia.
D. Il 2004 sarà un anno record per il commercio
estero italiano. Eppure l’Italia sembra ancora caratterizzata da
importanti squilibri regionali e qualcuno la definisce un Paese a due
velocità. Può superarsi questa situazione?
R. Si sente dire spesso che il problema è quello
di «fare sistema», come se esistessero tanti soggetti autonomi
non coordinati. In realtà esistono già tanti sistemi in
concorrenza tra loro. Più che «fare sistema», l’obiettivo
prioritario è quello di ridurre i sistemi concorrenziali. E la
via consiste nell’aumentare la specificità di ciascun ente
e di ciascuna struttura. Gli Sportelli unici regionali costituiscono un
tentativo in questa direzione. Se in alcuni casi non funzionano o non
rispondono alle esigenze delle imprese, potrebbe dipendere da numerose
cause, inclusa la mancata specializzazione settoriale delle loro varie
componenti. Da questo punto di vista le Regioni dovrebbero avere un ruolo
chiave nel registrare i bisogni dei tessuti imprenditoriali di riferimento,
per garantire l’integrazione e la specializzazione dei soggetti
che fanno parte degli Sportelli stessi.
D. L’Unione europea favorisce od ostacola il commercio
estero italiano?
R. Soprattutto quella allargata ai dieci nuovi Paesi
rappresenta una grande opportunità per l’Italia, che ha saputo
rapidamente coglierla con il dinamismo tipico delle nostre imprese. Globalmente
negli ultimi cinque anni il nostro interscambio con i Paesi candidati
è notevolmente cresciuto e lo stesso trend si è registrato
nelle importazioni. Per di più la la presenza italiana in quei
Paesi non è fatta solo di industrie emigrate dall’Italia
e di investimenti produttivi, ma anche di servizi. Nel settore bancario,
per esempio, possiamo annotare una sorpresa positiva. Negli ultimi due
anni è nettamente aumentato il numero di partecipazioni di banche
italiane in istituti di credito esteri. Prendendo in considerazione solo
le partecipazioni superiori al 50 per cento del capitale, il loro numero
è salito da 49 a 77 tra il settembre 2000 e il settembre 2002;
è un fatto che il secondo investitore bancario straniero nell’Europa
centro-orientale sia oggi una banca italiana. Nello stesso periodo il
numero di società estere non bancarie possedute per la quota di
maggioranza da banche italiane è salito da 105 a 268.
D. È possibile rendere stabile e omogenea la presenza
italiana in quei Paesi e in quale modo?
R. È necessario realizzare presto le infrastrutture
della nuova Europa che ancora mancano. Sia quelle finanziarie e creditizie,
nelle quali stiamo recuperando, sia quelle «fisiche», dai
corridoi paneuropei a quelli marittimi mediterranei, e certamente anche
linee aree dirette che consentano di legare, e in meno tempo possibile,
le imprese madri, che resteranno in Italia, con le loro filiali fuori
confine. La presenza delle nostre banche, cioè di un desk italiano,
è decisiva per consentire alle nostre imprese, soprattutto alla
miriade di soggetti piccoli e medi, di avere le informazioni necessarie
sui loro clienti e sui loro partner, il bene più prezioso per poter
realizzare investimenti e operazioni oculate.
D. Qual è il compito dello Stato in questa nuova
fase?
R. Nella nuova Europa le istituzioni dello Stato italiano
devono garantire un adeguato livello di coordinamento e di efficienza,
necessario per cogliere le opportunità storiche che i nuovi mercati
offrono. Tra il settore pubblico e quello privato deve instaurarsi la
maggiore collaborazione possibile con reciproci vantaggi in nome dell’interesse
nazionale ed europeo. Molto spesso nella nuova Europa siamo i primi e
non lo sappiamo. È chiaro che, per poter dare al nostro Paese lo
spazio che merita in questa nuova realtà, abbiamo bisogno anche
di una nuova Italia.
D. Quali sono i principali ostacoli che frenano l’accesso
di imprese italiane nei mercati esteri?
R. In Italia non esiste solo la lentezza dello Stato
nel rispondere alle esigenze del mondo produttivo, ma anche quella di
imprese scarsamente preparate a dialogare con esso e a farsi carico di
una parte degli oneri che il processo di internazionalizzazione richiede.
Le imprese italiane, soprattutto le piccole e le medie, investono poco
in ricerca, hanno una scarsa conoscenza e una limitata capacità
di utilizzo degli strumenti di sostegno per l’internazionalizzazione,
sia italiani che comunitari. Le imprese devono aumentare la loro capacità
di analisi e di gestione dei flussi informativi, nonché dotarsi
di unità dedicate allo studio, alla ricerca e alla progettazione
nel settore degli incentivi all’internazionalizzazione e in quello
delle gare internazionali. Lo Stato può e deve aiutare questo processo,
ma troppo spesso ci troviamo di fronte all’esistenza di un gap culturale
tra le imprese italiane e quelle straniere. In altre parole, lo Stato
deve essere più efficiente ma le imprese devono essere più
informate e più tecnicamente preparate ad utilizzare gli strumenti
di sostegno per l’internazionalizzazione.
D. Quali iniziative sono state prese dal Governo per
la difesa del made in Italy?
R. L’operato del Governo si è concretato
in una forte azione internazionale affinché siano stabilite nuove
e più giuste regole del commercio mondiale; e in una serie di interventi
nazionali che hanno trovato espressione nella legge finanziaria 2004,
un vero e proprio progetto di sostegno per il made in Italy, concordato
con le associazioni di categoria per fronteggiare l’attuale fase
di emergenza e creare i presupposti per il rilancio. I nostri sforzi hanno
già fornito i primi risultati. Lo testimoniano i dati più
recenti sull’export che indicano un’evidente ripresa delle
nostre esportazioni, in particolare proprio nei mercati emergenti.
D. In particolare quali provvedimenti ha varato il Governo?
R. La destra di Governo si è impegnata su più
fronti. A livello internazionale con l’Organizzazione mondiale del
Commercio, per la tutela del diritto di proprietà intellettuale
e per le indicazioni geografiche Doc, Dop, Igp; con l’apertura dei
mercati attraverso l’abbattimento dei picchi tariffari e per garantire
effettive condizioni di reciprocità. A livello europeo con la proposta
di regolamento per rendere obbligatoria la stampigliatura su ogni prodotto
finale dell’indicazione del Paese d’origine, e con la nuova
direttiva europea sulle dogane al fine di combattere più efficacemente
la contraffazione e la concorrenza sleale.
D. E quali interventi sono stati avviati a livello nazionale?
R. Ha varato una ricca serie di iniziative. Tra esse
la creazione degli «Sportelli Italia» nel mondo, per rafforzare
l’azione di sostegno istituzionale alle imprese italiane; l’istituzione
del marchio «made in Italy» al fine di reprimere l’uso
improprio dell’indicazione d’origine nazionale; la creazione
di un fondo straordinario di promozione del made in Italy per la realizzazione
di progetti speciali; l’istituzione del Comitato nazionale anti-contraffazione;
la realizzazione di un fondo di assistenza legale per le cause internazionali;
l’apertura di desk di assistenza legale nelle sedi diplomatiche
o consolari o negli uffici dell’Istituto per il Commercio con l’estero;
l’istituzione dell’esposizione permanente del design italiano
e del made in Italy; la defiscalizzazione delle spese effettuate nella
ricerca e sviluppo, anche finalizzate alla creazione di campionari innovativi,
e delle spese per la partecipazione a manifestazioni fieristiche all’estero;
l’aumento delle risorse per le Camere di commercio e i Consorzi
export; la creazione di un fondo speciale per l’internazionalizzazione
delle imprese artigiane; la destinazione di nuovi fondi speciali per sostenere
gli investimenti all’estero attuati dalle piccole e medie imprese
al fine di creare una filiera industriale che consenta loro di conquistare
nuovi mercati; quest’ultimo provvedimento costituisce un primo,
significativo progetto che, per la qualità dell’intervento
legislativo e per le risorse finanziarie destinate ad esso, non ha precedenti
nel passato.
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