GIUSEPPE
POLITI:
FINANZIARIA NEMICA
DEGLI AGRICOLTORI

Giuseppe
Politi, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori
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conomia
e agricoltura. Lo scenario è sempre più complesso. Nuovi
problemi si sommano ai vecchi. Le difficoltà crescono e le ombre
sono molte di più delle luci. Come il settore primario può
uscire dal tunnel della crisi? L’Italia sta vivendo una difficile
transizione. Con qualche affanno è riuscita ad entrare nell’Unione
europea, ma non ha risolto i propri problemi. Non c’è dubbio
che si stanno verificando eventi che la sovrastano e le impongono condizionamenti
di ogni genere. E questo avviene ogni giorno. Tutto ciò, però,
non può costituire un alibi per non decidere, per non imprimere
una svolta radicale, per non uscire dall’emergenza. «Abbiamo
fatto presente tutto questo in più occasioni e in incontri che
abbiamo avuto con i rappresentanti del Governo, delle forze politiche
e sociali. Purtroppo, le risposte che ci attendevamo non sono venute.
E per l’agricoltura è continuata una colpevole disattenzione.
Una prova tangibile si è avuta anche con la legge finanziaria per
il 2005, consistente in una manovra di scarso spessore che ignora completamente
le questioni agricole», afferma Giuseppe Politi, presidente della
Confederazione Italiana Agricoltori.
Eletto dall’Assemblea nazionale dell’organizzazione il 28
luglio scorso, il neo presidente proviene da una famiglia di coltivatori
diretti, laureatosi in Scienze politiche, dopo un breve periodo di insegnamento
nel 1976 si impegna nell’Alleanza regionale dei contadini della
Puglia, ricoprendo l’incarico di responsabile regionale del settore
per la Sicurezza sociale e di coordinatore regionale del Patronato Inac
e dell’Associazione dei pensionati. Ha partecipato attivamente a
tutte le fasi della Costituente contadina e nel congresso di fondazione,
nel dicembre del 1977, fu eletto nella Direzione nazionale. Dal 1983 al
1999 è stato presidente regionale della Confcoltivatori prima e
della Cia dopo. Nel 1999 è stato eletto alla Presidenza nazionale,
responsabile dei settori produttivo e di mercato e, nel 2000, di quelli
organizzativo e finanziario. Dal dicembre 2002 era vicepresidente vicario
nazionale. Attualmente è anche presidente dell’Ases, Associazione
solidarietà e sviluppo. Illustra in questa intervista l’azione
svolta e in programma in difesa della categoria.
Domanda. che cosa chiedete in particolare al Governo
e al Parlamento?
Risposta. Da tempo insistiamo sull’esigenza di
individuare nuove strategie, di seguire un percorso che permetta all’agricoltura
e ai suoi imprenditori di competere con efficacia e di guardare al futuro
con nuove certezze. Abbiamo proposto lo svolgimento di una Conferenza
agraria nazionale promossa dalla Conferenza Stato-Regioni nella quale
Governo, Enti locali, organizzazioni agricole, rappresentanti del settore
agroalimentare e sindacati possano cercare le strade migliori per un effettivo
rilancio dello sviluppo dell’intero settore. In questi anni è
mancata una vera politica per l’agricoltura. È mancata una
strategia di ampio respiro. È mancato un disegno organico che coinvolgesse
tutto il sistema agricolo-alimentare. Si è vivacchiato pensando
al contingente, a superare questa o quella emergenza. Mai si è
pensato che era tempo di disegnare uno scenario nuovo per il settore.
Mai si è pensato che era diventata indispensabile una riflessione,
un momento di confronto serio e concreto per capire i cambiamenti e trovare
i rimedi per consentire agli imprenditori agricoli di operare con efficacia
e non sotto l’assillo dei problemi incombenti. Oggi abbiamo un’occasione
eccezionale per colmare la grave lacuna. Dobbiamo al più presto
creare le opportune premesse per una decisa svolta. La nostra proposta
della Conferenza è stata accolta con favore da tutti. Bisogna,
quindi, fare in maniera che il tutto si attui in tempi brevi.
D. Quali sono le risposte che attendete per i problemi
specifici?
R. La Cia ha sempre sottolineato che il settore agricolo
debba essere a pieno titolo considerato quale componente produttiva, economica
e sociale in grado di contribuire al rilancio dell’economia, alla
coesione sociale e alla crescita del Paese. Per tale ragione abbiamo evidenziato
la necessità di ridurre la pressione fiscale con la messa a regime
del sistema Iva per l’agricoltura e con la progressiva abrogazione
dell’Irap, e di attuare una fiscalità di vantaggio per le
imprese agricole del Mezzogiorno e delle zone rurali e marginali. Abbiamo
anche insistito sull’opportunità di realizzare opere infrastrutturali
indispensabili per legare le aree di produzione agricola a quelle di maggior
consumo, e reti irrigue per razionalizzare l’uso delle risorse idriche.
Nello stesso tempo abbiamo insistito sull’importanza di aumentare
le dotazioni a favore della ricerca e per il trasferimento delle innovazioni
in agricoltura, sia per andare incontro alle esigenze di modernizzazione
del settore sia in riferimento ai nuovi comparti dell’attività
agricola, quelli della sicurezza alimentare e della difesa ambientale.
D. Ritenete che queste richieste possano essere rapidamente
accolte?
R. Abbiamo in proposito notevoli preoccupazioni e dubbi.
Da questo dipende anche la nostra insistenza per voltare definitivamente
pagina. L’agricoltura italiana vive una fase di grande emergenza
e non può restare perennemente nel guado. I dati degli anni passati
e le previsioni sull’andamento agricolo per il 2004 alimentano l’allarme
per la situazione delle nostre aziende. Si tratta di cifre in rosso che
evidenziano l’impellente esigenza di cambiare registro, e a tal
fine la Conferenza sull’agricoltura costituirebbe un importante
punto di partenza.
D. Che cosa prevede al riguardo la Finanziaria per il
2005?
R. Non dà certo una mano all’agricoltura,
e neppure ad altri settori. La proposta della legge finanziaria approvata
dal Governo solleva forti preoccupazioni da almeno tre punti di vista:
prima di tutto pecca di ottimismo per quanto riguarda la crescita del
prodotto interno e il contenimento del deficit. Delinea, inoltre, una
manovra di emergenza che blocca la spesa e introduce un aumento dell’imposizione
fiscale delegato agli Enti locali e alle Regioni, oltre all’aggravio
delle tasse per le piccole imprese e per il lavoro autonomo introdotto
con la revisione degli studi di settore. Infine, con essa si rinuncia
a compiere scelte per promuovere lo sviluppo. Tale è il senso del
tetto imposto alla spesa esteso agli investimenti. Per l’agricoltura,
quindi, nessun aiuto concreto, anzi nuovi oneri.
D. Qual è il bilancio della campagna agraria 2004?
R. Decisamente contraddittorio. Non vi sono state situazioni climatiche
avverse diffuse e persistenti; la produzione per molti comparti è
in ripresa; sono aumentate le tensioni sul fronte dei prezzi all’origine;
la bilancia commerciale agroalimentare è in grave sofferenza. È
certamente azzardata una stima sintetica della campagna agraria e tuttavia,
secondo noi, il valore aggiunto dell’agricoltura dovrebbe aumentare
in termini reali di una forbice compresa tra lo 0,5 e l’1,5 per
cento. Si tratta di un’inversione rispetto alla tendenza ormai quadriennale
culminata con il crollo registratosi nel 2003, pari a un calo del 5,7
per cento rispetto all’anno prima, dovuto alle ripetute avversità
atmosferiche che hanno compromesso numerose produzioni.
D. Che cosa ha determinato o ha contribuito a determinare
tale situazione?
R. Prima di tutto c’è da rilevare una ripresa
delle produzioni significativa per alcuni comparti vegetali. Nel mais
un aumento del 29 per cento, nel frumento tenero del 16, nel frumento
duro del 25, nell’olio di oliva del 20-40 per cento, nel vino del
9 per cento. Per la macellazione si può parlare di una sostanziale
stabilità; A ciò si aggiungono due fattori negativi, un
crollo dei prezzi all’origine e l’aumento dei costi di produzione.
Il calo tendenziale dei prezzi registrato in agosto è stato del
12,5 per cento per il complesso dell’agricoltura; in particolare
del 17,4 per cento per le coltivazioni e del 4,4 per cento per gli allevamenti.
L’aumento dei costi di produzione è del 2,8 per cento su
base annua, dovuto in particolare ai concimi e ai prodotti energetici.
Le previsioni confermano quindi la forte tensione esistente nelle campagne.
Nel 2004 le imprese agricole, pur in presenza dei risultati negativi degli
anni passati, hanno confermato gli investimenti e in alcuni settori li
hanno aumentati. Considerando la produzione lorda vendibile registrata
negli ultimi anni, si presuppone che le aziende abbiano potuto investire
ricorrendo all’indebitamento con il sistema bancario.
D. Negli ultimi mesi l’aumento dei prezzi ha alimentato
pesanti polemiche. Quale ruolo ha avuto la vostra categoria?
R. La minore capacità delle nostre produzioni
di competere sui mercati internazionali e le massicce importazioni che
hanno interessato anche le nostre produzioni tradizionali hanno avuto
un effetto negativo sui prezzi realizzati alla produzione, che hanno registrato
pesanti flessioni. Proprio sul fronte dei prezzi la nostra organizzazione
si è fortemente impegnata, a livello centrale e nelle regioni,
a far comprendere all’opinione pubblica la grave situazione delle
imprese agricole che, in molti casi, devono rinunciare alla raccolta del
prodotto perché non conveniente o per mancanza della domanda da
parte del mercato. L’assurdo è che i consumatori in moltissimi
casi riducono il consumo di ortaggi, frutta e di produzioni di qualità
perché devono fare i conti con aumenti ingiustificati dei prezzi,
non compatibili con i bilanci delle famiglie, mentre i produttori agricoli
non riescono a collocare i loro prodotti a prezzi remunerativi sul mercato.
La situazione dei prezzi e la mancanza di risposte adeguate da parte del
Governo alle esigenze del settore primario ci vedranno nelle prossime
settimane fortemente impegnati per promuovere idonee iniziative sindacali
di denuncia e di proposta in tutto il territorio nazionale.
D. Qual’è la situazione della bilancia commerciale
agro-alimentare?
R. Registra un forte disavanzo. È allarmante la
riduzione di presenza nei mercati esteri specialmente con i prodotti tradizionali.
Il comparto della frutta, tradizionalmente in attivo, ha chiuso il primo
semestre 2004 con un passivo di 86,6 milioni di euro che ribalta il dato
positivo dell’anno precedente. Le esportazioni sono diminuite del
12 per cento: nei tradizionali sbocchi commerciali della Germania e della
Francia sono calate del 13 per cento, della Spagna del 28, della Gran
Bretagna del 19 per cento. Negli altri mercati la riduzione è stata
del 15 per cento. Poiché la riduzione dell’export interessa
sia i Paesi dell’area euro sia gli altri, non può essere
invocato come giustificazione il rafforzamento dell’euro sul dollaro.
Ha certamente pesato la minore capacità d’acquisto delle
famiglie; ma il dato preoccupante è che siamo di fronte all’aumento
in questi Paesi delle importazioni da Paesi nostri concorrenti come America
Latina e Cile.
D. Come migliorare la qualità dei nostri prodotti
agricoli?
R. In un mercato sempre più aperto e concorrenziale
la qualità è arma vincente. Non come nicchia di mercato,
ma come tratto distintivo di un sistema al quale ogni operatore contribuisce:
l’agricoltore, l’industria di trasformazione, la distribuzione.
Però la qualità è vincente solo se si combina con
l’innovazione nel marketing, nella comunicazione, nell’organizzazione
ecc. Solo con essa è possibile contrastare le imitazioni, recuperare
la competitività, ottenere una differenza di prezzo e un maggior
reddito per gli agricoltori. Se la base del progresso è l’innovazione
continua, deve essere sostenuta. Va abbandonato il luogo comune secondo
cui il settore agroalimentare è a tecnologia matura, quindi sempre
più soggetto alla concorrenza dei Paesi a basso costo. L’Italia
dovrebbe compiere uno sforzo non solo per entrare in settori ad alta tecnologia,
ma per rafforzare con l’innovazione quelli tradizionali, dei quali
uno dei primi è quello alimentare.
D. Quali iniziative attua la Confederazione per ridare
slancio al settore?
R. La situazione esistente nelle campagne e nelle imprese
agricole le impone uno straordinario impegno per indicare agli agricoltori
una strada che consenta di guardare al futuro con maggiori certezze in
rapporto alle scelte produttive, al reddito e in generale alle condizioni
economiche e sociali di imprese e imprenditori agricoli. Per l’agricoltura
vanno ridefiniti gli obiettivi delle politiche economiche. I dati dimostrano
che alla ripresa misurata come aumento delle quantità prodotte
non corrisponde una qualità misurata come capacità competitiva.
Parlare di un progetto per la competitività dell’agricoltura
vuol dire porre al centro dello sviluppo dell’agricoltura le imprese
e gli imprenditori agricoli. L’impresa agricola si evolve nella
struttura, nelle relazioni, nella capacità d’innovazione
ma ciò avviene con troppa lentezza. Spesso il cambiamento è
imposto dall’esterno, dalla politica agricola comunitaria e dai
negoziati commerciali multilaterali. Il cambiamento sembra derivare dalla
selezione naturale e non da un progetto. Ma la sola regola del «sopravvive
il più adatto» ha effetti talvolta devastanti sul tessuto
economico e sociale. Da questi presupposti derivano le nostre indicazioni
per una nuova politica agraria nazionale finalizzata ad accrescere e consolidare
la competitività delle imprese agricole e la loro capacità
di operare in modo concorrenziale nei mercati; a creare condizioni di
certezza per gli agricoltori che operano in un mercato sempre più
agguerrito. Per questo bisogna rilanciare la richiesta della Conferenza
nazionale organizzata dalla Conferenza Stato-Regioni.
D. Come si articola il vostro progetto?
R. I capitoli sono: innovazione tecnologica, ricerca
e servizi allo sviluppo; nuovi strumenti assicurativi e servizi finanziari;
promozione del made in Italy e dell’interprofessione; ricambio generazionale,
mobilità fondiaria e sostegno dell’agricoltura giovane; infrastrutture;
sistema di regole. Il progetto è parte di un dibattito da tempo
avviato nelle istituzioni e nelle rappresentanze sociali sulle condizioni
per «far fare un salto di qualità alla competitività
del sistema economico e rilanciare il potenziale di sviluppo del Paese».
Il documento delle associazioni d’impresa, tra le quali la Cia,
sulle «Proposte delle imprese per la competitività e il rilancio
dello sviluppo» firmato il 21 settembre scorso e presentato al Governo
nella consultazione sulla Finanziaria, anche se in maniera succinta indica
un percorso per lo sviluppo del sistema produttivo.
D. Quali posizione avete su fisco, Stato sociale, lavoro
e occupazione?
R. I rapporti tra fisco e agricoltura debbono essere
incentrati sui principi di equità, capacità contributiva
e progressività, sulla certezza del diritto e sulla semplificazione
amministrativa. La proposta del Governo di legge finanziaria per il 2005
non risponde a questi criteri, viceversa conferma la precarietà
quando si prorogano gli attuali regimi Iva e Irap. Per lo Stato sociale,
la riforma deve assicurare i diritti di tutte le generazioni e di tutta
la società, a partire dal diritto di tutti gli anziani, senza discriminazioni,
a una pensione dignitosa, in coerenza con la Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea e con le novità della Costituzione italiana
per i compiti assegnati agli Enti locali e il riconoscimento dell’azione
dei soggetti privati. Per le riforme del mercato del lavoro, deve concludersi
il lavoro di innovazione avviato; le priorità consistono nell’attivare
gli strumenti per migliorare la qualità e aumentare la quantità
dell’occupazione.
D. Come sono i rapporti all’interno del mondo agricolo?
R. La politica delle alleanze pone il problema dell’unità
del mondo agricolo, nel cui ambito è necessaria la costante ricerca
di convergenze che aiutino a tutelare meglio gli interessi degli imprenditori
agricoli e a promuovere politiche di sostegno per l’agricoltura
e lo sviluppo delle aree rurali. La promozione dell’unità
del mondo agricolo deve essere inserita in un impegno per il rilancio
del settore nell’ambito del nuovo quadro istituzionale che si va
delineando, quello del federalismo.
D. Come il sistema economico italiano può uscire
dallo stallo?
R. Riteniamo superato il Patto per l’Italia e concordiamo
sulla necessità di un nuovo Patto sociale. Ad imporlo sono la gravità
della situazione economica in cui versa il Paese e l’esigenza sempre
più impellente di fornire risposte concrete ai nuovi bisogni delle
imprese, dando vita a un progetto adeguato a rilanciare lo sviluppo e
la competitività.
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