LUIGI
MARTINI: ALITALIA, UN'AZIONE PIU' FORTE A LIVELLO EUROPEO
di
Nicola Imberti

L’on.
Luigi Martini, componente della Commissione Trasporti della Camera dei
deputati
|
|
hissà
cosa penseranno i grandi pionieri dell’automobile e dell’aereo,
i Karl Benz, Charles Lindbergh, Eugenio Barsanti, nel vedere la drammatica
situazione odierna esistente nel settore dei trasporti. Nessun comparto
sembra salvarsi dalle difficoltà, da quello aereo a quelli su gomma
e su ferro. I tre black out verificatisi lo scorso ottobre nel giro di
24 ore nell’aeroporto di Milano Linate, la notizia delle 98 collisioni
tra aerei sfiorate negli ultimi tre anni, gli incidenti che sembrano non
diminuire, la crisi delle aziende più rappresentative: tutto ciò
rivela una lenta, insidiosa, progressiva malattia del settore. Ma poi
è veramente così? L’abbiamo chiesto all’on.
Luigi Martini di Alleanza Nazionale, componente della Commissione Trasporti,
Poste e Telecomunicazioni della Camera dei deputati. Ecco che cosa ci
ha risposto.
Domanda. Secondo alcuni, la crisi del trasporto aereo
sembra ormai irreversibile. Cosa ne pensa?
Risposta. Nel nostro Paese il processo di liberalizzazione
è in corso solo da due o tre anni. Negli Stati Uniti tutto ciò
accadde una ventina di anni fa, credo durante la presidenza di Ronald
Reagan. In quel periodo si decise di liberalizzare le rotte. Contemporaneamente,
l’avvio di questo processo favorì la nascita di una serie
di nuove compagnie, che cominciarono a fare concorrenza alle grandi soprattutto
nelle tariffe. Dove sta il problema? Nel fatto che, a un abbassamento
generalizzato dei costi, ha corrisposto una drammatica riduzione del livello
di sicurezza dei voli. La sicurezza, infatti, costituisce una delle principali
voci di spesa per una società aerea. Sicurezza significa addestramento
del personale, pezzi di ricambio, programmazione e pianificazione del
volo tenendo conto di tutti i fattori di rischio ecc. Tutto questo ha
un costo; se si taglia per essere più competitivi, si abbassa automaticamente
il livello di sicurezza del volo. Quello che è già accaduto
negli Stati Uniti sta succedendo oggi anche da noi. Si tratta di un processo
che ha colto di sorpresa anche le autorità preposte al controllo
della sicurezza del volo. L’Enac, per esempio, comincia adesso ad
organizzarsi. Così come l’Enav che presto doterà gli
aeroporti di radar dell’ultima generazione in grado di controllare
e identificare anche i velivoli a terra. In questo modo, anche in condizioni
di scarsa visibilità, si potrà intervenire per evitare errori
simili a quello che provocò la tragedia di Linate. È chiaro
che per realizzare questa riorganizzazione occorrono fondi. Il Governo
deve assolutamente mettere a disposizione fondi per l’acquisto di
mezzi e per nuove assunzioni. Purtroppo stiamo parlando di un processo
che va verificato continuamente; non farlo significherebbe perdere un’occasione.
D. Che cosa si sta facendo per uscire dalla crisi economica
che ha colpito il trasporto aereo?
R. La crisi del settore è cominciata dopo l’attentato
alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Quella tragedia
non solo ha condizionato il traffico aereo generando una crescente paura
nei passeggeri che viaggiavano verso destinazioni ritenute a rischio,
in particolare Stati Uniti e Medio Oriente, ma ha anche pesato sul costo
del carburante che è salito dai 25 dollari al barile ai 54 attuali.
Per una compagnia aerea il carburante rappresenta un costo variabile il
cui peso è difficilmente quantificabile. Se si considera che i
margini di utile sono veramente esigui, è chiaro che, se uno dei
fattori balza così in alto, gli effetti sono drammatici. In Italia,
ad esempio, tutte le compagnie aeree, compresa l’Alitalia, versano
oggi in grandissime difficoltà, ma la situazione non è migliore
nel resto del mondo. Grandi compagnie aeree americane stanno portando,
come si dice, i libri in Tribunale, ossia stanno fallendo. In Europa la
situazione è leggermente diversa: vi sono tre grandi compagnie
dominanti, la British Airways, la Lufthansa e l’Air France - quest’ultima
può contare su un sostegno di Stato «mascherato» -,
ma se non si rivedono gli accordi siglati con l’Unione europea sarà
molto difficile uscire da questo pantano. La mia previsione è tutt’altro
che rosea: se non si modificano quei patti, esiste il forte rischio che,
in un futuro molto prossimo, collassi l’intero sistema.
D. Lei ha puntato il dito sulle compagnie che, comprimendo
i costi, riducono il livello di sicurezza del volo. Eppure una compagnia
distintasi in questa politica non ha mai avuto incidenti. Come lo spiega?
R. Non è mia intenzione puntare il dito contro
le compagnie a basse tariffe e tanto meno contro una di esse. È
ovvio che una compagnia possa praticare una tariffa molto bassa riuscendo
tuttavia a rispettare gli standard di sicurezza. Non penso che si tratti
di compagnie che vivono nell’illegalità. Mi limito a dire
che il sistema nel suo insieme è in grande sofferenza e questo
coincide con una progressiva compressione della sicurezza. Quella compagnia
in particolare può volare e mantenere gli standard di sicurezza
perché ha dietro grandi capitali e attua una politica che consiste
nel guadagnare poco su moltissimi voli. Il problema è che essa
opera in uno spazio aereo in cui operano varie altre compagnie che non
hanno finanziatori alle spalle e non riescono a mantenere elevati standard
di sicurezza. Possono essere anche solo due gli aerei non sicuri, ma essi
volano nello stesso cielo degli altri.
D. Nei mesi scorsi l’amministratore delegato dell’Alitalia
Giancarlo Cimoli ha attaccato il partito trasversale che voleva la liquidazione
della società. Che può dire della situazione della compagnia?
R. La crisi dell’Alitalia si trascina da lungo
tempo. È la compagnia più penalizzata in Europa dal sistema
della concorrenza. Una grande responsabilità della crisi ricade
però sul vecchio metodo di gestione. In passato l’Alitalia
era un’azienda di Stato e come tale veniva gestita. I sindacati
avevano un ruolo determinante nella sua conduzione, non perché
fossero loro a prendere le decisioni ma perché nella contrattazione,
se non erano d’accordo, non si risolvevano i problemi. Tra l’altro
l’azionista non era vigile ed essi decidevano il bello e il cattivo
tempo. Ci sarà pure un motivo se l’Alitalia, che aveva l’80
per cento del traffico nazionale, oggi ne ha solo il 40 per cento. Cimoli
ha capito la situazione e ha avviato un nuovo metodo nelle trattative
con i sindacati. I quali bisogna riconoscere che hanno dimostrato una
grande maturità, direi quasi inaspettata. Certamente il nuovo sistema
non è ancora sufficiente, ma è un passo importante verso
la costruzione di un’azienda nuova, più snella, in grado
di competere anche con le compagnie a basse tariffe. C’è
ancora tanto margine sul quale occorre lavorare.
D. Esiste un partito trasversale ad essa contrario? E
qual è?
R. Esiste certo. Ricordo un’intervista del presidente
della British Italia che per primo disse: «Sarei felice di partecipare
al funerale dell’Alitalia». È evidente che, se scomparisse
l’Alitalia, la British sarebbe contenta perché potrebbe spartirsi,
con le altre grandi compagnie europee, il mercato più interessante
d’Europa: i passeggeri che da Milano e Roma volano verso Francia,
Inghilterra e Germania. Parlo di milioni di trasportati. L’Italia,
quindi, subisce la pressione delle grandi compagnie. Il partito trasversale
non solo esiste, ma trova una sponda anche nell’Unione europea.
Vorrei ricordare che la crisi dell’Alitalia comincia con il fallimento
del progetto Malpensa.
D. Per quale motivo?
R. L’allora amministratore delegato Domenico Cempella
ebbe un’idea ottima: conquistare quei due milioni di passeggeri
che ogni giorno partono da Milano per andare in Europa, e poi al di là
dell’oceano, senza servirsi dell’Alitalia. C’erano,
e ci sono ancora, due milioni di passeggeri «importanti» che,
per andare oltreoceano e per spostarsi in Europa, non usano l’Alitalia.
Cempella pensò di servirli costruendo un grande aeroporto nel Nord,
perché Linate non permetteva agli aerei di decollare e di atterrare.
Da Malpensa avrebbero raggiunto direttamente l’oltreoceano senza
scali. Quel progetto fu bloccato dalla lobby europea guidata dalla British,
che decise di riattivare Linate. La riapertura di questo aeroporto ha
affossato il progetto della Malpensa e avviato la crisi dell’Alitalia.
D. Che fece il Governo italiano?
R. Quello di allora ha una grande responsabilità,
perché non ebbe la forza di difendere il progetto. Devo ammettere
che, nella prima fase, il ministro dei Trasporti Claudio Burlando operò
bene, ma la situazione peggiorò con il Governo D’Alema, il
cui ministro Pierluigi Bersani acconsentì a riaprire Linate. Quella
riapertura ha deviato, a favore di British, Lufthansa e Air France, il
traffico che Alitalia avrebbe potuto conquistare con il progetto Malpensa.
Oggi non è cambiato nulla, tanto che l’Unione europea ha
addirittura minacciato di indagare sul piano di risanamento dell’Alitalia.
Sta ora al Governo difendere con forza le posizioni della compagnia. Gli
altri fanno così. Il problema è che l’Europa è
ancora qualcosa di abbastanza astratto: ognuno Paese difende i propri
interessi in maniera forse più forte di prima. Dobbiamo stare attenti.
D. È possibile che alcuni esponenti del Governo
facciano parte del «partito trasversale»?
R. Nei mesi scorsi è trapelata questa indiscrezione,
ma non credo che corrisponda a verità. La ragione è semplice:
senza l’Alitalia è utopia pensare che un’altra compagnia
aerea italiana sia in grado di sostituirla. Se scomparisse, il vuoto sarebbe
riempito dagli altri concorrenti europei che si spartirebbero il bottino.
Non ritengo che nel Governo vi sia qualcuno così impreparato da
pensare che, eliminata l’Alitalia, una compagnia italiana potrà
sostituirla.
D. Mancanza di infrastrutture e caro-petrolio ostacolano
il trasporto su gomma. Cosa si sta facendo?
R. Le infrastrutture sono un problema che il Governo
ha presente come testimonia il programma Grandi Opere. Nel prossimo futuro
molte strade saranno ampliate, molte autostrade costruite. È ancora
forte l’interesse del partito ambientalista che, in nome dell’ecologia,
spesso impedisce o ritarda lo sviluppo. La necessità di opere è
impellente, in molte strade e autostrade non si circola più. Nuove
infrastrutture produrrebbero miglioramenti immediati, ma resta il problema
del carburante. Anche per intervenire in questo il Governo deve fare i
conti con l’Unione europea. Ecco perché in quella sede serve
un’azione più energica.
D. Può ritenersi scongiurata la crisi della Fiat?
R. Sarebbe un dramma se non lo fosse. È un’azienda
importante sia per l’economia sia per l’immagine del Paese.
Il Governo è molto attento alla sua situazione e credo che Luca
CorDero Di Montezemolo sia la persona ideale sia per quest’azienda
sia per la Confindustria. Mi sembra abbia la personalità, la forza
e lo spirito per far sentire la propria voce anche ai politici. Le aziende
sono legatissime alla capacità manageriali degli uomini che le
guidano, e se con la scomparsa di Gianni Agnelli si poteva temere un depauperamento
dell’immagine della Fiat, non mi sembra sia successo. Non penso
che ci ritroveremo con un’altra Alitalia che, per quanto rappresentativa
del nostro Paese, non è la Fiat.
D. Dopo il primo impatto, sembra scemato l’effetto
dell’introduzione della patente a punti. Perché?
R. Patente a punti, multe, pubblicità, limiti
di velocità non funzionano. È fin troppo evidente che prevale
la necessità di arrivare a destinazione. In Germania non vi sono
limiti di velocità e non vi sono incidenti perché le strade
sono ampie e sicure. Noi abbiamo necessità di patenti a punti e
limiti di velocità perché non abbiamo infrastrutture. Abbiamo
le strade peggiori d’Europa. Occorrono risorse finanziarie per realizzarle,
ma finché saremo costretti a fare leggi finanziarie che si limitano
a tagliare, il problema resterà irrisolto.
R. L’Unione europea rappresenta per l’Italia
un fattore di sviluppo o un freno?
D. Penso che in futuro costituirà un grande vantaggio,
ma almeno in questa fase è più un freno che un volano per
la nostra economia.
D. Perché Alleanza Nazionale, il suo partito,
non perde occasione per polemizzare con la Lega?
R. C’è una grande differenza tra le visioni
dei due partiti. Il federalismo può essere un motore per l’Italia
a condizione che non diventi un motivo di divisione del Paese. Il Sud
è per noi un punto irrinunciabile, desideriamo una devolution che
permetta a tutta l’Italia di svilupparsi. Con la Lega così
decisa a realizzare il federalismo c’è il rischio, spesso
neanche voluto, di dimenticare il Sud. Oggi le grandi potenzialità
non stanno più nel Nord, che più di così non può
svilupparsi, ma nel Sud.
|