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Alitalia: lo Stato deve aiutarla, non regalarla ai privati
di VICTOR CIUFFA |
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«Tremonti
vorrebbe, secondo me giustamente, lasciar fallire l’azienda».
Tremonti è, ovviamente, il ministro dell’Economia, rappresentante
nell’attuale maggioranza governativa di una esigua parte dell’elettorato
italiano; l’azienda è la grande e gloriosa compagnia nazionale
Alitalia, da oltre cinquant’anni al servizio di tutti indistintamente
gli italiani, simbolo del progresso economico, industriale e culturale compiuto
dal popolo italiano nell’ultimo mezzo secolo partendo da zero: anzi,
da un Paese non solo sconfitto nella seconda guerra mondiale, ma distrutto
materialmente da questa, dai bombardamenti a tappeto degli americani, dagli
attentati dei partigiani, dalle feroci rappresaglie degli occupanti nazisti,
dalla guerra civile. La suddetta frase è apparsa a fine aprile nell’articolo di fondo di un grande giornale, a firma di un suo autorevole opinionista. Il quale non ha esitato a sostenere che il Governo, essendo l’Alitalia di proprietà dello Stato italiano, dovrebbe lasciarla fallire a causa delle difficoltà finanziarie che presentemente attraversa. Liberissimo l’illustre opinionista di pensare quello che vuole; liberissimi noi di pensare che un luminare della medicina, chiamato al capezzale di un malato, o che comunque voglia esprimere il proprio parere, dovrebbe indicare le medicine per guarirlo, piuttosto che consigliare i parenti di preparare «giustamente» il funerale. Noi - e riteniamo di essere tutt’altro che soli -, sosteniamo invece non soltanto che l’Alitalia non deve fallire, ma che deve essere aiutata dal proprietario, ossia dallo Stato italiano e quindi dal Governo, ad uscire dalle difficoltà in cui l’hanno ridotta precedenti governanti. Anzi più precisamente alcuni professori che, trovatisi a sostituire i politici in un momento in cui l’inchiesta giudiziaria su tangentopoli aveva estromesso questi ultimi, hanno applicato ai beni dello Stato, ovvero al patrimonio di tutti gli italiani, ricette valide per esercitazioni teoriche nelle Facoltà di Economia - dove però si si insegnano e si studiano anche le ricette opposte -, ma lontanissime e anzi dannose per l’economia reale, ossia per i bisogni veri di una società in un determinato momento storico; bisogni che invece i politici, nonostante i loro difetti, conoscono bene e cercano di soddisfare. I risultati dell’applicazione di tali principi sono sotto gli occhi di tutti: da una parte si è attuata una svendita massiccia a pochissimi gruppi privati del ricchissimo patrimonio pubblico, quando addirittura esso non è stato regalato - il caso Telecom Italia è significativo -; dall’altro, non si è assistito alla promessa formazione di aziende in libera concorrenza sul mercato a beneficio dei consumatori, ma si sono costituiti oligopoli e cartelli che hanno dato il via, anzi, ad aumenti incontrollati e incontrollabili di prezzi e di tariffe. Insomma la liberalizzazione e la privatizzazione si sono rivelate un doppio danno e una doppia beffa per tutti gli italiani. E anche le difficoltà finanziarie dell’Alitalia sono dovute in parte a questa politica di svendita dei beni pubblici e di favori fatti a gruppi finanziari privati con una pretesa politica di liberalizzazione: pensiamo alle compagnie che riducono le tariffe grazie a ridotte garanzie di sicurezza. Ma comunque, quale sarebbe il destino dell’Alitalia se venisse accolto e attuato il consiglio di farla fallire? Lo indica lo stesso opinionista: «Il fallimento non significherebbe la fine della presenza italiana nel trasporto aereo: ci sono imprenditori pronti a rilevare velivoli e slot aeroportuali di Alitalia». Ecco la verità, altro che sottili disquisizioni accademiche, altro che teorici principi di politica economica. Ci sono imprenditori «pronti», ai quali l’eventuale fallimento dell’Alitalia serve per impadronirsi anche di questo glorioso patrimonio dello Stato, cioè di noi tutti. E hanno i loro paladini, i loro mezzi di comunicazione, i loro strumenti di pressione sull’opinione pubblica e soprattutto sul Governo e sulla classe politica. Quale migliore occasione per questi gruppi imprenditoriali, che poi sono sempre gli stessi, per impadronirsi a prezzo di fallimento dell’azienda Alitalia, non solo dei suoi aerei e dei suoi «slot» aeroportuali, ma anche e soprattutto dell’avviamento commerciale, della clientela, della rilevante posizione nel panorama aereo internazionale, della sua immagine? Si spiegano così gli interessati consigli di farla fallire, piuttosto che di aiutarla ad uscire dalle difficoltà, a sanarla, anzi a potenziarla. Ma c’è di più: c’è la ripetizione di una liturgia già seguita nelle precedenti operazioni di svendita a privati di aziende pubbliche, consistente nel far attuare all’azienda in svendita feroci tagli nei costi e soprattutto drastiche riduzioni di personale, per acquistarla poi sempre a prezzo di liquidazione. Ma se un’azienda in crisi per eccesso di spese, in particolare per sovrannumero di dipendenti, attuasse massicci licenziamenti ed eliminasse il passivo, sarebbe ancora da svendere? Non certo. Eppure liturgie del genere sono state metodicamente osservate in passato e si tenta di farlo anche con l’Alitalia. Quando in casi del genere i gruppi privati «pronti a rilevare» finiscono per essere a corto di argomenti - anche per merito dei sindacati che, difendendo i lavoratori, difendono gli utenti del servizio, gli interessi dello Stato, il patrimonio della collettività -, allora invocano un’autorità sovrannaturale, astratta, indiscutibile: l’Unione europea. La quale, a loro dire, non consente che uno Stato, ovvero l’intera popolazione di uno Stato, aiuti quella che non è solo un’azienda, un servizio pubblico, uno strumento di sicurezza in mano allo Stato stesso, ma addirittura un simbolo nazionale. Questa stortura del concetto di Unione europea introdotta a vantaggio solo di alcuni Paesi anzi di alcuni grandi gruppi economici privati non solo offusca gli ideali del Trattato di Roma, ma offende le popolazioni: oggi gli italiani, domani i tedeschi ecc. Se si tratta di clausole inserite da governanti imprevidenti nei trattati successivi, come questi sono stati fatti così devono essere modificati. Non si può più tollerare che l’Unione europea sia uno strumento in mano a potenti gruppi finanziari sempre contro e in danno dei cittadini, italiani oggi in testa. |
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