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MAURIZIO SACCONI:
NUOVE SICUREZZE PER I CITTADINI
A COMINCIARE DAL LAVORO

intervista al sottosegretario
delle Politiche sociali


Il sottosegretario al Lavoro illustra
i risultati che ha dato, nella sua prima fase
di applicazione, la riforma del mercato
del lavoro e spiega i principi che ispirano quella delle pensioni tuttora in itinere

li inquietanti interrogativi determinati dalla situazione internazionale non hanno certo contribuito a stimolare la ripresa economica in Italia e in Europa, semmai l’hanno ulteriormente ritardata. In questa situazione anche le iniziative del Governo rischiano di non ottenere, almeno nel breve periodo, i risultati sperati. Uno dei provvedimenti più importanti ai fini dell’aumento dell’occupazione e quindi della ripresa è stata la legge Biagi, ovvero la riforma del mercato del lavoro varata lo scorso autunno. È pienamente operativa? A che punto è la sua applicazione? Quali risultati ha ottenuto in questo primo periodo di vigenza, e quali si ripromette di ottenere nell’immediato futuro? Abbiamo sottoposto questi quesiti al sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali on. Maurizio Sacconi, che fornisce un’esauriente quadro della situazione e delle prospettive, compresi i principi che ispirano un altro importante provvedimento del Governo e all’esame del Parlamento, la riforma del sistema pensionistico.
Domanda. Perché la riforma del mercato del lavoro è così contestata dalla maggiore organizzazione sindacale del Paese, la Cgil?
Risposta. La legge Biagi è figlia del dialogo sociale perché è stata intensamente negoziata con le rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori, e il via libera le è stato dato dal Patto per l’Italia sottoscritto da 36 su 37 organizzazioni sindacali. Quella della Cgil è stata pertanto un’autoesclusione; soprattutto nel momento in cui era diretta da Sergio Cofferati, tale Confederazione, che aveva partecipato anche al congresso del partito di riferimento ossia i Democratici di Sinistra, è apparsa più perseguire un progetto politico che una funzione genuinamente sindacale con le inesorabili esigenze di compromesso che questa stessa porta con sé. Le altre 36 organizzazioni hanno condiviso la filosofia della riforma e di parte dei suoi contenuti; ora essa è in corso di applicazione e si stanno via via emanando i conseguenti provvedimenti. Tra le parti sociali si sono realizzati anche due accordi interconfederali, cui ha partecipato la stessa Cgil, che hanno consentito da un lato una conclusione, che presto si tradurrà in un decreto legislativo, dell’esperienza dei contratti di formazione lavoro, dall’altro la piena utilizzazione dei contratti di inserimento, che hanno sostituito i precedenti e che sono rivolti alle fasce deboli del mercato del lavoro, in particolare agli ultracinquantenni.
D. A che punto è l’attuazione della legge Biagi?
R. Stiamo per concludere la prima fase e confido che all’inizio dell’anno prossimo il sistema informativo fondato sull’anagrafe del lavoratore e la Borsa del lavoro siano strumenti operativi, sia pure da affinare ulteriormente ma già a disposizione degli operatori professionali, delle agenzie del lavoro e di tutte le amministrazioni pubbliche che se ne avvarranno per le politiche attive del lavoro. Tutte le tipologie contrattuali più importanti, ossia il nuovo contratto di lavoro a tempo parziale e il contratto di inserimento, sono già disponibili, tranne i nuovi contratti di apprendistato che, sulla base dei principi descritti nella legge Biagi, dovranno essere disciplinati dalle Regioni. Mi auguro che quante più Regioni possibile vogliano e possano farlo prima della scadenza del loro mandato quinquennale fissata per il 2005.
D. Quali sono i primi risultati della riforma?
R. Sono già percepibili i primi risultati positivi, nel senso che nel più recente periodo l’Italia ha manifestamente invertito quella cronica rigidità del mercato del lavoro che ha sempre determinato, nei periodi di sviluppo dell’economia, un basso aumento dei posti di lavoro. Occorrevano ben 2 punti di crescita del prodotto interno perché si potesse registrare una timida crescita dei posti di lavoro. Il risultato è che l’Italia ha avuto e continua ad avere i più bassi tassi di occupazione d’Europa. Questa tendenza si è recentemente invertita, e questo si deve anche a Marco Biagi; fu Biagi infatti ad ispirare le pur timide riforme varate dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu nella seconda metà degli anni 90; e non solo a ispirare, ma a scrivere quella che oggi viene giustamente chiamata la legge Biagi. Ora il mercato del lavoro dimostra un livello di crescita dell’occupazione superiore al tasso di crescita dell’economia; non era mai accaduto nella storia del Paese. Abbiamo predisposto un mercato del lavoro molto più reattivo dinanzi all’aumento della ricchezza, idoneo a recepire politiche di crescita, a tradurle in un incremento dell’occupazione, ad innalzare il modesto tasso di occupazione portandolo quanto più possibile vicino all’obiettivo europeo che è del 70 per cento nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni; tasso che oggi in Italia, con la crescita degli ultimi due anni, è faticosamente arrivato al 56 per cento.
D. Tutti i problemi sono quindi risolti?
R. Una buona regolamentazione del mercato del lavoro consente di evitare la disoccupazione di lungo periodo, di creare opportunità per i disoccupati, di spalmare su più persone il carico di lavoro, ma non può aumentare quest’ultimo perché la sua crescita si collega a quella della produzione e della ricchezza. Va considerata quindi prioritaria un’azione diretta a sviluppare l’economia che in Italia, come in tutta l’Europa continentale, segna un forte rallentamento. Ecco perché, anche all’indomani dello sciopero generale che i sindacati hanno voluto dedicare in primo luogo alla crescita economica, è doveroso essere aperti al dialogo con le parti sociali ma nello stesso tempo essere consapevoli che la crescita è ostacolata da troppi vincoli, retaggio di una vecchia cultura europea.
D. Se l’Europa è in crisi, qual’è la situazione nelle altre aree?
R. Oggi il baricentro della crescita si è spostato verso le economie asiatiche, tuttavia in Occidente le economie nord-americana e britannica riescono a tenere un buon ritmo che ritengo dovuto alla dinamicità di queste società, prima ancora che di queste economie. Nella complessa transizione verso la seconda modernità, come viene definita la fase che stiamo vivendo, le opportunità offerte dalle nuove tecnologie possono essere colte soltanto dalle società e dalle economie dinamiche, reattive, flessibili, nelle quali il rischio si trasforma in opportunità. Nelle società rigide e appesantite da un alto tasso di invecchiamento della popolazione prevalgono la paura del nuovo, la resistenza all’innovazione, la propensione a tirare i remi in barca, la fuga dalla cultura del rischio e dall’impresa; se non adottano coraggiosi elementi di novità sono società destinate al declino.
D. Nelle attuali difficoltà italiane quanta responsabilità ha l’euro?
R. L’inflazione attuale certamente è collegata all’altissima ragione di cambio tra la lira e l’euro e all’arretrata struttura distributiva che caratterizza il nostro Paese, ma anche ai pochi presidi approntati di fronte ai pericoli conseguenti. L’euro ha una relativa responsabilità nel declino di competitività del nostro sistema in atto da almeno una decina di anni. Per recuperarla, l’Italia deve valorizzare fino in fondo le opportunità, investire in nuove tecnologie ossia nel «capitale digitale», e in risorse umane ossia nel «capitale organizzativo». Questo va detto anche al sindacato che spesso, quale più quale meno, resiste alle necessarie trasformazioni organizzative delle attività produttive.
D. In che cosa devono consistere?
R. È necessario che l’investimento in nuove tecnologie si accompagni tempestivamente all’aggiornamento di quelle forme organizzative figlie della società industriale, del modello produttivo fordista, dell’idea di un ciclo produttivo integrato, mentre oggi si affermano le cosiddette economie a rete nelle quali, in luogo dell’azienda che pretendeva di fare tutto nel proprio interno, operano più soggetti specializzati in relazione tra loro grazie alle nuove tecnologie. Questa apparente frantumazione, che in realtà è una ricomposizione a livelli di maggiore efficienza, è vista dal sindacato, soprattutto quello più ideologizzato, come uno sfruttamento del lavoro, mentre costituisce l’occasione per la crescita dei lavoratori, almeno quando questi processi danno luogo a operatori fortemente specializzati.
D. In questa prospettiva quale ruolo ha la Ricerca?
R. Direi che la competitività del sistema è prodotta soprattutto da una diffusa capacità di innovazione del sistema, più che dalla Ricerca che è certamente auspicabile, ma che richiede ingenti risorse soprattutto nel campo della cosiddetta domanda pubblica. Penso al settore militare, che è doveroso realizzare in una logica sovranazionale europea per sperare che possano derivarne vantaggi per tutta l’area continentale. Le nostre imprese hanno saputo generare un fenomeno che è difficile trovare altrove, quello definito delle multinazionali tascabili o dei global players, un sistema che ha dimostrato forte capacità di innovazione che deve essere, ovviamente, più diffusa, ed estesa, e che consiste nella capacità di impiegare in modo originale le tecnologie da altri inventate, di adattarle alle proprie esigenze, di applicarle, di adeguare i modelli organizzativi.
D. Cosa fa il Governo per favorire questo processo?
R. Esso è chiamato ad affrontare una transizione verso la seconda modernità che tutti paragonano alla rivoluzione industriale, ma che è più corposa di un tradizionale ciclo economico. Mentre le nostre società ed economie erano in mezzo a un guado, sul piano internazionale sono accaduti eventi straordinari che hanno smosso grandi ondate d’acqua e aggravato il faticoso attraversamento da una sponda all’altra. Vi sono state due guerre, una crisi finanziaria quasi paragonabile a quella del 1929, antichi problemi interni esplosi ora ma provenienti da lontano, compresa la crisi della Parmalat. Ma per quante difficoltà la coalizione governativa stia incontrando, è doveroso ricordare che la sua direzione di marcia in questa difficile transizione è inesorabilmente quella liberale, e che costituirebbe una sorta di innesto in corsa della retromarcia procedere oggi nella direzione indicata dalla sinistra. Una sinistra che è tutta di radice comunista; in Italia ve n’era anche un’altra, che oggi è quasi tutta nella coalizione governativa. Guai se a una transizione così difficile dovesse aggiungersi una direzione di marcia opposta ai bisogni di modernità del Paese.
D. Ma i cittadini non chiedono maggiori sicurezze?
R. È comprensibile che esprimano una domanda di sicurezza di fronte a tante incertezze e siano tentati di chiedere più Stato, ma le vecchie tradizionali tutele sono illusorie, perché chiunque governerà non sarà più in grado di garantirle. Il concetto di sicurezza, che è una legittima aspirazione dei cittadini, deve essere declinato in forme nuove. Penso alla sicurezza del posto di lavoro, che nessuno può garantire quando un’azienda fallisce o chiude. La sicurezza oggi non consiste più nella inamovibilità dal posto di lavoro, ma nell’avere un mercato del lavoro che non abbandona solo chi cerca un altro posto. Così pure un sistema previdenziale troppo generoso rischia di produrre insicurezza anche in coloro che sono già in pensione, e che non sono del tutto al sicuro, perché se questo sistema dovesse crollare, sarebbero messe in discussione anche le pensioni di coloro che già le percepiscono. Allora servono nuove sicurezze, occorre il coraggio di traghettare la società verso una nuova e più moderna dimensione, nella quale le sicurezze siano «sostenibili», durature, capaci di autoalimentarsi.
D. Se in questa direzione va anche la riforma delle pensioni, perché essa è tanto contestata dagli interessati?
R. Secondo un’attitudine tipica della società industriale, vi è ancora la propensione a rottamare precocemente gli anziani, all’indomani dei cinquant’anni, nonostante l’allungamento della durata della vita. Noi lavoriamo per alzare i requisiti della pensione, ma anche per aiutare le persone a restare quanto più possibile nel mercato del lavoro. Sono confortanti gli ultimi dati Istat sull’occupazione, che indicano un allungamento dell’età di fatto del lavoro. Sono soprattutto i cinquantenni a restare nel mercato del lavoro e ad alzare il tasso dell’occupazione. La riforma delle pensioni deve stabilizzare ai già alti livelli attuali la spesa previdenziale; non è vero che comporta un taglio della spesa previdenziale, il suo obiettivo è evitarne l’impennata visto che già oggi rappresenta il 14 per cento del prodotto interno e il 70 per cento della spesa sociale, rispetto alla media europea del 51 per cento. Vogliamo evitare che questo 14 per cento diventi il 16 per cento in assenza di interventi correttivi. Per farlo abbiamo solo due possibilità: cambiare gradualmente da subito, o salvaguardare per un certo tempo i trattamenti attuali, e questo abbiamo deciso di fare fino al 30 dicembre 2007. In questo secondo caso il salto è più consistente nel passaggio tra il vecchio e il nuovo regime.
D. Perché l’allungamento dell’età lavorativa non viene diluito in modo graduale nel tempo?
R. Ci è parso più giusto concedere a chi è prossimo all’età di pensione un tempo adeguato per programmare diversamente la loro pensione, cosa che non avrebbero potuto fare se il cambiamento fosse cominciato subito. Credo giusto definire con un congruo anticipo le norme in materia previdenziale. Nella società industriale si cominciava a lavorare prestissimo, ed erano per lo più lavori pesanti. Oggi per molti il pensionamento non significa possibilità di continuare in proprio, ma emarginazione ed esclusione. Purtroppo sprechiamo risorse umane. La legge Biagi ha lo scopo di alzare il tasso di occupazione in generale, ma anche ed essenzialmente delle donne e delle persone anziane.
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