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COSTUME. LA FOLLA SOLITARIA COME UN CAVALLO IMPAZZITO
di Romina Ciuffa

La folla italiana è come un gigantesco
cavallo di Troia nel quale sono nascoste
molteplicità di individui e caratteri,
uno, nessuno e centomila,
che scalpitano dentro il legno perché vogliono uscire a battersi

roprio ora che, si pensava, la globalizzazione avrebbe portato a maggiori consapevolezze e a nuove forme di solidarietà sociale e umana, si torna al «senza di me» degli anni del secondo dopoguerra, all’«essere e nulla» sartriano: dall’estenuante sovraccarico di coscienza riecheggia quel problema di deideologizzazione che già chi era di guardia sugli scenari della seconda metà del XX secolo ha potuto vivere sulla propria pelle. Eccolo, ancora una volta, il super-Stato che sbatte contro il premere individuale nascosto sotto le unghie di ogni pensante, battaglia senza vincitori né vinti ma solo sacrificati, se si ricorda che lo Stato-apparato è, anche se per poco ancora, Stato-comunità.
Una sfida che si tenta giorno per giorno in difesa di quanto resta del pensiero personale, l’anima dei tempi moderni, e del metodo democratico, che ora invece pressa il concetto di «vivi e lascia e vivere» e lo trasforma in «lasciarsi vivere addosso» da chi ha le redini di un cavallo impazzito. Un cavallo che, a briglie sciolte, anni fa ha cominciato a correre guardando lontano nonostante i paraocchi e, a fatica, ha reideologizzato le menti sconfitte del dopoguerra per donar loro un quieto vivere, nella credenza di una casa collettiva - lo Stato (prima sociale, poi anche assistenziale) - inizialmente piena di ogni ben di Dio, quindi lentamente depauperata e demotivata da rigidi scontri di masse (in)distinte.
La telecrazia, che in Italia assume contorni molto definiti, ha poi ucciso il pluralismo e lo ha reso schiavo di un indottrinamento che ora, in campagna elettorale, è ancora più devastante. L’espansione politica dei media è giunta all’estremo e il bombardamento è in atto, con le promesse di un futuro migliore e capitalistico - così come, in effetti, piace agli italiani -, ma utopistico. Bisogna, allora, stare attenti a non ricadere in cose già viste, nei corsi e ricorsi storici, tenendo a mente che la restaurazione capitalistica, sia pur positiva, aveva scatenato la guerra fredda, e la frustrazione emotiva che ne era derivata aveva poi condotto all’esplosione di critiche contro ogni tipo di sistema.
Stessi risultati, altra era: anche l’odierna (ir)razionalizzazione sta conducendo a forme spontanee di nichilismo e annichilimento nelle quali, più di tutti, sono coinvolti i giovani, spaesati, persi tra nuove e vecchie generazioni, impregnati di sfiducia e circondati da cadaveri ideologici. Non a caso il terrorismo riemerge così come emergeva dopo le rivolte studentesche, e con esso riparte una marcia mondiale che non ha eguali se non in quella cominciata con entusiasmo sul finire degli anni Sessanta e che ha poi condotto alla crisi della civilizzazione, alla creazione di modelli personalissimi di emotività e all’aggrappamento a spiritualità diverse. Non a caso torna lo scetticismo: contro tutto e contro tutti.
La pazienza si esaurisce e il cavallo continua a correre una corsa tutta personale, dimenticando da dove è partito e perdendo di vista l’obiettivo. È proprio il caso, ora, di parlare di «massa solitaria», quella stessa che David Riesman individuava quale elemento caratterizzante delle grandi società moderne: l’individuo, con le proprie idee, schiva il cavallo impazzito o si nasconde dietro un albero per non essere travolto. Poi però, è destinato a socializzare perché è nella sua natura, e a «democratizzare», cioè a credere nell’ideale pluralistico e ad adottarne i metodi.
È proprio la solitudine che lo spinge ad amalgamarsi - ma sempre da solo - in organizzazioni più grandi di sé, spinto verso la solidarietà ma, ancor di più, verso la necessità di credere in qualcosa che sostituisca la pessima idea che di sé si è fatto. La solidarietà, peraltro, un limite deve trovarlo: ed è nel rispetto dell’altro. Anche le vicende internazionali oggi, fanno dimenticare che «altro Paese, altra cultura»: quindi, è giusto insegnare i diritti, ma non occidentalizzarli.
Soprattutto quando, anche in Occidente, le idee sono tanto diverse da non permettere di compattare nemmeno le maggioranze e le minoranze di una stessa Città metropolitana. Per questo, chiunque e in qualunque occasione abbia tentato di amalgamare culture diverse, senza tanti fronzoli, ha compiuto un errore. Una tribù deve rimanere tale e mantenere i propri costumi e le proprie usanze; altrimenti si rischia di perdere l’essenza del pensiero e della spiritualità umana, secoli di storia o anche solo pochi attimi di crescita.
Ora si vuole creare una folla che indossi le stesse briglie e si diriga nella stessa direzione, magari vincolata ad aspettative comuni. Una folla che, raccolta ma sparsa, si riunisce in assembramento e crede a ciò che le viene raccontato. Come quando, in prossimità delle elezioni in Spagna, si attribuiva per comodità politiche la strage di Madrid all’Eta basca, con il risultato di aver tradito la fiducia della massa che, improvvisamente, ha avvertito una nuova sete di notizie, di verità, di comunanza di interessi.
Ciò è accaduto in Spagna, non in Italia. La folla italiana è, in realtà, come un gigantesco cavallo di Troia nel quale sono nascoste molteplicità di individui e caratteri, uno, nessuno e centomila, che scalpitano dentro il legno perché vogliono uscire a battersi.
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