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Domanda. Qual è l’andamento del settore tecnologico in Italia? Risposta. Sono ormai due anni che ha subito un calo significativo dopo un periodo di grande espansione. In particolare nel 2002 è calato del 2,2 per cento e nel 2003 del 3,2 per cento. C’è una tendenza che ha tra l’altro una particolare correlazione con la crescita del prodotto interno italiano. Se infatti si torna al biennio 2000-2001, l’ultimo periodo in cui si era registrata una crescita negli investimenti in innovazione e in particolare nelle tecnologie informatiche, si vede che anche il prodotto interno era cresciuto in maniera significativa del 3 per cento nel 2000 e dell’1,8 nel 2001. Quando questi investimenti sono diminuiti, anche la crescita italiana si è avvicinata allo zero. Le tecnologie informatiche possono essere definite il motore dello sviluppo di un sistema industriale: l’incapacità di considerare gli investimenti nell’innovazione come una risorsa per l’intero sistema, ha frenato la nostra crescita economica. D. Quali linee di azione intende seguire l’Assinform per contribuire ad invertire questa tendenza? R. Abbiamo esaminato a lungo quali potessero essere le motivazioni di queste difficoltà, per capire su quali proposte far muovere l’associazione. Sia l’Assinform sia le aziende associate all’organizzazione hanno compiuto studi dai quali è emerso che sono tre le cause di questa mancata crescita. La prima è relativa a un aspetto culturale: esiste, da parte degli imprenditori, uno scetticismo nei confronti della tecnologia, che è più concepita come un costo che come un’opportunità o una risorsa per lo sviluppo. L’Assinform ha intenzione di lavorare insieme alla Federcomin e alle diverse federazioni industriali o del commercio per creare una cultura tecnologica in ambito regionale, in sinergia con il mondo universitario. D. Le altre due motivazioni? R. Il secondo elemento critico che abbiamo evidenziato consiste nell’accesso al credito, in particolare da parte delle piccole e medie imprese che hanno sempre più difficoltà a ricevere risorse economiche necessarie agli investimenti e al rilancio dello sviluppo. Questo problema è anche aggravato dai nuovi parametri imposti dall’accordo internazionale di Basilea 2, che hanno portato il sistema bancario a essere maggiormente attento e cauto soprattutto dopo i casi Parmalat e Cirio. La Federcomin si è già attivata con l’Abi per creare un tavolo di lavoro finalizzato a creare un terreno più fertile affinché le aziende possano avere un accesso al credito diverso o almeno facilitato. La terza motivazione è legata a un tema molto caldo in questo periodo, l’aspetto fiscale. La pressione tributaria esistente è decisamente forte e una riduzione non può essere limitata alla sola Irpeg, ma deve riguardare soprattutto l’Irap. Questa tassa è calcolata sul costo del lavoro e sugli investimenti che le aziende compiono in termini di occupazione: quindi, oltre a drenare risorse, disincentiva le stesse aziende a investire in nuovi posti di lavoro, perché pagherebbero più tasse. Anche la leva fiscale è una delle componenti fondamentali per fare in modo che gli investimenti in tecnologie riprendano e di conseguenza si rilanci lo sviluppo del sistema economico. D. La struttura del sistema industriale italiano, parcellizzato in tante piccole aziende spesso a gestione familiare, è un freno all’uso delle nuove tecnologie? È fondata la sensazione che si punti più a esportare settori di produzione all’estero che ad investire nell’innovazione? R. Credo che non sia corretto considerare la dimensione dell’azienda un limite allo sviluppo. Il problema di fondo rispetto al ruolo che le aziende possono avere è legato alla velocità con la quale si muovono nei mercati. Non è tanto importante la dimensione di un’azienda, quindi, quanto la rapidità di elaborare nuove idee, di cambiare i propri modelli organizzativi, di raggiungere nuovi mercati. Ed è vero che da parte degli imprenditori italiani c’è spesso la tentazione di andare a investire all’estero, ma questa tendenza è fortemente legata ai tre punti di cui parlavo prima: poiché in Italia c’è un terreno meno fertile per lo sviluppo, spesso le aziende preferiscono fare investimenti in Romania o nel Sud asiatico perché vi sono state create condizioni o elementi di supporto migliori di quelli esistenti in Italia. Occorre guardare, invece, a quello che hanno fatto altri Paesi in Europa, come Irlanda e Olanda, che hanno stimolato le azienda a creare centri di produzione e a fare investimenti sul proprio territorio, grazie a facilitazioni e incentivi. In Italia purtroppo siamo in una situazione diversa. D. Ritiene che lo Stato debba avere un ruolo centrale per l’affermazione delle nuove tecnologie? R. Dal punto di vista culturale può esservi un indirizzo, ma il ruolo fondamentale va svolto dalle associazioni, dalle federazioni e dal mondo universitario. Quindi è più nostro il compito di stimolare e favorire la crescita di questo cambio culturale. Il Governo, invece, ha l’importante ruolo di guidare questo processo e di mettere il fertilizzante necessario perché ciò avvenga. D. Si diffonde progressivamente la banda larga che permette di ricevere e scambiare informazioni a maggiore velocità. Sono pronte le aziende italiane ad accogliere l’innovazione? R. Anche questo rientra nel discorso di cambio culturale e di modifica dei processi aziendali. Spesso le imprese italiane utilizzano la tecnologia sugli stessi processi interni che avevano qualche anno fa. Non c’è stato un reale cambiamento, e così i benefici che potevano avere con l’utilizzo delle tecnologie digitali non sono stati realizzati e si è creata una mancanza di fiducia nell’innovazione. Il fenomeno della banda larga è importante e sta crescendo in Italia in modo significativo, però non va visto esclusivamente dal punto di vista della velocità di trasmissione, ma occorre capire quali siano i servizi che potrebbe dare. Sia le grandi aziende sia la pubblica amministrazione, infatti, stanno investendo molte risorse per offrire ai cittadini una serie di servizi che questi oggi devono andare a cercare in varie sedi amministrative sparse nel territorio, e che invece potrebbero ricevere direttamente a casa. Probabilmente siamo ancora in una fase iniziale, ma grande sarà il beneficio sia per i cittadini sia per le imprese quando saranno messi in rete servizi che permetteranno di ridurre i costi o gli sprechi di tempo per attività tipicamente di ufficio, che potranno essere svolte tramite la banda larga. D. Si nota da parte del settore pubblico un cambiamento di mentalità in questo senso? R. L’aspetto positivo che si riscontra consiste nel fatto che, con l’istituzione del Ministero per l’Innovazione, si è creato in Italia un interlocutore importante. Qualche delusione nasce dal fatto che, data l’ampiezza del gap, rispetto alla situazione precedente, che doveva essere colmato, forse ci si sarebbe aspettato di più. Ma credo che questa sia la direzione giusta, anche se è importante che il Ministero abbia un ruolo ancor più incisivo di quello che ha oggi e possa portare a un radicale cambiamento dell’uso della tecnologia digitale all’interno della Pubblica Amministrazione, soprattutto in termini di rapidità in cui sarà effettuato questo cambiamento culturale. Più saremo capaci di accelerare questo processo, prima il Paese riuscirà ad averne dei vantaggi e a tornare ad assumere un’importanza internazionale. D. Il settore informatico va male mentre la telefonia continua a essere in espansione. Si continua a credere più nel telefono che nel computer? R. Credo che siamo il primo Paese nel mondo per numero di telefonini per persona. Ciò è legato anche alla tradizione e al piacere che il popolo italiano ha di parlare, confrontarsi, scambiarsi idee, scherzare e comunicare. Sono importanti anche i servizi offerti dai principali gruppi tramite i telefonini, che hanno ancor di più stimolato l’uso di questa tecnologia e la crescita del settore. Guardando all’uso del computer, la mancanza di questo tipo di servizi al cittadino da parte delle istituzioni pubbliche ne ha frenato la penetrazione. D. Negli ultimi due anni c’è stato un forte impulso all’acquisto del computer portatile e al lancio di tecnologie wi-fi che permettono il collegamento a internet senza fili. Ora c’è la sensazione di un rallentamento. Pensa che il Governo dovrebbe dare un sostegno? R. È vero che negli ultimi due anni c’è stata una crescita significativa della vendita dei portatili, dei notebook di uso sia familiare sia professionale. Ed è ormai acquisito il concetto di poter accedere alle informazioni in qualunque parte ci si trovi, con un importante cambiamento culturale in questo senso. Non credo, però, che il Governo debba stimolare la domanda e l’offerta, altrimenti si metterebbe a svolgere compiti specificamente tecnici, mentre deve limitarsi a fornire indirizzi. Il Governo deve dare lo stimolo e la spinta affinché la tecnologia costituisca il motore del rilancio, poi è compito dell’Assinform e delle aziende del settore fare in modo che vi siano tutte le infrastrutture dal punto di vista sia tecnologico sia dei servizi, affinché questo avvenga. Probabilmente, come sempre avviene, c’è stata una fiammata iniziale ma non considero questo un segnale di ripensamento, bensì di naturale rallentamento prima di un’ulteriore crescita. Si tratta di una strada ormai imboccata per una tecnologia che continuerà a crescere in maniera significativa. D. Siamo alla vigilia dell’affermazione dell’Umts, la nuova generazione di telefonini che dovrebbe consentire la trasmissione di immagini e dati a una velocità maggiore di oggi? R. Anche in questo caso si è creata una fortissima aspettativa perché gli investimenti fatti dalle aziende per acquistare le licenze e creare le infrastrutture necessarie sono stati considerevoli, con grandi guadagni da parte dei Governi. Lo sviluppo dell’Umts sarà conseguente alla capacità delle stesse società di fornire servizi che possano attirare target di mercato. L’Umts potrà avere la stessa crescita che hanno avuto le attuali tecnologie se riuscirà a offrire i servizi a un livello competitivo con la tecnologia attuale. È una sfida importante sulla quale molte società stanno investendo, mentre altre aziende continuano a puntare sull’attuale tecnologia quasi a scommettere che durerà ancora per lungo tempo prima di essere superata dall’Umts. Vedremo nei prossimi tre anni chi avrà ragione. D. L’avvento della tv digitale avvantaggerà anche il settore dell’informatica e delle telecomunicazioni? R. Sì, sarà uno dei più significativi cambiamenti che avremo in Italia, perché proprio con l’introduzione della legge sul digitale terrestre saremo uno dei Paesi all’avanguardia. L’elemento determinante sarà legato ai servizi che saremo in grado di offrire. Perché non sarà tanto il passaggio dalla tecnologia satellitare alla digitale terrestre ad ampliare la diffusione di quest’ultima in Italia, ma soprattutto l’interattività, ossia la possibilità di avere servizi per l’intrattenimento, che non vanno trascurati, ma anche quelli che tradizionalmente riceviamo negli uffici postali e amministrativi per rinnovare la carta d’identità, richiedere lo stato di famiglia, pagare una bolletta. D. Farà concorrenza al computer? R. No, vedo l’evoluzione più verso l’unione che verso l’alternativa tra le due tecnologie. Oggi si usano tutte macchine digitali, dalla fotocamera alla telecamera al lettore dvd. Sarà importante utilizzare queste tecnologie digitali in maniera più semplice rispetto a quanto avviene oggi, così da avere uno scambio tra loro. Credo che la tv digitale sarà il centro intorno al quale potranno crearsi questo tipo di unioni. |
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