LE RIFLESSIONI DI UN MANAGER
 
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L'EURO HA IMPOVERITO
LA DEMOCRAZIA.
E ARRICCHITO
LA BUROCRAZIA

di Paolo di Damasco

La moneta unica europea ha penalizzato notevolmente il nostro
sistema democratico e ha spinto
i responsabili dell’economia
a decidere con criteri non più politici
ma professionali e burocratici

solo un caso che lo sviluppo economico nell’Europa dell’euro sia stato molto più contenuto, negli ultimi dieci anni, di quello degli Stati Uniti? Non è solo un caso e non dipende solo dalle maggiori «rigidità» della società europea soprattutto in tema di rapporto di lavoro e di politica sociale. In questi settori, infatti, gli Usa sono stati da sempre più flessibili degli europei. Dipende invece probabilmente dall’avvento della nuova moneta unica europea, l’euro, il cui inizio risale a circa un decennio fa con il processo di allineamento alle prescrizioni del trattato di Maastricht da parte di dodici Paesi europei.
In questo periodo di tempo, infatti, si è verificato, proprio a causa dell’avvento dell’euro, un «impoverimento» significativo del nostro sistema democratico e, come conseguenza, si è manifestata un tendenza dei responsabili dell’economia a uniformare le loro decisioni non a criteri politici ma a criteri professionali e burocratici. La modifica nel sistema democratico è stata particolarmente rilevante, anche se ancora l’opinione pubblica non sembra averne preso atto.
Privare invero i Governi nazionali, soggetti al controllo elettorale dei cittadini, di importanti strumenti di politica economica (la politica di bilancio statale per quanto concerne l’indebitamento nonché l’avanzo o il deficit della gestione; la politica del cambio con le altre monete; la politica di riferimento per la determinazione dei tassi di interesse) e trasferire questi poteri ad organismi non elettivi e comunque di fatto svincolati dal controllo diretto dei cittadini, significa da un lato modificare significativamente i contenuti sostanziali sui quali gli elettori erano finora stati chiamati a fare le loro scelte nelle democrazie occidentali e, dall’altro, stimolare la crescita di una nuova classe dirigente europea che, in sostituzione della precedente classe politica, non è più soggetta all’obbligo di rispondere del proprio comportamento agli elettori.
In proposito è a tutti noto che nelle democrazie occidentali i cittadini eleggono i propri rappresentanti politici sulla base di libere scelte individuali, che in genere sono particolarmente influenzate dalla valutazione che i cittadini stessi danno sui risultati economici raggiunti dal Governo in carica. Se ritengono che una determinata maggioranza politica non abbia portato al Paese, e quindi agli elettori, un maggior benessere economico, provvedono in sede di elezioni a scegliere rappresentanti del partito o della coalizione politica di opposizione, nella speranza che siano più capaci di raggiungere i traguardi desiderati.
Negli Stati Uniti, dove esiste una forma di democrazia compiuta, i cittadini saranno chiamati a giudicare, in occasione delle elezioni del prossimo novembre, il comportamento della presidenza Bush e del partito repubblicano e, fatte le loro valutazioni che sono in genere basate sulla «soddisfazione economica percepita», confermeranno il presidente in carica oppure sceglieranno un nuovo presidente.
Nei Paesi europei esisteva una democrazia compiuta che, al di là dei diversi sistemi di Governo, si comportava in modo analogo a quella Usa. Dopo l’avvento dell’euro, però, questa democrazia compiuta si è fortemente impoverita giacché i cittadini non possono più giudicare i loro Governi, in occasione delle elezioni, sulla base della «soddisfazione economica percepita». Prima dell’avvento dell’euro, infatti, qualsiasi Governo europeo possedeva alcuni importanti strumenti di politica economica: la fissazione del tasso di cambio della moneta nazionale e la scelta del livello di indebitamento pubblico e del livello di avanzo o di deficit del bilancio nazionale.
Inoltre il Governo poteva influenzare, almeno come «moral suasion», la fissazione del tasso di interesse da parte della banca centrale nazionale. Dopo l’avvento dell’euro, i Governi dei dodici Paesi aderenti all’Unione monetaria sono stati privati di questi fondamentali strumenti di politica economica. Questi strumenti, infatti, sono stati conferiti al Consiglio d’Europa, all’Ecofin, alla Commissione europea e alla Banca centrale europea. Questi organismi non sono elettivi e non sono pertanto soggetti al giudizio elettorale dei cittadini. Questi ultimi eleggono un Parlamento che non ha poteri in materia, oppure eleggono i Parlamenti e i Governi nazionali che però, di fatto, devono subire decisioni e scelte assunte dai suddetti organismi non elettivi.
In conclusione l’avvento dell’euro ha portato un sistema di «democrazia impoverita» perché coloro che hanno la possibilità di utilizzare fondamentali strumenti di politica economica non sono soggetti al giudizio degli elettori, e coloro che sono invece soggetti a questo giudizio non possiedono più i mezzi per assicurare la «soddisfazione economica percepita», che è alla base delle scelte elettorali. Questo impoverimento della democrazia è forse alla base del fenomeno che si sta profilando nel campo dell’economia mondiale. Infatti, mentre l’economia degli Usa, del Giappone, della Cina e di altri Paesi asiatici, sta registrando una vigorosa ripresa, l’economia dell’Europa e, in particolare, dei Paesi dell’euro continua in una fase di stagnazione. Forse perché nei Paesi dell’euro esistono troppi centri decisionali che non sono più sottoposti al controllo elettorale dei cittadini, ma sono ormai sempre più autoreferenziali e comunque legati a prassi e scelte di tipo burocratico.
In proposito, a titolo di esempio, si può citare il caso degli Usa. Il presidente George Bush, pur dichiarandosi un liberista, per contrastare la congiuntura iper-keynesiana, sta immettendo nell’economia una grande quantità di risorse finanziarie pubbliche ed elevando sensibilmente il deficit del bilancio federale. Inoltre Bush ha svalutato fortemente il dollaro, con l’effetto di ridare vigore alle esportazioni e di ridurre le importazioni. Il risultato ottenuto da Bush, mirante a una vigorosa ripresa dell’economia, è stato quindi conseguito con strumenti di politica economica che i Governi dei Paesi dell’euro non hanno più nelle loro disponibilità. La conseguenza è che cittadini Usa potranno giudicare effettivamente la maggioranza politica repubblicana prevalentemente sulla base della «soddisfazione economica percepita». I cittadini dei Paesi dell’euro, invece, si trovano a dovere scontare il peccato originale di una moneta unica nata non come conseguenza di un’unificazione politica (oppure di un processo di unificazione almeno avviato), ma come una decisione di Stati cui non è stato dato neppure il supporto dell’unificazione delle politiche economiche e fiscali.
Questo peccato originale non è sicuramente l’unica causa della stagnazione economica europea perché anche altre cause, come l’obsolescenza delle strutture pubbliche e l’inelasticità dei comportamenti degli operatori istituzionali ed economici, ne sono una componente non secondaria. Però, mentre queste altre cause potrebbero essere gradualmente rimosse da parte dei Governi (ed alcuni Governi dei Paesi dell’euro stanno cercando di farlo), il peccato originale resta come un macigno sulla strada dello sviluppo e, per di più, tende ad istituzionalizzare un sistema di democrazia nel quale primari centri decisionali sono sottratti al giudizio elettorale dei cittadini.
In questi tempi in Europa sembra spirare, oltre che un vento di stagnazione economica, anche un vento di sinistra. Almeno a giudicare dalle elezioni politiche che si sono tenute in Germania e Spagna e di quelle amministrative recentemente svoltesi in Francia. In tutti questi Paesi ha vinto la sinistra. In Germania e in Spagna la guerra con l’Iraq ha giocato un fondamentale ruolo. Nella prima, Gerard Schoeder ha vinto nel 2003 le elezioni innalzando la bandiera pacifista. Ha vinto per un soffio, in parte sovvertendo le previsioni. Ben più clamorosa la vittoria in Spagna di José Rodriguez Zapatero che, nell’onda dell’emozione causata dall’attentato di Madrid dell’11 marzo scorso, ha sovvertito completamente le previsioni che lo vedevano soccombente fino a poche ore prima. In due casi l’Europa sembra che, più che scegliere una linea politica, quella della sinistra, abbia voluto privilegiare l’alternativa pacifista.
Questa alternativa è dimostrata da molte componenti politiche e si ispira anche a movimenti religiosi e di pensiero che sono senz’altro di elevato contenuto umano e spirituale. Tuttavia questo pacifismo diffuso sembra prevalentemente influenzato da una mentalità conservatrice, in particolare dalle paure di correre rischi aggiuntivi e di mettere a repentaglio la propria sicurezza e tranquillità personale. Anche le elezioni amministrative francesi sembra siano state vinte da una cultura conservatrice che non solo rifiutava in linea di principio la guerra in Iraq (e il Governo non ne aveva astutamente preso atto) ma rifiutava anche i cambiamenti nel campo del welfare, della politica economico-sociale e soprattutto delle pensioni.
Sembra pertanto che il vento che spira in Europa sia un vento che si oppone ai cambiamenti, al processo inevitabile di globalizzazione economica e culturale, alle modifiche dello status quo in campo sociale. Questo vento è respirato soprattutto dal popolo della sinistra, in particolare in Italia. Dai riformisti fino ai comunisti non viene, infatti, alcuna proposta di modifica della situazione in atto, non solo sotto il profilo delle norme costituzionali o di quelle che regolano le funzioni dello Stato o la normativa elettorale ma neppure di quelle che, purtroppo, sono divenute la protezione e la salvaguardia delle numerose corporazioni che imperversano nel nostro Paese, dai sindacati agli Ordini professionali, dalle industrie legate agli enti territoriali agli esercizi pubblici in monopolio o protetti dalle Amministrazioni locali, dalle cooperative alla piccola distribuzione.
Sotto la bandiera della difesa a oltranza dei diritti acquisiti, si ritrova un popolo formato da persone che odiano l’Occidente e gli Usa, che nulla vogliono rischiare sulla strada del processo scientifico e dell’innovazione tecnologica, che credono in valori che poi non sono disposti a difendere fino in fondo e che spesso immolano sull’altare del populismo terzomondista, ecologico e protestatario. Questo popolo della sinistra - quello antagonista e antisistema - è stato un grande dramma per l’Italia fin dalla nascita della Repubblica. Per dimensioni, intensità continuità storica, è un fenomeno soprattutto italiano, sostanzialmente conflittuale con l’Europa di tradizione democratica occidentale. Attualmente è un fenomeno che condiziona tuttora fortemente l’opposizione di centrosinistra, la rende incapace di formulare un qualsiasi progetto politico alternativo a quello di Governo.
Si possono vincere le elezioni politiche senza un progetto alternativo almeno di larga massima? Non è molto probabile. Se elezioni non politiche - come quelle prossime europee - potrebbero anche dare qualche soddisfazione, è difficile che un elettorato maturo, come quello italiano, possa premiare, sotto il profilo politico, coloro che chiedono di essere scelti non per i propri meriti ma soltanto per i demeriti degli avversari.
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