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Ci è parso «elettorale» anche il tentativo di presentazione del decreto legge «spalma-debiti» delle società di calcio, tanto discusso fra tutti i politici ma nondimeno apprezzato dalle società interessate - sicuramente sprecone - e da tifosi facinorosi frequentatori dello stadio e anche (è questo l’auspicio del Governo) delle urne. Mentre i politici fanno campagna elettorale, la triplice confederale è impegnata a fare politica sostituendosi di fatto all’opposizione con una serie di spallate all’attuale Governo: scioperi, manifestazioni di piazza, «no» pregiudiziali, appoggio sfacciato se non scorretto a formazioni politiche con conseguente rinvigorimento della «cinghia di trasmissione» dei partiti di riferimento. Non è un caso che durante il precedente Governo D’Alema si sia registrato un numero molto limitato di scioperi e manifestazioni politiche, caratterizzati da toni pacati, concilianti e costruttivi. In parole povere: tanta politica e poco sindacato. Così il Sindacato triplice fa politica al posto di coloro a ciò «deputati», che rimangono inattivi. Triplice che poi, ultimamente, pare sia divenuta «Quadruplice» con l’affiancamento della poco rappresentativa Ugl: questo proprio dinanzi a un articolo 39 della Costituzione non attuato e che pur detta un principio di rappresentatività, vanificato dall’attiva collaborazione di istituzioni, di media e di queste organizzazioni sindacali. Per questi motivi si è fermato, per il momento, il confronto con le parti sociali, dimentichi tutti che certi obiettivi, primari sul piano dei diritti del cittadino, non debbono essere persi di vista in quanto vanno oltre le acclamate esigenze elettorali e la tempesta di costose affissioni sulle mura cittadine. In materia di politica economica, il Governo (ma anche l’opposizione) dovrebbe ricordare che è stata l’assenza di incentivi alla ricerca, alla progettazione e ai sistemi formativi, a provocare disastrose conseguenze sullo stato dell’industria. La Confsal ha vissuto, insieme alle proprie federazioni, le drammatiche difficoltà cui sono andate incontro alcune aziende metalmeccaniche (Genova, Terni, Fiat e Alitalia). In questo settore l’impegno del Governo dovrebbe essere finalizzato all’individuazione di strumenti idonei a sostenere il mercato con un processo di ricerca e di innovazione continuo e intenso, in grado di assicurare una crescita quantitativa e qualitativa dell’occupazione. Non deve sfuggire che la Commissione europea ha di recente collocato il nostro Paese in coda alle varie graduatorie, registrando l’ulteriore allontanamento dell’Italia dai grandi Paesi industrializzati tanto nei settori dell’alta tecnologia quanto in quelli tradizionali di specializzazione del sistema produttivo. L’Unione europea ha anche evidenziato come le leggi finanziarie italiane degli ultimi anni non abbiano contribuito a recuperare il «gap» esistente con i principali Paesi industrializzati. Sono, a questo punto, necessarie una programmazione di spesa su base pluriennale e la concentrazione delle risorse verso qualificati obiettivi, quali i progetti sulle grandi opere pubbliche e l’intervento finanziario nel Mezzogiorno. Risulta di primaria importanza, al fine di recuperare occupazione, stimolare la promozione dell’innovazione, valorizzare i sistemi produttivi localizzati, favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese, riformare gli strumenti finanziari: ciò porterebbe all’innalzamento del tasso di occupazione e ai benefici riflessi del rafforzamento del potere d’acquisto. E dato che in Italia il costo del lavoro è tra i più alti del mondo, è necessario anche azionare in ribasso la leva fiscale per ridare competitività alle nostre industrie e rilanciare il «fatto in Italia», favorendo la ripresa economica e l’emersione del lavoro nero con risparmi sul capitolo degli ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda lo Stato sociale, in Italia si registra, in apparenza immotivatamente, una sorta di peculiare ritrosia a «dispiegare i problemi», come si afferma in uno studio del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Dobbiamo lamentare che un vero confronto con la parti sociali deve essere ancora aperto, a parte la riforma pensionistica e qualche intervento legislativo riguardante premi da erogare per la nascita di figli. Vanno comunque attuati interventi riguardanti la famiglia, l’ingresso nella vita e nel mondo del lavoro, il diritto ai servizi universali mediante una nuova solidarietà, l’inclusione sociale, l’autonomia fisica, la coesione sociale delle varie comunità. Superato lo scoglio della riforma pensionistica, si dovrà senz’altro passare a trattare in modo dettagliato di tali argomenti ed eventualmente, in seguito, anche della riforma dello Statuto dei lavoratori, per pervenire allo «Statuto dei lavori» preannunciato dallo stesso ministro Roberto Maroni; senza parlare, poi, dei rinnovi contrattuali tanto attesi dai lavoratori e che sono già scaduti da mesi. Questo e altro c’è ancora da fare. E allora non è il caso di fermarsi proprio adesso ad attaccare manifesti e distribuire volantini. |
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