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Quella divisione è crollata, ma la nuova situazione non è meno angosciante: e il ricorso al terrorismo come arma di lotta tra due blocchi è meno controllabile e più pericoloso di quella che ieri era la minaccia atomica. Tanto più che potrebbe determinarsi una saldatura tra fondamentalismo esterno ed estremismo interno ai Paesi occidentali. Illustra la nuova situazione e le possibili prospettive il ministro della Funzione pubblica Luigi Mazzella, acuto osservatore dei fenomeni politici interni e internazionali, saggista ed esperto in Diritto pubblico. Domanda. In relazione al terrificante attentato di Madrid dell’11 marzo si è parlato, in via di ipotesi, di una connessione tra l’organizzazione islamica Al Quaeda e le frange estremistiche del movimento indipendentista basco Eta. In Italia c’è chi teme che qualche gruppo terroristico islamico possa collegarsi con le Brigate Rosse e con altri gruppi dell’eversione armata. È possibile? Risposta. Per cogliere le ragioni dell’ipotizzata, anomala saldatura tra estremismi armati occidentali e fondamentalismi religiosi nordafricani e medio-orientali, bisogna partire un po’ da lontano e tentare di comprendere le ragioni della divaricazione che nei secoli si è verificata tra l’Occidente e il resto del mondo. D. Pensa a una divaricazione politica o a qualcos’altro, ad esempio a quello che qualche illustre scrittore ha definito uno scontro di civiltà? R. La divaricazione non è politica ma in qualche modo esistenziale. Il pensiero occidentale, religioso o filosofico, si è sempre distinto dagli altri per la sua continua mobilità, contrastando con la sostanziale staticità di altri pensieri: l’islamico, l’orientale, l’africano. Il mondo fisico occupato dagli occidentali, proprio per effetto di una motilità intellettiva senza pause, ha subìto, nel corso dei secoli, continue e progressive trasformazioni che non si riscontrano altrove. Le forme, le linee e i volumi della sua architettura, dai templi alle chiese, dalle case ai monumentali edifici pubblici, sono passati, attraverso variazioni e interpretazioni anche localistiche del gusto, dal romanico al gotico, dal rinascimentale al barocco, dal razionalismo al post-moderno, e via di seguito sino al più recente decostruttivismo. Nell’arte, la pittura, la scultura, la decorazione hanno conosciuto altrettanto numerosi e significativi passaggi evolutivi. D. Ma ciò non è avvenuto in tutto il mondo? Il pianeta si è trasformato ovunque. Tokyo, Hong Kong, Città del Capo e tanti altri luoghi della Terra non somigliano sempre di più a città occidentali? R. È vero. Ma bisogna approfondire il discorso. L’architettura e l’arte orientale, quella islamica e, a un livello più basso di complessità strutturale, quella africana, sono rimaste statiche: i secoli hanno aggiunto poche variazioni e orpelli a strutture e costruzioni piuttosto simili a se medesime. Lo stesso può dirsi per la pittura e per la scultura. È stato l’incontro, non sempre voluto e più spesso subìto, di queste diverse civiltà con gli Stati dell’Europa o con gli Stati Uniti d’America a portare, attraverso la contaminazione, a un rinnovamento di stili. Si è trattato, realisticamente parlando, di un’imposizione estetica ora sgradita ora bene accetta e, nel migliore dei casi, di un adattamento di modelli euro-americani alle realtà locali mediante una libera, creativa e talora compiaciuta reinterpretazione occidentale di forme indigene. D. Sinora abbiamo parlato sostanzialmente di differenze nel gusto, nell’estetica dei luoghi. Non è poco per parlare di divaricazione con l’Occidente? R. Non si tratta solo di estetica. Anche sul piano della speculazione religiosa e filosofica, una moltitudine piuttosto varia di credenze e di sistemi concettuali ha condotto gli occidentali dal politeismo al monoteismo, dal giudaismo al cristianesimo cattolico, da questo al protestantesimo e, su un altro versante, dalla maieutica socratica al platonismo e all’aristotelismo, dallo stoicismo all’epicureismo, dall’illuminismo all’idealismo - con talune derivazioni pratico-politiche purtroppo rimaste tristemente famose -, al nichilismo sempre risorgente sotto forme diverse nelle varie epoche storiche, da Teognide di Ceo a Nietzsche e oltre, sino ai nostri giorni. Le credenze orientali invece, come l’islamismo e le ritualità religiose africane, non hanno mai ceduto, fatte salve poche eccezioni, alle sirene tentatrici dell’occidentalizzazione, sono rimaste piuttosto ferme nei loro postulati fideistici, coriacee e ostili ad ogni altra estranea penetrazione ideologica. Nel caso dei Paesi arabi e medio-orientali, anzi, si è assistito, in questi ultimi anni, a una più accentuata virulenza del credo integralista maomettano, con effetti fortemente drammatici, sul piano della pacifica convivenza civile, anche per le stesse popolazioni mussulmane. D. Differenze di gusto, religiose e filosofiche giustificano una così forte contrapposizione politica? R. Sì, perché anche nell’ordine più strettamente politico non mancano differenze tra l’Occidente e il resto del mondo. La mobilità del pensiero occidentale ha condotto infatti, con una contestazione penetrante, costante e acuta delle proprie radici, alla frantumazione e polverizzazione del principio di autorità, alla dispersione, moltiplicazione e indebolimento dei centri di potere politico anche locale. Decisamente autocratiche, rigorosamente gerarchizzate e fortemente selettive nelle leadership sono rimaste, invece, le altre società del pianeta, fatta eccezione, solo in parte, per quelle che, pur essendo al di fuori del mondo occidentale, hanno voluto assimilare e imitare il suo pensiero politico. Ora è proprio la coesistenza sul pianeta di due realtà politiche, storiche e filosofiche così diverse e contrapposte che pone molteplici e gravi problemi di compatibilità. D. Ma qual è il possibile sbocco? Si può ipotizzare che l’Occidente continui ad essere capace di contaminare il pensiero altrui, facendo assimilare il proprio da culture distinte e distanti e realizzando in tal modo la globalità del villaggio non solo sul piano, già esistente, della comunicazione telematica, ma anche su quello più ostico e difficile dell’integrazione religiosa, filosofica e culturale? R. Sì, è possibile. Ma non si può neppure escludere un’ipotesi opposta. L’Occidente, non più governato da capi politici o religiosi di grande carisma, e regolato invece dai meccanismi a un tempo contradditori, anarchici e deterministici del libero mercato, privo di sogni e di spinte etiche o spiritualistiche e prevalentemente motivato dai principi del profitto da un lato, e di un diffuso e pervasivo materialismo consumistico dall’altro, potrebbe dimostrarsi incapace di resistere alle pressioni o anche solo alle invasioni pacifiche, ma pur sempre imponenti, di masse diseredate, povere, affamate, però sorrette da incrollabili certezze religiose e fanatizzate da verbi profetici. D. Un’altra mina vagante all’interno delle opulente società occidentali non è l’incubo, a livello inconscio, della distruzione di quello stesso pensiero che con il suo perenne, instancabile fermento le ha condotte al livello di vita attuale? R. Sì, e a distruggerlo potrebbero essere da un lato quegli stessi strumenti elettronici audiovisivi che, con un bombardamento di immagini spesso stupide e insensate, deconcentrano la mente e distolgono dalla speculazione intellettiva; e dall’altro i rifugi, sempre più ambiti e frequentati, della «new age», nei quali l’assimilazione superficiale e approssimativa di credenze e filosofie di altre civiltà avviene non per desiderio di conoscenza culturale, ma unicamente per il perseguimento solipsistico di un ipotetico, sperato, desiderato e vagheggiato benessere psicologico individuale. D. Cosa si può fare per evitare quello che illustri maestri del pensiero hanno già definito il tramonto dell’Occidente? R. Se si vuole evitare il declino dell’Occidente ci si deve porre il problema di reperire nuove, importanti risorse atte a rivitalizzare il suo pensiero, che altrimenti potrebbe raggiungere comunque, distruggendo se stesso, la fine del suo millenario, movimentato iter. Forse è tempo di valutare se la storia, contrariamente a quanto si era ottimisticamente pensato, possa procedere senza vere «élites» e per semplici movimenti di masse, e se l’umanità possa riuscire a sopravvivere coesa e stabile senza solidi principi, pensati e perseguiti, di profonda solidarietà. E se, infine, per continuare a distinguerla dal mondo animale non sia necessario un recupero della sua smarrita spiritualità, non necessariamente religiosa ma anche solo etica e filosofica. D. Sono possibili quindi, in tale quadro, rapporti tra fondamentalismi religiosi e punte eversive occidentali? R. Bisogna osservare che, come i computer del suo imponente apparato elettronico hanno nel loro interno malefici virus, così l’Occidente deve fare i conti con la presenza nel proprio seno di forti spinte disgregatrici tendenti parossisticamente ad una inarrestabile autodistruzione. La fascia dell’emarginazione nel sistema politico occidentale, così patinato, levigato e opulento, ha una ben diversa virulenza che in altri sistemi. L’estraneità al mondo del lavoro o la precarietà dell’impiego che nei Paesi del degrado induce al fatalismo e all’accettazione supina e acritica della povertà, nei Paesi del benessere quanto più esso è elevato e diffuso tanto più porta gli ultra-poveri, i diseredati, gli emarginati, i ribelli, a porsi drammaticamente e violentemente fuori dal gioco politico dei bempensanti e benestanti, rendendoli ostili e refrattari ad ogni invito dall’alto al mantenimento della coesione sociale. È partendo da questo scenario drammatico, nel quale si congiungono desiderio di distruzione proveniente dall’esterno e «cupio dissolvi» di origine interna, che deve valutarsi la credibilità di un collegamento tra le forze fondamentaliste esterne al sistema occidentale e quelle dell’emarginazione violenta interna al sistema medesimo. |
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