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C’era uno straniero che abitava a Carmagnola e che esercitava la funzione dell’imam per i propri correligionari. E anche lui era soggetto al sindaco e a tutte le altre autorità presenti in città e nel territorio regionale e nazionale, dai Carabinieri fino al parroco al quale, se non altro, doveva il rispetto dovuto a un’autorità religiosa. La questione lessicale si poneva - e si pone -, dunque, in pieno: l’imam non apparteneva a Carmagnola per la funzione che svolgeva, ma solo per il diritto, all’epoca riconosciutogli dal nostro Stato, di abitare e svolgere un lavoro con il quale si manteneva e contribuiva al bene comune. Su questo aspetto del contribuire al bene comune ci sarebbe, però, molto altro da dire, visto che poi a quello straniero è stato pagato un biglietto aereo di rientro immediato nel suo Paese di origine. Dunque per adesso possiamo archiviare questa pagina di errori lessicali e cercare di dormire sonni tranquilli: la nostra identità è ancora salva, da Carmagnola ad Acireale. Il Crocifisso di Ofena. Un’altra vicenda chiusa è quella del Crocifisso della scuola di Ofena, che è rimasto al proprio posto dopo i tentativi di farlo eliminare. Dinanzi alla conclusione del caso mi sento sollevato, come penso si sentano sollevati molti italiani che ritengo non siano diversi da me. Sollevato perché una parte importante della nostra identità è rimasta tutelata: so che, entrando in un’aula di tribunale, in una corsia di ospedale, in una scuola, incrociando il mio sguardo con il Crocifisso avrò ancora un punto di riferimento importante, una guida forte e serena nei momenti difficili attraverso i quali tutti noi passiamo. Quanti imputati, effettivamente colpevoli di reato o vittime innocenti di persecuzioni giudiziarie, hanno cercato consolazione in quello sguardo? Quanti malati hanno trovato conforto nel rivolgere uno sguardo a chi ben sapeva cosa significhino la sofferenza e il dolore? E così pure quanti studenti, in preda al panico da interrogazione, hanno guardato fiduciosi il crocifisso appeso implorando la pietà del professore? Il caso è chiuso ma c’è ancora un interrogativo ancora aperto: sull’urgenza con la quale il giudice Mario Montanari ordinò la rimozione del Crocifisso. Non ho capito a quale motivazione tale urgenza rispondesse. Abbiamo processi che durano decenni, provvedimenti sospesi, scorie radioattive sotto il cuscino, ma il Crocifisso di Ofena andava rimosso con urgenza. Perché? Forum internet. Qualche giorno fa un amico mi ha segnalato un sito - «Ibs», acronimo che significa Internet book shop» -, dove avrei trovato la recensione del libro «Il codice da Vinci» e avrei anche potuto partecipare al dibattito su esso. Il sito è ben fatto, utile sia per conoscere le ultime novità editoriali che per acquistare libri in rete con buoni sconti. Certo, mancano il profumo della carta e l’aria un po’ rarefatta, così cari a chi frequenta le librerie esercitandosi nell’arte di annusare i libri, soppesarli, sfogliarli, gettare l’occhio sulle novità e su quelli storici. Penso che i maghi del mondo informatico inventeranno presto un software che permetterà di visitare virtualmente una libreria stando a casa, magari con una maschera che trasmetta odori e sensazioni e mani artificiali per prelevare i volumi dagli scaffali. Ma torniamo al sito Ibs. Effettivamente trovo ben fatte la classifica dei libri più venduti e le relative recensioni. Entro nel forum e leggo i giudizi dei lettori su questo libro, che per chi non lo sapesse è un giallo dai contenuti blasfemi, che fa impallidire anche i versetti satanici di Rushdie. L’autore è un americano e tutti sanno che in quel grande Paese ognuno può scrivere ciò che vuole, offendendo e vituperando senza temere alcuna azione legale, perché non è possibile trovare in nessuna contea un tribunale che dia ragione delle offese subite. Questa è la libertà degli Stati Uniti, la stessa che consente di andare armati senza troppe complicazioni burocratiche e di ammazzare per un nonnulla. I giudizi dei lettori si dividono: si possono esprimere solo due valori, 1 o 5, perché sono disponibili solo i numeri 1 e 5, senza vie di mezzo: il testo o piace tutto o non piace per nulla. Gli estimatori ne sottolineano la scaltrezza di scrittura e l’argomentare accattivante; i contrari si soffermano sui contenuti. Sono tentato di scrivere la mia opinione e invio il messaggio: «Soldi spesi male, si tratta di un libro insulso e insultante. Spero che l’editore (e i suoi padroni) guardino in futuro meno al portafoglio e più ai contenuti». Ammetto di essermi fatto prendere la mano e di aver espresso un po’ troppo duramente il mio giudizio, ma in fondo anche altri, estimatori e avversari, non usano un linguaggio meno forte. Dopo un giorno le mie righe sono apparse, insieme ad altri interventi, debitamente firmate e con l’indirizzo di posta elettronica: sono abituato a non nascondermi dietro nomi di fantasia, accetto i rischi conseguenti. E infatti passano pochi giorni e aprendo la posta una mattina trovo un messaggio dal titolo «Il codice da Vinci». Lo apro e trovo due parole: «Nauseabondo baciapile», firmato da un certo Bonaudo, che non so chi sia. Sono colpito dall’insulto e dalla sua violenza, fermo con gli occhi sullo schermo e le mani sulla tastiera. In pochi secondi prendo una decisione: buttare nel cestino il messaggio per evitare di rispondere all’insulto. Decido di ignorarlo e di imparare comunque la lezione di esprimere le mie opinioni in termini più garbati. Tuttavia non posso fare a meno di collegare la violenza dell’insulto in internet con la pistola così facilmente messa in mano a tanti americani: un messaggio non uccide, ma può portare a un’escalation di sentimenti pericolosi, se non siamo capaci di moderare le nostre espressioni. Io per primo. |
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