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L’Europa non è un’entità astratta o aliena. Non vi è dubbio che molti problemi si giocano ormai a dimensione planetaria, ma proprio per questo è essenziale assumere la dimensione europea per porsi all’altezza della sfida. Peraltro l’Europa è a una svolta storica con l’imminente allargamento ad altri 10 Paesi e a 70 milioni di abitanti, e con il superamento dei Fondi strutturali nel giro di pochi anni. L’Europa è frutto di un grande sogno, lungamente e tenacemente perseguito da uomini lungimiranti, che hanno saputo anteporre l’interesse comune all’interesse particolare e di breve periodo. L’introduzione della moneta unica rappresenta molto più di uno strumento per la politica economica dei vari Stati membri. Essa è stata lucidamente intesa come una scelta unificante del continente, per avvicinare culture, costruire una migliore coesione sociale e una pace più solida. Come si sa, i sogni resistono a lungo ma non per sempre: se non si traducono in fatti, finiscono per demotivare le persone e bloccarne la realizzazione. Questo è probabilmente il motivo per cui uomini come Helmut Kohl hanno voluto a tutti i costi e senza rinvii la moneta unica; e Carlo Azeglio Ciampi - e il Governo di cui era ministro - ha premuto affinché l’Italia adottasse l’euro con il gruppo di testa. Questo impegno, lucidamente tradotto in programma e in misure efficaci ancorché onerose, ha incontrato il consenso degli italiani e riscosso la fiducia degli altri partner europei. In questi anni turbolenti la moneta unica si è rivelata una risorsa essenziale, anche se non priva di problemi e difficoltà. Perdere di vista tutto questo significa immiserire il progetto e attribuire valenza strategica ai problemi gestionali, da affrontare inevitabilmente con adeguate misure di controllo e politiche all’altezza delle dinamiche competitive globali. Il Patto di stabilità, come da più parti si sollecita con crescente insistenza, deve essere corretto, integrandolo con gli obiettivi di crescita definiti dal Consiglio europeo a Lisbona nel 2000. Occorre prendere atto che esso ha perso efficacia perché, nei fatti, è disatteso dai maggiori Paesi europei. La politica economica non può essere basata su misure essenzialmente di breve periodo e di rispetto formale delle norme. Oltretutto non si può ignorare che gli obiettivi di Lisbona, la cui validità è confermata, sono ben lungi dall’essere realizzati. Correggere il Patto di stabilità vuol dire tenere in maggior conto gli aspetti qualitativi delle politiche di bilancio degli Stati membri, incentivando gli investimenti destinati ad arricchire il capitale sociale e alla ricerca, innovazione e sviluppo: misure indispensabili perché l’Europa diventi «l’economia più competitiva». È ovvio che, soprattutto per un Paese come il nostro che registra un pesante debito pubblico, la revisione del Patto non può significare abbassare la guardia sul rigore. Questa eredità degli anni 80 è frutto di una politica di consenso basata sulla finanza allegra e rappresenta un monito verso ogni tentazione «lassista». È una variabile che nessun Governo potrà ignorare per diversi anni ancora, e al prezzo di politiche di bilancio rigorose: la via dei condoni, ancorché discutibile, non è più ripetibile. Quello che va migliorato è la correlazione tra la finanza pubblica e i bisogni reali del Paese, equamente considerati. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni pubbliche e private si presenta come un fattore di primaria grandezza ai fini del rilancio dell’economia e dello sviluppo democratico. Il bisogno di etica negli affari e nell’amministrazione pubblica è da tempo troppo sottovalutato e penalizzato anche dalla polemica sul «buonismo» e da un certo modo di sviluppare il confronto politico. Guardando alle generazioni più giovani, questo indebolimento dei principi etici può rilevarsi perfino più pesante del deficit di bilancio, perché intacca le basi stesse della democrazia e della fiducia nella cosa pubblica. In sostanza vi è bisogno di attivare tutte le energie sane e di costruire una più solida coesione sociale perché l’economia italiana sta perdendo pericolosamente in capacità competitiva. Un obiettivo essenziale per il rilancio dell’economia e il superamento degli squilibri che la penalizzano è la creazione di una cultura di sistema che inquadri i problemi d’impresa, dia basi solide alla capacità di attrarre investimenti su progetti dell’economia locale, orienti il sistema locale al sostegno dello sviluppo, si proponga di recuperare gli squilibri esistenti tra Nord e Sud del Paese. Occorre rilanciare la concertazione, che si è dimostrata di grande utilità nel decennio scorso, ricercando iniziative convergenti tra le varie organizzazioni sociali e tra queste il Governo. Anche le riforme istituzionali devono essere basate sulla condivisione e rispondenza al bene comune. Il federalismo è una scelta utile ma è bene procedere con cautela per evitare effetti indesiderati dai più. Occorre un riordino della Pubblica Amministrazione, per metterla all’altezza dei nuovi compiti e per una maggiore efficienza e minori costi. Sullo sfondo, ma non tanto, vi sono i grandi problemi della pace, della tutela dell’ambiente, della lotta alla povertà e alla fame nel mondo: fanno anch’essi parte della realtà quotidiana, resa più acuta dai fenomeni di terrorismo, dalla guerra in Iraq, dall’immigrazione clandestina. |
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