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Dalle urne il no a certe riforme. Non c'è la mano
dei pensionati?

di VICTOR CIUFFA

embra che finalmente si cominci a capire che molte riforme introdotte in Italia negli anni 90 erano velleitarie, puri esercizi accademici che hanno prodotto solo pesanti conseguenze negative per tutto il Paese, frenando lo sviluppo economico e aggravando il disagio sociale. Finora nessuno ha avuto il coraggio di discuterle, criticarle, bloccarle; al contrario, pur di ottenerle, si sono posti una serie di ricatti incrociati a Governi e maggioranze, all’intero Parlamento e ai singoli parlamentari sbandierando la minaccia di rispedirli tutti a casa attraverso una crisi governativa e lo scioglimento anticipato delle Camere.
I risultati delle consultazioni elettorali di giugno hanno spinto vari esponenti politici - i più saggi e preoccupati dell’interesse pubblico -, a uscire allo scoperto, a prendere il coraggio, a denunciare gli errori commessi dalla classe politica nell’ultimo quindicennio. A fine giugno sorprendentemente lo stesso Corriere della Sera ha posto il problema ribaltando principi da esso stesso pervicacemente sostenuti per anni: prendendo lo spunto dalla relazione del presidente dell’Autorità Antitrust Giuseppe Tesauro, uno dei suoi massimi opinionisti ha riconosciuto che il capitalismo italiano, essendo incapace di affrontare i mercati stranieri, ha preferito acquisire le società di servizi pubblici, mantenendo situazioni sostanziali di cartello e tariffe alte e scaricando ogni costo sui consumatori. In pratica un ritorno puro e semplice alla situazione esistente prima della nazionalizzazione dell’energia elettrica.
All’indomani dei risultati elettorali negativi per il centrodestra, si sono levate all’interno di questa coalizione proposte di annullare la riforma del sistema elettorale con la quale nel 1993 fu introdotto il maggioritario, e di ritornare al precedente sistema proporzionale, sia pure con qualche correttivo. Quello che non si capisce, però, è il fatto che in altri importantissimi campi si insiste ostinatamente nel voler attuare riforme ad ogni costo, pur sapendo che i loro obiettivi sono illusori, che i presupposti sono falsi, che le conseguenze saranno dannose per i loro stessi sostenitori, e che fra qualche anno esse dovranno inevitabilmente smentirsi: parliamo delle pensioni, del federalismo, della persistenza nella politica delle privatizzazioni.
Prendiamo uno dei tanti esempi di riforme attuate in questi ultimi anni e dalle quali ormai la classe politica che le ha introdotte o comunque accettate non solo è costretta a prendere le distanze, ma deve anche sbrigarsi a smantellarle. Parliamo dell’accorpamento dei Ministeri e della riduzione del numero dei ministri. C’è qualcuno veramente convinto che quella misura aumentasse la governabilità del Paese, la forza dell’Esecutivo, l’autorevolezza del capo del Governo? Che riducesse, con i ministri, le spese degli organi istituzionali e della Pubblica Amministrazione? Che facilitasse l’attuazione e la diffusione del sistema maggioritario?
Nella prima Repubblica un esperimento del genere era stato fatto allo scopo non di ridurre il numero di ministri, Ministeri e spese pubbliche, ma per rendere meno gravoso il lavoro quotidiano del capo del Governo e dei segretari dei partiti che con lui gestivano il potere. Autore, un presidente del Consiglio piuttosto decisionista, rispetto ai suoi predecessori ma anche all’attuale presidente Silvio Berlusconi: Bettino Craxi. Il quale inventò il cosiddetto Consiglio di Gabinetto, formato da lui, dal vicepresidente del Consiglio e dai ministri «pesanti» - del Tesoro, delle Finanze, dell’Industria ecc. -, ai quali di volta in volta potevano aggiungersi i titolari dei dicasteri interessati ai provvedimenti da varare.
Una formula chiamata in altri tempi anche «cabina di regia» e, con meno fortuna a causa delle tristi immagini evocate, «direttorio». L’esperimento di Craxi non ebbe vita lunga, finì presto nel dimenticatoio e i motivi non sono misteriosi: quale ministro, che all’epoca giungeva a quel livello per i propri voti e non per l’ossequienza a un leader - pensiamo a un Amintore Fanfani, a un Carlo Donat Cattin ecc.-, era disposto ad apprendere dalle agenzie di stampa i comunicati di Palazzo Chigi con le decisioni del Consiglio di Gabinetto?
A me sembra che tanti personaggi della Casa delle Libertà abbiano aspettato troppo tempo per chiedere una ridistribuzione degli incarichi, un’alternanza nei posti. E che abbia sbagliato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a farselo chiedere: possibile che ritenesse fondata e scevra di pericoli la pretesa di governare per cinque anni con lo stesso gruppetto di uomini? Di alcuni dei quali - da lui estratti dalle Università, fatti eleggere in Parlamento e nominati ministri -, si è persa perfino la memoria in oltre tre anni di attività di Governo. Forse partecipano alle sedute a Palazzo Chigi, ma risultano totalmente assenti, scomparsi, desaparecidos nel dibattito sui problemi scottanti per la massa come le nefaste conseguenze dell’euro, l’inflazione, l’aumento dei prezzi, il taglio surrettizio delle pensioni e quello palese che vi si vuole introdurre, la stasi produttiva e occupazionale ecc.
A proposito di pensioni: in vista di un’elezione politica degli anni 70 tutti nella redazione del Corriere della Sera - Indro Montanelli in testa - prevedevano l’arretramento della Dc e un’avanzata del Pci; l’unico che sosteneva il contrario ero io. E in effetti la Dc non arretrò, anzi guadagnò dei voti. «Sei stato l’unico a indovinare il risultato. Come hai fatto?», mi chiese Montanelli. «Non era così difficile–gli risposi–. Bastava ricordarsi che un mese fa il Governo ha aumentato le pensioni».
Forse i risultati negativi per la maggioranza delle elezioni di giugno non dipendono dalla riforma delle pensioni che la Casa delle Libertà sta portando avanti; forse non dipende dai pensionati il travaglio che tali risultati hanno innescato nella coalizione governativa facendo finalmente porre in primo piano il problema delle cattive riforme. Ma è un’ipotesi che neanche si può escludere. Nell’episodio da me citato due cose furono certe: l’errata previsione del grande Montanelli che dava per spacciata la Dc e sicura l’avanzata del Pci, che invece non ci fu; e l’aumento delle pensioni deciso dal Governo un mese prima del voto.
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