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Dopo due anni Serafino gli chiese di seguire anche un’azienda di 400 mila ettari nel Mato Grosso, in Brasile, e poi terre in Paraguay e in Argentina, quindi in tutto il Sudamerica, il Nordamerica e, infine, anche le attività agricole in Europa, in Asia, in Russia: circa un milione di ettari con i raccolti più diversi, mais, soia, frumento e bestiame in Argentina e negli Usa, cacao, caffè e bestiame in Brasile. Ed ancora: verdure e frutta nella Valle Padana, grano, frumento, bietole, zucchero in Inghilterra, oltre alle mandrie da carne. In Russia tra il 1988 e il 1989 un progetto di industria agroalimentare ebbe il risultato eccezionale di una produzione di 28 quintali di soia per ettaro rispetto ai 15, al massimo, delle aziende sovietiche collettivizzate, ottenendo gli elogi di Michail Gorbaciov che, prima di diventare segretario del Pcus, era un agronomo. Abituato a parlare nei diversi continenti in inglese, spagnolo, portoghese e italiano, con la telefonata a Ravenna ogni sera alle 20,30 ora italiana, per informare il patriarca delle varie situazioni, oggi a 64 anni Livio Ferruzzi torna ad occuparsi delle proprietà agricole dei suoi omonimi non-parenti come amministratore delegato della Fersam, ovvero Ferruzzi-Sama. «Non confondiamo, nella società io non c’entro–precisa nuovamente–. La Ferruzzi è Alessandra, figlia di Serafino, che è in società con il marito Carlo Sama; l’intera proprietà è una delle più grandi dell’Argentina, 35 mila ettari, che Alessandra riacquistò quando i beni della famiglia furono posti in liquidazione. Mi ha fatto piacere che Carlo e Alessandra abbiano deciso di non disperdere il patrimonio di esperienza, cultura e tradizione nell’agricoltura ricevuto dal padre. E di trasmettere ad altri la capacità tecnica e la filosofia della famiglia». C’è alla base dell’iniziativa anche un’intuizione imprenditoriale: con il vecchio gruppo Ferruzzi, l’agricoltura in Italia aveva un forte peso economico, un ruolo sociale e una funzione educativa. Tutto questo oggi si è disperso, non è stato sostituito da alcunché né sono sorte iniziative d’impresa capaci di coprire questo vuoto: «Noi vogliamo che questa cultura non si disperda, non potendo più parlare di agricoltura italiana né europea. Il 50 per cento del bilancio dell’Unione europea è speso per sostenere l’agricoltura, ma gli aiuti non possono durare all’infinito specialmente in un’Europa allargata. Non viene più curata la qualità delle culture ma solo la quantità proporzionata alle sovvenzioni». E i prezzi dei prodotti per i consumatori sono più alti che negli stessi Stati Uniti. Dal vecchio Serafino e dal rapporto con la terra Livio ha appreso rapidità e concretezza e si spiega citando la moglie: «Quando va a fare la spesa in America, Giulia spende una certa cifra. Poiché è metodica, anche in Italia compra sempre le stesse cose, ma al supermercato qui spende il doppio. Così in Francia e in altri Paesi. Questo vuol dire che c’è qualcosa che non va nell’economia agricola europea». Il vecchio Serafino operava commercialmente in varie parti del mondo con prodotti locali e affermava che, per quanto si studi, si legga, si parli con la gente, non si può capire l’agricoltura di un Paese se non la si pratica. Bisogna conoscere il clima, il territorio, le culture, i costumi, le tradizioni, lavorando con gli agricoltori del luogo. Sostenuti da questa filosofia, Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama con la Fersam, affidata alla lunga esperienza di Livio, vogliono lanciare con nuovi criteri l’azienda argentina, e tornano all’attività originale della famiglia convinti che il Sudamerica possa diventare, con le sue immense praterie, il più importante produttore agricolo del mondo. Nel 1979 Raul Gardini, che aveva cominciato a lavorare con il vecchio patriarca dall’età di 19 anni, e che era marito di Idina, la primogenita di casa, diventa presidente del Gruppo dopo la morte, a 71 anni, di Serafino. Il patriarca era figlio di agricoltori ravennati, diplomato perito agrario, laureato in Agraria a Bologna, un personaggio di grande intelligenza, geniale, riservato, esigente sul lavoro, di poche parole, che aveva creato passo dopo passo uno dei maggiori gruppi internazionali del settore agroalimentare. Dopo pochi anni Gardini vuole diversificare le attività svolte entrando anche nella chimica e lancia la scalata alla Montedison. Ed è con quest’ultima che, nel 1991, cominciano le difficoltà per il Gruppo. In dissenso con la famiglia, Gardini lascia la presidenza al cognato Arturo Ferruzzi. Nel 1993 la crisi: una brutta storia italiana ancora da chiarire, un incrocio perverso di interessi di banche, di cupidigia di grandi famiglie della finanza e dell’impresa, di accanimento e di sospetto delle Procure della Repubblica, di atteggiamento persecutorio della stampa, di complice ambiguità della politica. Tutto concorre nel determinare la fine del più grande gruppo agroalimentare italiano, seconda impresa del Paese, attiva nella chimica a livello internazionale, in grande espansione produttiva, presente anche nell’editoria e nella grande distribuzione. Indebitato per eccesso di crescita, ma in misura minore di altre grandi imprese che avevano minore capacità di sviluppo e di liquidità. Anche lui diventato genero di Serafino e cognato di Gardini per il matrimonio con Alessandra, la figlia più giovane, Carlo Sama ripercorre oggi a malincuore gli 11 anni segnati prima dall’incarcerazione per finanziamento illecito ai partiti, dal patteggiamento della condanna a tre anni tramutati nell’affidamento ai servizi sociali, da un processo con l’accusa più pesante di falso in bilancio e distrazione di fondi, concluso dopo otto anni con la piena assoluzione. Annunciare oggi la nascita della Fersam per lui non è sufficiente a fargli dimenticare le inquisizioni delle Procure di Milano e di Ravenna; non lo ripaga la cancellazione totale di qualsiasi pendenza giudiziaria né lo soddisfa il falò di un giorno e di una notte nei quali ha bruciato un milione di documenti giudiziari che riguardano questa storia. Non c’è falò né assoluzione che possano attenuare il ricordo di Raul Gardini suicidatosi tre giorni dopo un’altra morte, quella che si era data in carcere con un sacchetto di plastica stretto al collo il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, che con Gardini aveva dato vita all’Enimont condividendone il progetto di creare un grande complesso petrolchimico che avrebbe avvantaggiato l’economia italiana. Guerre finanziarie all’ombra dell’accanimento giudiziario si combattevano dietro i tragici eventi di quei giorni della primavera-estate del 1993. Oggi Carlo Sama acconsente a parlarne per un dovere di verità nei confronti dei figli Serafina, Francesco e Guglielmo. La fine del Gruppo Ferruzzi-Montedison ha una data precisa, venerdì 4 giugno 1993. «Quel giorno–ricorda Carlo Sama–i Ferruzzi, azionisti di controllo del secondo gruppo industriale italiano, firmarono un mandato che dava carta bianca alla Mediobanca guidata da Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi. Finì che venimmo espropriati di un patrimonio immenso. Tre giorni prima la Mediobanca aveva convocato a Roma una riunione dei principali rappresentanti degli istituti di credito e Maranghi aveva delineato un quadro drammatico della situazione della Ferruzzi-Montedison. Aveva detto che non c’era più nulla da fare perché il debito era diventato insostenibile. L’indebitamento ammontava a 25 mila miliardi, in gran parte faceva capo alle società industriali del Gruppo che erano in ottima salute. Ed era minore di quello della Fiat, di cui nessuno sosteneva la drammaticità della situazione. Inoltre noi avevamo un maggiore cash flow. Dove stava dunque la drammaticità?». A fine settembre 1993 l’indebitamento della Fiat aveva raggiunto quasi i 30 mila miliardi e nel settore dell’auto si registrava un calo della domanda del 17 per cento rispetto al semestre dell’anno precedente. Per la Montedison, nell’indagine conoscitiva sui servizi di finanza aziendale dell’Autorità garante della concorrenza relativa al 1993 si legge: «Dall’analisi dei dati di bilancio risulta che il valore netto delle attività ammontava ad almeno 1.200 miliardi di lire e che pertanto la finanziaria era solvente; se si fosse proceduto alla cessione delle singole imprese da essa controllate, le banche sarebbero state in grado di recuperare interamente i loro crediti al valore nominale». Il problema consisteva nel fatto che la holding e la Serafino Ferruzzi, società di famiglia che custodiva il pacchetto azionario di maggioranza, erano a loro volta indebitate per l’acquisizione della Montedison. Ma i Ferruzzi e Sama, diventato il leader dopo l’uscita di Gardini, avevano predisposto un piano di ristrutturazione insieme alla Goldman Sachs, la maggiore banca d’affari internazionale, che prevedeva la fusione tra la Ferfin, la Montedison e la Edison, accompagnata da una ricapitalizzazione cui era disposto a partecipare anche Raul Gardini, legato al sogno di una chimica italiana forte a livello mondiale. Un piano attraente, valido, di una grande multinazionale che anche una cauta banca francese, il Crédit Lyonnais, sosteneva con convinzione. «Non riuscivo a immaginare–confida oggi Carlo Sama–che un progetto di quel respiro potesse essere messo in discussione per questioni di potere. Purtroppo dovetti scoprire che aveva ragione Giampiero Cantoni, presidente della Bnl, quando mi disse che certi disegni in Italia non possono andare in porto senza il beneplacito della Mediobanca e di Cuccia». Subito dopo la riunione con i rappresentanti degli istituti di credito furono chiuse tutte le linee di credito al Gruppo e bloccate le liquidità sui conti correnti. Era l’insolvenza, il default. La mattina del 4 giugno avvenne la firma del mandato che affidava i destini del Gruppo e della famiglia a Cuccia e a Maranghi e che, malgrado le assicurazioni verbali ricevute, segnava l’estromissione completa della famiglia. «La Ferruzzi-Montedison finì sotto il controllo di fatto di quello che doveva essere il nostro consulente, cioè la Mediobanca. E la Fiat guidata da Cesare Romiti si aggiudicò a prezzi di saldo le imprese più appetibili del Gruppo». Contemporaneamente alla crisi finanziaria si chiuse il morso delle inchieste di Mani Pulite con Gardini suicida e Sama incarcerato. Oggi, per cancellare tutte le ombre di questo capitolo di storia italiana di cui è stato uno dei protagonisti, Sama aspetta la conclusione di un ultimo procedimento giudiziario, questa volta provocato da lui e dalla moglie con la denuncia presentata contro la società di revisione Deloitte che aveva elaborato i rapporti che sono stati alla base dell’accusa, elevata contro di lui, di falso in bilancio che avrebbe commesso per nascondere un’illecita distrazione di fondi, poi conclusa con la piena assoluzione. «Per anni–spiega Sama–io e mia moglie Alessandra, che prima di quello che io definisco un esproprio possedeva il 23 per cento della Serafino Ferruzzi, ogni giorno abbiamo trascorso ore a ricostruire i conti. E i conti, alla fine ci hanno dato ragione. La Deloitte aveva esibito una ricostruzione contabile fatta con una superficialità impressionante, senza alcun supporto cartaceo, ed anche solo per sentito dire. Inoltre operava in grave conflitto di interessi perché, mentre dalla famiglia aveva ricevuto l’incarico della revisione dei bilanci, lavorava anche per l’amministratore delegato nominato dalla Montedison e prestava consulenze alla Procura. L’abbiamo citata in giudizio, forse non riavremo il patrimonio che ci è stato sottratto, ma otterremo un risarcimento che destineremo a borse di studio di una Fondazione intitolata a Serafino Ferruzzi per studenti di Agraria». Sette spighe di grano compongono il logo della Fersam. Bestiame da carne, mais, soia, grano sono i prodotti delle tenute sudamericane. Livio Ferruzzi spiega che si stanno sperimentando altre colture, cotone per esempio, da estendere anche in altre aree del Sudamerica. In questi giorni è tempo della prima semina della Fersam, i prodotti andranno sui mercati internazionali. La carne, tutta di altissima qualità e proveniente da 10 mila vacche Hereford da pascolo e non di allevamento, sarà venduta in Europa. «La soia in Argentina–dice Livio Ferruzzi–è geneticamente modificata al cento per cento, nella nostra azienda lo è al 50 per cento, con ottimi risultati. Non vediamo il motivo per non farlo, perché con le tecniche che applichiamo è migliorata molto la qualità del prodotto e dell’ambiente. È aumentata la fauna selvatica ed è diminuita, per esempio, l’erosione del terreno con la semina sul sodo, cioè senza aratura, con semi modificati che permettono un maggiore controllo delle piante infestanti con erbicidi che non lasciano residui. Non essendo lavorata, la terra non è esposta all’erosione». Per il futuro dell’agricoltura italiana non ha dubbi: la fine delle sovvenzioni potrà portare ad una maggiore efficienza delle aziende, ma la produzione dovrà essere concentrata su prodotti tipici italiani. «Noi–afferma–abbiamo il vino e l’olio più buoni del mondo, il parmigiano, la mozzarella, i formaggi, i salumi, la frutta, le verdure fresche richieste dovunque; quelli imitati non sono paragonabili agli autentici italiani. In America c’è dovunque insalata freschissima per 11 mesi l’anno e arriva tutta da Salinas in California, dove si produce solo insalata; vi sono migliaia e migliaia di ettari coltivati a lattuga con 5 raccolti l’anno, sufficiente per tutti gli Stati Uniti. È il Paese in cui sono nati i romanzi di John Steinbeck. Perché non possiamo farlo anche noi con le nostre produzioni tipiche, fresche, richieste in tutto il mondo? Otteniamo questi prodotti meglio di chiunque altro, dovremmo esportarli in tutti i Paesi. È inutile che tentiamo le grandi produzioni di cereali, grano, mais, soia, carne. Il nostro territorio non è paragonabile alla Francia o all’Inghilterra, possiamo solo fare prodotti particolari, di nicchia, non ripetibili in nessun altro posto per il terreno, il clima, l’esposizione. Hanno provato a farlo in California con i nostri vitigni, ottenendo un vino diverso, senza confronti. Questo dobbiamo fare: difendere e diffondere le produzioni tipiche italiane». Livio Ferruzzi vive a Beaufort, uno dei più vecchi insediamenti europei della costa dell’Est, vicino alla zona dell’antica palude bonificata del Nord Carolina. «Mi trovo bene, l’aspetto positivo dell’America è che all’inizio magari pongono delle difficoltà, ma quando si accorgono che una persona lavora, è capace, rispettosa, l’ammirano e la fanno diventare una di loro, non guardano da dove viene, di quale religione è, come la pensa, di chi è figlia. Questo ha fatto grande il Paese», racconta. Giulia, la moglie, è biologa alla Duke University. I figli si sono laureati negli Stati Uniti, Giulio di 34 anni in Scienza del suolo e lavora in California nel Dipartimento di Agricoltura, Mario di 32 anni è biochimico come la madre e si occupa di Chimica dell’alimentazione nel centro ricerche della Nestlè a Losanna. |
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