| LE
RIFLESSIONI DI UN MANAGER |
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Questo voto contrario alle forze politiche delle maggioranze di Governo - particolarmente duro in Germania, in Gran Bretagna e in Francia -, è probabilmente una manifestazione di censura per il modo in cui è stato gestito il progetto europeo e per come questo si sia andato arenando tra le secche degli interessi partitici di determinate forze politiche, oppure sia stato strumentalizzato al fine di battaglie partitiche nell’ambito degli Stati nazionali. L’elettorato si è convinto, in buona sostanza, che l’Europa è un progetto politico in cui non crede più nessuno e pertanto non è andato a votare per sostenerlo; sono andati a votare in maggioranza gli euroscettici, forse con il proposito di ridurre l’ampiezza e le ambizioni del progetto originario. Come è puntualmente accaduto in sede di approvazione della cosiddetta Costituzione europea. L’Italia ha perso le elezioni europee soprattutto per due motivi. Il primo è che l’elettorato italiano sembra abbia rinnegato la scelta verso il bipolarismo. Infatti sia il Listone del centro-sinistra sia soprattutto Forza Italia nel centrodestra sono stati penalizzati a favore dei partiti minori, proprio quelli che Silvio Berlusconi aveva chiesto di non votare. Queste elezioni europee hanno fatto di nuovo respirare una grande nostalgia per il sistema proporzionale. Purtroppo, per un sistema proporzionale puro, non per quello corretto da un premio di maggioranza e da uno sbarramento di ingresso. Eppure in Italia l’astensionismo è stato più basso di quello di altri Paesi europei, comunque inferiore a quello registratosi nelle elezioni del 1999. I grandi partiti non sembra che esercitino più una vera forza d’attrazione. Quello di Silvio Berlusconi forse perché si è troppo esposto con la guerra in Iraq. Quello di Romano Prodi forse perché ha lanciato il «Listone» non sulla base di un progetto politico o, quanto meno, di un programma unitario, ma solo come un espediente elettorale volto a conseguire un traguardo di nuova immagine: essere la prima lista per numero di voti fingendo di essere il primo partito, che invece resta ovviamente Forza Italia. Il secondo motivo che induce a ritenere che il nostro Paese abbia perso nelle recenti elezioni europee dipende da un risultato elettorale che evidenzia un centrosinistra frammentato e soprattutto dotato di un baricentro spostato verso i partiti e i partitini della sinistra alternativa e antagonista. Questa sinistra, che rappresenta oltre il 13 per cento dell’elettorato, è fortemente sostenuta, all’interno del Listone, dal «Correntone» dei Ds. In pratica circa la metà del 46 per cento ottenuto dal centrosinistra è rappresentato dalla sinistra tendenzialmente estremista. Sembra quasi che si sia fatto un passo indietro di circa mezzo secolo. Si è tornati, infatti, a una sinistra intransigente, che giudica molto male l’Occidente e che osteggia apertamente gli Usa, che ritiene che debba essere cambiato radicalmente il modello di società e quello di sviluppo, che rifiuta un qualsiasi dialogo tra opposizione e maggioranza e che stenta a riconoscere l’identità nazionale anche in politica estera, e talvolta persino negli episodi cruenti che hanno interessato i nostri soldati. L’espressione più preoccupante di questa nuova sinistra è data dalla Cgil e dal suo leader Guglielmo Epifani. Quest’ultimo, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 16 giugno scorso, ha dichiarato, anche se in modo estremamente civile, non solo che «queste elezioni dimostrano che la maggioranza del Paese sta con noi», ma anche che la sinistra deve perseguire un nuovo progetto politico - di cui ha rivendicato la primogenitura -, che consisterebbe nell’organizzare un listone allargato a tutti i partiti, incluso quello di Rifondazione Comunista. Sembra veramente di essere tornati indietro di mezzo secolo, con l’unica differenza che allora erano le Botteghe Oscure a dettare le regole alla Cgil ai fini dell’acquisizione del consenso politico a favore dei comunisti, mentre ora è la Cgil a imporre le scelte al Botteghino ai fini dell’acquisizione di una rappresentanza politica onnicomprensiva nell’abito della sinistra. Questo probabilmente accade non tanto per la caratura del personaggio Epifani che non raggiunge neppure il livello del suo predecessore Sergio Cofferati, che già era alquanto modesto rispetto ai Massimo D’Alema, Piero Fassino o Walter Veltroni, quanto per le naturali risorse economiche di cui oggi dispone la Cgil. Le dichiarazioni di Epifani, comunque le si vogliano valutare, rappresentano purtroppo un’ulteriore prova di come il mondo della politica italiana stia toccando livelli molto bassi sia per quanto riguarda la capacità di interpretare il ruolo da parte di alcuni protagonisti sia per quanto concerne i rapporti tra maggioranza e opposizione. Un ultimo commento alle elezioni europee con riferimento al nostro Paese: gli elettori italiani hanno inviato ai politici alcuni chiari messaggi. Il primo riguarda le forze politiche in campo, premiando, a differenza degli altri principali Paesi europei, la maggioranza di Governo in carica oltre tre anni. La conferma è stata data dall’elettorato nonostante la guerra con l’Iraq e nonostante una lunga crisi economica internazionale, molto male percepita e valutata dal nostro Governo circa gli inevitabili forti riflessi sull’economia nazionale. La conferma però della maggioranza di Governo non si è estesa anche al leader del Governo stesso, Silvio Berlusconi. Questi è stato fortemente penalizzato sia per la sovraesposizione mediatica e quella sulla guerra in Iraq, sia per i gravi errori di comunicazione compiuti nella gestione delle attività di Governo. Primo tra tutti quello della riduzione delle tasse, prima annunciata e poi rinviata, dopo molti tira e molla, a dopo le elezioni. L’elettorato, infine, non ha creduto nell’«operazione raggruppamento» delle forze politiche compiuta dal centrosinistra, bollandola come una iniziativa priva di vera sostanza e portata avanti solo con intenti elettorali. Questa bocciatura dell’elettorato apre gravi problemi alle forze del centrosinistra soprattutto per quanto concerne la loro aspirazione a divenire forza di Governo. L’ultima indicazione che sembra avere voluto dare l’elettorato è quella che riguarda Fausto Bertinotti: il suo partito continuerà a crescere fino a quando si terrà lontano da qualsiasi alleanza, continuando così a rappresentare la quinta essenza della sinistra alternativa ed antagonista. Alla luce dei risultati delle elezioni, cosa ci riserva il futuro, tenuto conto anche della vittoria del centrosinistra nelle elezioni amministrative? Per quanto riguarda quest’ultimo, assisteremo al tentativo - già cominciato - di far credere agli elettori che il «Listone» costituiva un passaggio preliminare per la costituzione di un nuovo soggetto politico. Non era quindi un espediente elettorale come erroneamente valutato dall’elettorato, ma un vero e proprio impegno per avviare un processo di integrazione nell’ambito del centrosinistra. Subito dopo il negativo risultato elettorale del Listone, Romano Prodi ha «rilanciato», prima con una proposta simile a quella di Epifani e poi limitandosi ad auspicare una federazione tra i partiti raggruppati nel Listone stesso. Ma durante la campagna elettorale, forse con l’intento di tranquillizzare i colleghi del «Correntone» Ds, non era stato assicurato che il Listone non preludeva alla costituzione di un soggetto politico nuovo e unitario? Dove approderà questo dibattito che si è già aperto nel centrosinistra e che per ora ha tutta l’aria di perseguire l’unico scopo di rassicurare l’elettorato sul magro risultato conseguito come conseguenza di un’incomprensione da parte dell’elettorato stesso? Probabilmente non porterà molto lontano per vari motivi. Primo tra tutti, perché la sinistra antagonista non si farà mai inquadrare in una qualsiasi lista elettorale unica. Poi perché, pur concordando eventualmente su un programma di massima, non rinuncerebbe mai al proprio estremismo per trasformarsi in una forza di Governo. Infine perché Fausto Bertinotti ha creato la propria fortuna facendosi rincorrere a sinistra e non facendosi raggiungere mai: non cambierà proprio ora che raccoglie i migliori frutti della tradizionale strategia. Il problema del centrosinistra non è però solo quello di conciliare la sinistra moderata con quella alternativa, ma anche quello di trovare un denominatore comune nell’ambito delle forze politiche raggruppate nel Listone. La Margherita ha infatti già sperimentato come l’abbraccio con i Ds possa essere soffocante, facendo perdere consensi e rappresentanti politici. Pietro Nenni, ai suoi tempi, ci mise più di otto anni per capire come l’unità di azione con i comunisti nel Fronte Popolare fosse deleteria per le forze socialiste più moderate. Probabilmente i riformisti moderati, che rappresentano una parte consistente della Margherita, l’hanno già capito. Solo Romano Prodi, tra gli ex democristiani, porterà avanti il discorso, e solo con l’intento di vedere confermata la sua leadership da parte degli ex comunisti. Prepariamoci quindi a un lungo tormentone nel quale non sarà la lotta per le idee a costituire il vero campo di battaglia, ma la lotta per la leadership del centrosinistra, con Romano Prodi asserragliato nella propria fortezza e con molti assedianti, a cominciare da Walter Veltroni, e con qualche possibile traditore interno, a cominciare da Francesco Rutelli. Anche se, in estrema sintesi, il messaggio che viene dai risultati delle elezioni europee è che il centrodestra possa continuare a governare fino al 2006 - mentre il centrosinistra viene per ora rimandato all’esame per l’abilitazione di forza politica in grado di assumere un ruolo di Governo -, tale messaggio è tuttavia accompagnato da una forte censura per Silvio Berlusconi. È da aspettarsi, quindi, che questi riveda i propri comportamenti politici, non eccedendo nelle sfide lanciate agli avversari e nelle conseguenti risse politiche, ricercando un clima di maggiore dialogo sociale, affrontando con più elevata professionalità politica i temi delle riforme. Silvio Berlusconi, in buona sostanza, dovrà rivedere il ruolo che si è finora assegnato di «mattatore» della scena politica, concedendo maggiore spazio ai comprimari e soprattutto abbandonando definitivamente il «pregiudizio milanese», e anche leghista, di sapere e di potere fare tutto, supplire personalmente a tutto, tutto direttamente sistemare e accomodare. Ma basterà all’elettorato un riequilibrio di comportamenti e di pesi all’interno delle diverse componenti politiche della maggioranza? Probabilmente non basterà, anche se accompagnato da un forte impegno del Governo di rispettare il «contatto con gli elettori», con particolare riferimento alla riduzione del carico fiscale. Forse per affrontare la strada politica del 2006 la Casa delle Libertà ha bisogno di rilanciare un proprio progetto politico, presentandosi come una vera e propria federazione di partiti e ritrovando nel proprio interno un progetto e regole di comportamento unitario. A meno che Silvio Berlusconi, prima dalla scadenza elettorale del 2006, non salga al Quirinale con il consenso di tutti. In questa ipotesi, non meramente politica, si riaprirebbe allora di nuovo la grande stagione del compromesso storico, mai nel passato abbastanza deprecata. |
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