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L’impegno che il presidente del Consiglio ha assunto con gli elettori è di ridurre a due le aliquote fiscali, per portarle rispettivamente al 23 e al 33 per cento. Non entrando nel merito del provvedimento, che per essere equilibrato necessiterebbe di alcuni correttivi, va precisato che l’intenzione è encomiabile ma che non appare sorretta da quel sano realismo che ha sempre contraddistinto gli interventi del premier. L’aspetto assai discutibile della proposta non sta tanto nella difficoltà di reperire risorse quanto nell’individuarle in un settore vitale dello Stato e a detrimento di una sola categoria. Il quadro politico di riferimento è chiaro: da più parti si sostiene, giustamente, che i tagli alla spesa pubblica indispensabili per porre in essere la manovra fiscale non dovranno interessare tre settori strategici: scuola, sanità e sicurezza. Il che è ovvio se si considera che tali settori sono già largamente privi di quel sostegno economico necessario per un loro sufficiente e corretto funzionamento. La scuola procede a scartamento ridotto, vittima di macroscopici errori del passato, ed è alle prese oggi con una riforma da attuare a costo zero affidata alla buona volontà di insegnanti disincentivati da retribuzioni modeste che non trovano riscontro in nessun Paese europeo. La sanità, malgrado l’impegno degli addetti, è al collasso per l’insufficienza di fondi, strutture ospedaliere spesso carenti o fatiscenti, risibili risorse destinate alla ricerca e consapevolezza generalizzata dell’opinione pubblica che una riforma esasperatamente federalista produrrà macroscopici squilibri e disuguaglianze sociali. La sicurezza, che rappresenta l’aspirazione primaria di ogni cittadino in un Paese in cui prospera quasi indisturbato un variegato mondo malavitoso, è l’anello più fragile del sistema democratico perché le condanne sono risibili rispetto ai delitti commessi, manca la certezza della pena, si liberano i detenuti per carenza di carceri, si perseguono i cittadini che osano reagire alle violenze, si retribuiscono con paghe da travet i tutori della legge che rischiano la vita nell’adempimento del dovere. Non pare che, alla luce di tale situazione, sia realisticamente possibile tagliare i finanziamenti in tali settori che, invece, andrebbero opportunamente aumentati. Per questo le mire di una parte dell’Esecutivo si appuntano verso altri settori, in particolare sul pubblico impiego i cui dipendenti attendono il rinnovo dei contratti di lavoro scaduti o in scadenza. È un numero considerevole di interessati, quasi tre milioni, che costituiscono la struttura portante dello Stato e che si differenziano dai lavoratori degli altri settori per la modestia delle retribuzioni che spesso non superano i mille euro mensili. L’offensiva contro i lavoratori del pubblico impiego, volta a scippare magri aumenti contrattuali, è partita quasi scientificamente da lontano: prima un tendenzioso rapporto dell’Aran con il quale si mirava a documentare come negli ultimi 5 anni le retribuzioni dei dipendenti dello Stato fossero aumentate del 16,7 per cento; poi le dichiarazioni del ministro per la Funzione pubblica Luigi Mazzella che, basandosi su tali dati, giudicava superfluo un confronto con il sindacato che sollecitava un aumento contrattuale dell’8 per cento; infine la rozza presa di posizione dei rappresentanti del popolo leghista che, identificando l’Amministrazione dello Stato con «Roma ladrona», si opponevano a qualsiasi miglioramento per il personale della stessa. Antefatti che hanno consentito all’Esecutivo di proporre aumenti contrattuali del 3,6 per cento in due anni, ovvero l’equivalente del tasso d’inflazione programmata per lo stesso periodo. Di inflazione reale - ma nemmeno di quella rilevata dall’Istat - nemmeno a parlarne. La Confsal intende far valere il diritto del personale del pubblico impiego a percepire aumenti retributivi pari almeno a quelli concessi ad altre categorie. Non è tollerabile che miopia politica e crassa ignoranza portino il Paese sull’orlo del fallimento - non solo economico - mortificandone la macchina amministrativa deputata a garantirne funzionamento e sviluppo. Eppure il premier si era impegnato nel programma elettorale non solo a diminuire il carico fiscale ma a far funzionare la Pubblica Amministrazione come una grande azienda privata dove retribuzioni e condizioni di lavoro si coniugano con efficientismo e produttività. Se non è possibile distrarre fondi da scuola, sanità, sicurezza e, aggiungiamo noi, dal restante pubblico impiego, resta ben poco da tagliare e bisogna ricercare altre strade perché la riduzione delle aliquote fiscali, specie se diretta a un recupero del potere d’acquisto dei ceti medio-bassi, non solo non va rifiutata aprioristicamente per motivi di parte, ma va sollecitata per consentire la ripresa dei consumi indispensabile per uscire dalla recessione. Resta il problema del non facile reperimento delle risorse necessarie all’attuazione della manovra, non meno di 10-12 mila miliardi di euro. C’è la vecchia ma sempre attuale proposta della Confsal: scoperchiare con determinazione il pozzo senza fondo in cui si agita, prolifera e si arricchisce il mondo del sommerso, dell’elusione e dell’evasione fiscale, un mondo che manovra tra i 150 e i 200 mila miliardi di euro sfuggendo senza grande difficoltà alle larghe maglie di un’amministrazione statale abbandonata a se stessa e posta, dall’insipienza di un Esecutivo incapace di comprenderne le potenzialità, nelle condizioni di non poter mai varcare del tutto la soglia di questo immorale paradiso fiscale. Questi sono gli interventi da attuare che, lungi dal penalizzare intere categorie di lavoratori, darebbero un senso di operosità e concretezza a una coalizione di Governo che, pur condizionata da difficoltà interne e internazionali, si è limitata a navigare a vista di costa badando al contingente, senza puntare a obiettivi che possono garantire un futuro di prosperità al Paese. |
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