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Eppure l’immagine che la stampa trasmette è sempre la stessa, stereotipata e appiattita sui fatti di cronaca, sulle catastrofi e sulla corruzione. Tutti aspetti ampiamente condivisi dal resto del Paese, purtroppo. Mi permetto di rasserenare il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino: nel Sud è vero che succedono fatti criminosi, scontri a fuoco tra clan opposti, sempre con tanti morti ammazzati. Ma succede anche nel Nord, con le aggravanti di delitti veramente mostruosi e ammantati di una morbosità fuligginosa e appestante: Cogne, Imperia, Varese, sono città belle ma legate indissolubilmente a delitti contro natura e, quando arriva il loro turno, al telegiornale cambiamo volentieri canale. Per carità: i morti sono morti e non bisogna scherzare, ma almeno a Napoli sono il risultato di vere e proprie guerre, non il parto di menti pervertite dalla droga e dalla ricchezza sfrenata.. Comunque nei fatti la realtà è ben diversa e composita: dovunque ci giriamo, da nord a sud d’Europa, troviamo uomini e donne di cultura, di scienza, di legge, manager preparati, imprenditori controcorrente che hanno le loro radici in questo Sud. È venuto il momento di parlare di più di questi uomini, di queste donne e del loro contributo al bene comune del Paese. Rifiutiamo la cultura dell’immondizia con la quale viene dipinta la situazione di queste regioni. Certamente è vero che occorre fare uno sforzo per innalzare la qualità del lavoro, per migliorare le condizioni di vita delle grandi città del Mezzogiorno. Napoli è la prima fra tutte, considerando le sue dimensioni e la popolazione. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, più attenta alle necessità della propria città. C’è urgenza di persone giovani in grado di interpretare con rinnovato vigore le dimensioni culturali e imprenditoriali. E che non scappino da Napoli, come da nessuna terra del Sud, rimanendo, disposti a lottare per cambiare e riportare queste regioni al giusto livello di vita. La formazione continua, combinata con un sapiente scambio tra università e impresa, può costituire la pista di decollo di questa nuova generazione della classe dirigente. La dimensione etica del lavoro, degli affari e della finanza completano il quadro di riferimento: è difficile rimanere indifferenti constatando i fatti che hanno messo in ombra negli ultimi dieci anni l’industria italiana, dalla Fiat alla Parmalat. Il male oscuro che ha colpito nei gangli vitali la nostra imprenditoria ha radici profonde: non possiamo pensare di formare intere generazioni di economisti, ingegneri, amministratori, puntando tutto sul profitto per il profitto, senza regole e senza anima. Ciò che stiamo pagando è ancora poco rispetto al danno formativo prodotto. Quando manca la tensione etica, facilmente vengono meno i riferimenti e anche i modelli scadono di rappresentatività. Occorre adesso ricominciare a porre le basi di un nuovo umanesimo, ridando centralità alla persona umana e ai suoi bisogni essenziali, a partire dalla libertà, condizione primaria dello sviluppo. Sono temi che attraversano le discipline che innervano il nostro tessuto produttivo, sia dal punto di vista culturale che industriale. Non è sufficiente, non serve, fermarsi alla considerazione che i grandi organismi, siano essi l’ Onu a livello internazionale o la Banca d’Italia a livello italiano - ma certamente la Bundesbank sta attraversando una crisi ben più profonda -, hanno ingrigito la loro identità e sfocato il ruolo. Non è la struttura che deve cambiare, sono gli uomini e le donne che possono e anzi devono essere diversi. La struttura poi si adegua, è semplice da ristrutturare, come tutte le strutture. I grandi gruppi della consulenza e della revisione hanno perso molta credibilità essendo stati, per superficialità o per insipienza, collusi con il sistema dell’apparenza: quanto ha inciso il trattamento riservato alle centinaia di giovani che venivano assunti in queste strutture e buttati a «fare risultato» con orari impossibili? Parliamo di persone che hanno rinunciato a formare una famiglia sacrificando tutto alla «dea carriera», consumando i migliori anni in sterili analisi che hanno portato al disfacimento di interi gruppi industriali. Incapacità professionale? Scarsa preparazione? Incompetenza? Forse. Sicuramente la certificazione affrettata di bilanci fantasiosi è il risultato di una mancanza di etica, virtù che non si improvvisa. Solo alcuni gruppi, e ve ne sono di piccoli come di grandi tra i colossi della consulenza e della revisione, hanno resistito: ma si tratta di aziende con un forte contenuto etico. Il sistema bancario italiano soffre come non mai, dopo aver concentrato in poche aziende tante realtà del credito ben radicate sul territorio: l’esempio del Banco di Napoli è tra i più eclatanti. Si è ulteriormente evidenziata in questo modo un’Italia a due velocità, con la complicazione che, ragionando adesso a livello europeo, occorrerà ricordare che il convoglio viaggia sempre alla velocità del veicolo più lento. Ora, purtroppo, di veicoli lenti in Europa cominciano ad esservene troppi: abbiamo un parco formato da troppi vagoni e poche locomotive, insufficienti a trainare tutti. In questo panorama la spesa per l’istruzione e la formazione continua ad essere molto bassa, insufficiente per ridare profondità, competenze, e, di conseguenza, sviluppare la competitività necessaria. La nostra migliore università in campo economico e finanziario è solo al 46esimo posto nella classifica delle business school; in Spagna lo Iese, Instituto de Estudios Superiores de la Impresa, è al quarto posto: abbiamo ampi margini di miglioramento ed è arrivato il momento di investire nella formazione, con vere connotazioni etiche, per metterci al passo del mondo. |
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