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Dell’équipe di specialisti del Centro Euganea Medica, che fa capo al Gruppo Data Medica, fa parte Sergio Dalla Volta, professore di Cardiologia nell’Università di Padova. Laureatosi in Medicina e Chirurgia negli Stati Uniti e successivamente specializzatosi in Cardiologia, il prof. Dalla Volta ha studiato e poi insegnato nelle Università Columbia e Cornell di New York e Harvard di Boston, quindi è tornato in Italia. A lui Specchio Economico chiede di fare il punto sulla situazione e sulle prospettive della Medicina nel suo campo. Domanda. Qual è il principale problema da superare nel suo settore? Risposta. A mio parere è quello della divaricazione e dell’eccessiva indipendenza, tra di esse, delle specializzazioni. Il chirurgo, ad esempio, dovrebbe operare secondo le indicazioni fornitegli dal medico sugli elementi utili all’intervento; in alcuni casi questo avviene, soprattutto quando il chirurgo è giovane e bravo, ma purtroppo non è questa la prassi. Un tempo tra il medico e il chirurgo la differenza era minima, e il più delle volte il primo faceva anche il secondo e viceversa. Ma oggi quella situazione è superata, soprattutto a causa delle numerose specializzazioni acquisite dalla scienza medica. Tra queste, invece, dovrebbe instaurarsi una specie di gerarchia. Nel mio campo esistono due branche, la Cardiologia e la Cardiochirurgia, vicine di fatto ma in realtà separate. Questo è un errore perché, se dopo un’intervento operatorio in un paziente insorgono delle complicazioni, è compito a volte del chirurgo e a volte del medico risolverle. D. Qual è il motivo per il quale questa collaborazione non avviene? R. Nella maggior parte dei casi queste incongruità sono frutto della divisione della categoria in organizzazioni sindacali, o meglio in corporazioni da Medio Evo. Occorre ammettere questo, perché la posta in gioco è importantissima, consiste nella salute dei cittadini. Il ministro della Salute Girolamo Sirchia certamente non riesce non solo a risolvere, e spesso neppure ad affrontare problemi di tale importanza; ma anche se non è in grado di imporre le soluzioni necessarie, non può non condividere questa impostazione. D. Quanto aiutano le nuove tecnologie come la nuova macchina in dotazione al suo Centro? R. Il ricorso a nuovi strumenti in campo sanitario non soltanto è importante per la diagnosi delle malattie e per gli interventi chirurgici e di terapie mediche, ma è anche educativo nei confronti del medico in quanto lo costringe a perfezionare le modalità di intervento. Soprattutto nella chirurgia una macchina non deve essere usata passivamente, perché in tal caso serve a poco; non appena si impara a conoscerla e ad usarla, essa aiuta a comprendere, ad affinare il modo di ragionare, a capire non solo i limiti della stessa, ma anche i propri. Debbo ammettere che in molti campi, e quindi non soltanto nelle patologie coronariche, sono stato costretto a rivedere concetti e convinzioni che mi parevano abbastanza assodate, e questo perché i dati forniti dalla strumentazione non concordavano con le ipotesi iniziali. D. Perché non sono diffusi questi concetti tra i medici? R. Ho sempre pensato che in un certo senso i letterati e gli artisti capiscano di scienza più degli scienziati. In proposito ricordo sempre due bellissime frasi. La prima è contenuta nella «Ricerca del tempo perduto» di Marcel Proust: «La medicina è una cosa così idiota che si dovrebbe abbandonare se non fosse che abbandonare i malati è ancora peggio». L’altra frase è di Paul Bourget, un autore francese della fine dell‘800, il quale, in un bellissimo libro intitolato «Le sense de la mort», racconta la storia di un chirurgo che muore perché affetto, anche lui, come un suo paziente, da un tumore del pancreas; prima di morire al suo giovane assistente rivolge queste parole molto giuste: «Una legge è considerata valida fino a quando non si dimostra che è errata». Noi non possiamo rimanere tranquillamente fermi su alcuni concetti; periodicamente dobbiamo metterli alla prova; dobbiamo accertare se, con quello che abbiamo imparato in più, siano ancora validi; in caso contrario, dobbiamo avere il coraggio di formulare una nuova ipotesi, che vale fino a quando non ve ne sarà un’altra ancora migliore. D. Allora come bisogna usare i nuovi strumenti? R. È estremamente importante che, soprattutto quando sono costosi e sofisticati, non siano usati per pigrizia, ossia per emettere la diagnosi più facilmente; occorre servirsene per controllare e soprattutto per migliorare i nostri concetti. Ricordo che quando rimase colpito da un infarto, a un mio amico fu prescritto un assoluto riposo; egli invece si mise a passeggiare tutto il giorno. Del resto il cardiologo Paul White, professore ad Harvard, non disse che, se non ci fossero gli ascensori, si registrerebbero la metà degli infarti? Sembrava una battuta, lo considerarono anche un pazzo, ma è una realtà. D. Perché periodicamente si sente dire che teorie, medicine e strumenti in grande uso appena una decina di anni fa, sono superati se non addirittura nocivi? R. Anche di questa nuova macchina per la Tac, appena prodotta, si dice che abbia risolto tutti i problemi; non è escluso che dopo un anno si dica il contrario, cioè che non serve quasi a niente; e che poi, dopo un altro anno ancora, si riconosce che serve nelle indicazioni giuste. Avviene un po’ come per le squadre di calcio: quando una vince il campionato, si dice che l’allenatore e il centravanti sono bravissimi; quando un suo giocatore insulta un avversario, si sostiene che è un reprobo. Abbiamo la tendenza ad «umanizzare» i nostri giudizi sulla macchina. In tutte le cose di questo mondo il bene e il male reale si vedono solo dopo. D. Ma allora come va considerata? R. La macchina è inventata dall’uomo e deve essere usata da lui, ma nel modo migliore possibile, riconoscendo quello che può e quello che non può dare. La «Tac multislice», in particolare, è estremamente interessante sotto molti punti di vista, e ha dimostrato in molte occasioni la propria utilità. Ma prima di esprimere un parere definitivo sottoponiamola al «giudizio di Dio», come facevano i longobardi che ricorrevano alla prova dell’acqua: chi resisteva di più all’immersione aveva ragione. D. Quali sono le prospettive della Medicina? R. Incute quasi paura quello che scopriremo nei prossimi dieci anni. Arriverà il giorno in cui saremo capaci di identificare visivamente i geni e i cromosomi nei viventi; essi aiuteranno a comprendere, ma i problemi sono destinati a non risolversi mai perché l’uomo è un essere mortale. L’importante non è trovare la verità perché l’uomo non vi arriverà mai, ma approssimarsi il più possibile a quello che noi consideriamo la verità, a quello che ha la più alta verosimiglianza possibile con la verità. L’umanità è passata dall’opinione alla conoscenza che però, come disse Platone, è qualcosa di infinito, perché non si finirà mai di conoscere. D. Le maggiori conoscenze fanno aumentare la competenza? R. Un aspetto importante della scienza moderna è che, quanto più si acquista in competenza, cioè in specifica capacità di conoscere un certo aspetto, tanto più si perde il concetto generale; quindi la conoscenza e la competenza non sono la stessa cosa, ma è importante l’equilibrio fra i due aspetti. Una persona che esegue solo elettrocardiogrammi non è un cardiologo, è solo un esecutore di elettrocardiogrammi; non dovrebbe fornire indicazioni perché non può considerarsi un clinico; non può dire nulla, perché non è in grado di comprende il problema. D. Qual è il suo compito nella Euganea Medica? R. Mi è stato chiesto di collaborare nel laboratorio di Padova, ho accettato e ho cominciato lo scorso novembre; una volta alla settimana esamino, insieme alla sua équipe, tutti i casi. Abbiamo a disposizione, appunto, una strumentazione eccezionale che ci mette nelle migliori condizioni di curare i pazienti. Svolgo questo lavoro non per interesse ma per passione, per i rapporti amichevoli che mi legano a quella struttura; di fatto sono indipendente, perché sono soddisfatto di insegnare Cardiologia nell’Università di Padova. |
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