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Domanda. Perché la sua banca ha istituito una Direzione dedicata allo Stato e alle infrastrutture? Risposta. Nelle sue diverse componenti economiche e sociali il Paese avverte oggi un bisogno di rinnovamento e di crescita. Per questo motivo Banca Intesa, nella sua ultima definizione uscita dal processo di fusione, ha deciso di proporsi come il più grande istituto di credito italiano dal punto di vista non solo dimensionale ma anche sostanziale. In quest’ottica ha deciso di ridefinire la propria organizzazione guardando al Paese. Questa osservazione ci ha fatto accorgere di una grande lacuna: la mancanza di un soggetto finanziario capace di avere rapporti con tutto il settore pubblico allargato. Un settore attraverso il quale passa la metà del prodotto interno lordo italiano. D. Da che cosa dipende questa assenza? R. In parte possiamo attribuirla a ragioni di tipo storico. Le banche non erano culturalmente preparate ad avere rapporti con il settore pubblico allargato anche perché, fino a poco più di 10 anni fa, esse stesse erano enti pubblici e vivevano in un sistema blindato e garantito. In alcuni casi costituivano, insieme allo stesso Ministero del Tesoro, un circuito nell’ambito dell’Iri. A sua volta il sistema pubblico considerava la banca un soggetto indifferente verso le proprie esigenze, che dovevano essere coperte principalmente attraverso il prelievo fiscale. In quell’assenza di rapporti e quindi in quella diversità di culture tra il sistema finanziario e il sistema pubblico, è gradualmente cresciuto un divario infrastrutturale che, in una situazione economica globalizzata, è ormai diventato insostenibile. Se pensiamo, infatti, al nostro Paese inserito nell’Unione europea a 25, possiamo facilmente renderci conto che, se negli anni 60 potevamo essere soddisfatti delle nostre infrastrutture, oggi dobbiamo stare attenti a non diventare uno dei Paesi di coda dell’Unione. D. Ma che cosa c’entra una banca con tutti questi problemi? R. La presenza di una banca ha un significato, in quanto essa assiste e partecipa a un processo di crescita. Nel tentativo di affermare questo proprio ruolo che io definirei quasi istituzionale, Banca Intesa ha ritenuto di studiare il sistema per capire se essa era in grado di soddisfare questa domanda potenziale e di supplire a questa inesistenza sostanziale di sinergia tra pubblico e privato. L’obiettivo principale è diventato, perciò, quello di trovare i punti di contatto necessari per aggiornare il sistema infrastrutturale. Nel fare questo, però, la banca ha innanzitutto risposto a quelli che sono i propri compiti. E si torna al discorso iniziale. Una delle caratteristiche di Banca Intesa è proprio quella di proporsi come banca per il Paese e quindi, in qualche modo, come istituzione per il Paese, anche se privata. La nostra filosofia è molto simile a quella del settore pubblico anche se, ovviamente, ci poniamo in una posizione diversa da esso. I nostri interventi testimoniano questo. È solo per questo motivo che ci siamo avvicinati al settore della sanità, che siamo intervenuti nell’ambito della rete stradale contribuendo alla costruzione degli assi portanti che attraversano l’Europa. Ma abbiamo lavorato anche nel settore dell’energia, del circuito integrato di gestione dei rifiuti e delle acque. Siamo intervenuti in tutti quei settori in cui era impensabile che il pubblico potesse agire contando solamente sulle proprie risorse finanziarie. Il nostro è stato principalmente un contributo di sostegno in favore del settore pubblico, caratterizzato da un lato dalla gravità del gap infrastrutturale che si denunciava, dall’altro dalla diversità rispetto ad altri Paesi europei: non ve n’è nessuno in cui istituzioni finanziarie e sistema pubblico non camminino fianco a fianco per il benessere dei cittadini, ciascuno riconoscendo che l’altro è parte essenziale del proprio divenire, del proprio essere, del proprio operare. Ecco cosa c’è alla base della Direzione Stato-Infrastrutture. D. Quindi si tratta di un’esperienza completamente nuova? R. Banca Intesa si pone oggi come l’unica banca in grado di riunire contemporaneamente nella stessa scatola sia il «commercial banking» che l’«investment banking». Un’unica unità in cui trovano posto professionalità e attività dedicate esclusivamente al settore pubblico allargato. Questa struttura si chiama, appunto, Stato-Infrastrutture. Una realtà che guarda a tutti i soggetti istituzionali, siano essi banche, Ministeri, Autorità, enti previdenziali, Regioni, Province, Comuni, Università, aziende municipalizzate e altro. Soggetti che, però, non siano quotati in Borsa. Inoltre, una volta verificato che il sistema finanziario era stato sostanzialmente assente nel processo di crescita infrastrutturale, si è deciso di inserire in questa Direzione anche il settore della sanità, sia essa pubblica, convenzionata con il Servizio sanitario nazionale o privata. Ovviamente tutto ciò che fa parte degli sportelli bancari rimane nella struttura dedicata alla rete, altrimenti si attuerebbe una duplicazione dell’attività. D. Quali sono stati i primi risultati raggiunti? R. Devo dire che all’inizio la Direzione Stato-Infrastrutture è stata osservata con curiosità. Forse qualcuno pensava che avesse un’ambizione difficile da soddisfare, un obiettivo arduo da perseguire. Il problema in realtà è tutto culturale: occorre cercare di unire la cultura della finanza pubblica con quella della finanza privata, e renderla un patrimonio inscindibile. Non è stata un’impresa semplice, ma ci ha consentito di presentarci al settore pubblico allargato offrendo, in forma talvolta di consulenza, una serie di strumenti utili per incrementare le loro risorse e per raggiungere gli obiettivi prefissati. D. Per quali motivi non è stato un obiettivo facile? R. Soprattutto perché tradizionalmente il settore pubblico considera la provenienza delle risorse finanziarie in maniera diversa dal privato, e nello stesso tempo perché non ha la cultura di quest’ultimo dal punto di vista progettuale. Fondamentalmente il settore pubblico aspetta che qualcuno gli presenti delle proposte, ma chi lo fa a sua volta deve conoscere le regole dell’apparato pubblico, deve capire come funzionano i suoi meccanismi, in quali pieghe sono le risorse e in quale misura può disporne. È difficile fare proposte senza conoscersi bene. Spesso ricorro a un’analogia: quando si contrae un matrimonio, occorre che gli sposi si vogliano bene, si rispettino, conoscano i rispettivi bisogni. Nella stessa maniera, quando si vuole creare una collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, ognuno deve conoscere le abitudini, le attitudini, le regole dell’altro, altrimenti dopo pochi giorni di «matrimonio» si divorzia. Questo è il compito ambizioso che io ho deciso di accettare. D. Per quale motivo in particolare? R. La mia storia è quella di un soggetto nato al servizio delle istituzioni prima come magistrato poi come capo di Gabinetto di ministri prestigiosi, poi come collaboratore dell’attuale amministratore delegato Corrado Passera nel risanamento delle Poste Italiane. In questo «frullato» di esperienze e di conoscenze del mondo pubblico e di quello privato ho ritenuto di poter accettare questo incarico rimettendo in discussione me stesso e rinunciando a posizioni istituzionali di estremo prestigio. Oggi posso dire che sono così contento e soddisfatto di quello che ho fatto, di questo che io chiamo un servizio per il Paese che, se dovessi tornare indietro, rifarei la stessa scelta. Perché sono convinto che la crescita è un patrimonio che ci appartiene e in cui dobbiamo credere. Non possiamo aspettare che altri ce la consegnino. Ciascuno di noi può fare qualcosa di più per essa; rispetto agli altri, ognuno ha un dovere in più dove le circostanze della vita gli consentano di disporre di un patrimonio che altri non hanno. Disponendo di un patrimonio culturale nei settori della finanza pubblica e privata, ho accettato di costituire una squadra di alti professionisti che solo per modestia non definisco i migliori. D. Chi sono questi professionisti? R. Esperti nei campi del project financing, delle cartolarizzazioni, della valorizzazione del patrimonio immobiliare ed altro. È stata compiuta una selezione faticosa. La squadra è composta da poco più di 80 persone reclutate dopo aver passato al setaccio oltre 60 mila dipendenti del Gruppo, insieme ad altri provenienti da diverse aziende finanziarie. L’aspetto importante è che questi professionisti hanno accettato il compito frequentando addirittura la scuola della finanza pubblica: dirigenti bancari con professionalità elevate che si sono rimessi a studiare per diventare dei «Nocs», ossia soggetti capaci di calarsi nei complessi problemi della finanza pubblica per risolverli. A distanza di un anno posso dire che il progetto non era una pia illusione, e la dimostrazione di questo è il fatto che oggi siamo tra i principali operatori nel campo delle infrastrutture. D. Finora quale tipo di interventi avete realizzato o avviato? R. Stiamo lavorando per la realizzazione dell’autostrada Brescia-Bergamo-Milano. Stiamo preparando un intervento per il passante di Mestre e siamo particolarmente attivi nel campo degli ospedali. Inoltre abbiamo avuto incarichi a Roma e provincia e siamo particolarmente presenti nel settore del recupero dei rifiuti. Stiamo impiantando un grande termovalorizzatore in Sicilia e ne stiamo raddoppiando un altro in Calabria. Siamo in prima linea nella gestione delle acque in Sicilia, dove risolveremo uno dei principali problemi dell’isola. D. Qual è il giudizio della vostra clientela? R. La gente è stanca di promesse, vuole passare dalla speranza alla fiducia e noi desideriamo darla. Siamo una banca che si riconosce nella gente, si confronta con essa e ne avverte i bisogni. Ma, soprattutto, che vuol crescere insieme ad essa, perché punta alla qualità della vita dei cittadini e si sente parte della comunità. Siamo convinti che occorre accompagnare la crescita del Paese, che gli enti locali devono essere assistiti come tutte le istituzioni pubbliche, non proponendo ad essi rischi e azzardi. Il nostro motto è essere sempre credibili. Un proverbio afferma che per conquistare un cliente occorre un anno, per perderlo basta un giorno. D. Non puntate agli utili? R. Non siamo una banca «mordi e fuggi» che guarda solo al profitto ed è interessata solo ad ottenere risultati positivi nel consuntivo di fine anno per consentire agli azionisti di avere un utile. Dobbiamo fare anche questo naturalmente perché non siamo un’istituto di beneficenza e i nostri azionisti devono avere un vantaggio, ma sono convinto che dall’azione sociale che ho descritto si possano ottenere vantaggi ancora maggiori. Col crescere della fiducia, saranno di più i soggetti che si rivolgeranno a noi. E quanto più riusciremo a risolvere i loro problemi, tanto più altri soggetti si rivolgeranno a noi e questo contribuirà alla crescita economica della banca e dei suoi azionisti. D. Avete uno slogan per promuovere il servizio Stato-Infrastrutture? R. Siamo una struttura che si muove in ogni direzione. L’unica legittimata a trattare con i soggetti del settore pubblico allargato e che può contare su possibilità non comuni; costituiamo una specie di ponte di comando che ha davanti sé una visione d’insieme per cui, una volta conosciute le loro necessità, attiviamo gli altri nostri servizi. D. È soddisfatto di questa esperienza? R. Devo dire che sono cautamente soddisfatto perché se il nostro amministratore delegato corre più di noi, riusciamo a tenergli testa. Siamo ottimisti non utopisti, conosciamo le nostre forze e le nostre capacità e sappiamo anche di non poter sbagliare. Per cui abbiamo un’elevata probabilità di riuscire. |
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