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Anni di riforme: non è ora
di un bilancio?
Per evitare il ridicolo

di VICTOR CIUFFA

ono ormai 15 anni che in Italia si attuano riforme in ogni campo. Mezzo secolo era trascorso tranquillo, di riforme non se ne era fatta quasi nessuna, ad eccezione di quella tributaria del 1972-1973. Nel 1970 erano state istituite le Regioni, ma erano previste dalla Costituzione del 1948, per cui erano in ritardo di 22 anni; un’altra norma della Costituzione, sull’esercizio del diritto di sciopero, è stata applicata molto più tardi, e solo parzialmente.
Di colpo, dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, quando non esisteva più la «ragion di Stato» costituita dalla difesa contro il comunismo, è scoppiata la smania riformatrice. Scontenti del sistema politico-elettorale vigente all’epoca che, come tutti i sistemi, aveva certamente qualche difetto ma anche pregi di cui all’epoca nessuno si rendeva conto, si è pensato di realizzare l’utopistico bipartitismo perfetto che, proprio per tale aggettivazione, si dimostra irrealizzabile: come si è constatato dopo che, nel 1994, è stato attuato.
Ma la caduta del muro di Berlino ha dato luogo a un altro fenomeno: l’ondata moralizzatrice e giudiziaria diretta ad eliminare i difetti insiti nel sistema politico vigente. La classe politica è stata delegittimata, ma una migliore occasione non poteva offrirsi ai grandi gruppi economici e finanziari per appropriarsi del ricco bottino costituito dalle aziende e dal patrimonio dello Stato, ammantando l’operazione con i nobili principi del liberismo e prospettando alla massa i vantaggi della libera concorrenza.
Hanno dato il via i «tecnici», giunti al potere in sostituzione dei politici, trasformando gli enti di Stato in società per azioni e svendendole ai grandi gruppi finanziari privati. Per ripristinare il controllo dello Stato sull’economia nell’interesse della massa - e forse anche per ricostituirsi altri centri di potere in luogo di quelli perduti -, i nuovi politici hanno creato, in sostituzione degli enti pubblici scomparsi o grandemente alleggeriti, organismi di controllo del mercato, ossia le varie Autorità.
Per cui in sostanza l’osannata operazione di privatizzazione e liberalizzazione, destinata nominalmente ad eliminare enti costosi e passivi, spesso strumento dei politici per fini diversi da quelli istituzionali, ha avuto due risultati: ha arricchito ulteriormente pochi Gruppi privati che con esigui esborsi si sono appropriati di un patrimonio sconfinato dello Stato, e ha impoverito tutti i cittadini.
In questo clima l’assalto alla diligenza non ha avuto più limiti in nessun campo: la smania riformatrice ha dilagato e continua a dilagare, senza che nessuno faccia un bilancio dei risultati positivi e di quelli negativi. Quindi senza che la classe politica prenda coscienza di quello che dovrebbe fare: continuare indiscriminatamente le riforme in ogni campo; limitarle solo ad alcuni campi; modificare quelle che hanno dato esito negativo; tornare coraggiosamente indietro, se si ritiene necessario.
E questo nonostante il fatto che l’esperienza di questi quindici anni abbia indiscutibilmente dimostrato che non tutte le riforme sono andate bene, che spessissimo il Governo e il Parlamento devono mettere mano a riformarle, che si susseguono e si affastellano continue modifiche, ritocchi, aggiustamenti, perfino a distanza di appena due o tre mesi dall’entrata in vigore delle stesse. Segno evidente che non sono fatte bene, che non sono complete, che non tengono conto di tutte le esigenze di una società che è certamente in evoluzione, ma non con un ritmo così veloce, frenetico, tumultuoso.
La società, anzi, ha bisogno di abituarsi alle novità, conoscerle, assimilarle, attuarle: spesso non le viene dato il tempo. Il settore economico-fiscale è un esempio lampante: neppure i più preparati addetti ai lavori, ossia i commercialisti, gli avvocati, i notai, sono in grado di seguire e di applicare le infinite norme che si susseguono incessantemente. Siamo arrivati al paradosso di inserire nelle leggi, e quindi nella Gazzetta ufficiale, termini stranieri in luogo dei corrispondenti, esistenti termini italiani. È vero che «la legge non ammette ignoranza», ma quale ignoranza? Anche quella della lingua inglese? E perché allora milioni di italiani devono conoscere l’inglese e non anche il cinese o il suaheli, lingua ufficiale delle popolazioni dell’Africa centro-orientale? Un cittadino viene assolto in un giudizio penale se dimostra che non ha studiato l’inglese?
Nei giorni scorsi Paolo Peluffo, capo dell’Ufficio-Stampa della Presidenza della Repubblica, è stato nominato consigliere della società Dante Alighieri, «la massima istituzione italiana che si occupa della diffusione della lingua italiana nel mondo», hanno spiegato i giornali. Ebbene, al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi fanno promulgare, ossia firmare, leggi dello Stato italiano in cui si adoperano sempre più termini stranieri in luogo dei corrispondenti sostantivi italiani, molto più chiari e dettagliati grazie alla grandissima ricchezza di sinonimi esistenti nella nostra lingua. Perché la Dante Alighieri non si occupa anche di diffondere la lingua italiana in Italia, tantopiù che il presidente Ciampi si dimostra molto attaccato ai valori morali e alle tradizioni nazionali?
Abbiamo fatto questo esempio perché anche l’introduzione di termini stranieri nelle leggi italiane è una riforma, sia pure surrettizia e anzi addirittura illegittima. Ma non basta un articolo, e neppure un libro, per elencare e discutere risultati e prospettive delle varie riforme attuate in questo quindicennio, e in cantiere. Certi loro effetti, oltreché contrari agli scopi dichiarati, sono paradossali: pensiamo all’abolizione, in nome della legge sulla riservatezza, fuori dalle aule di Giustizia, dei nomi degli imputati nei processi in corso all’interno: assassini, truffatori, pericoli pubblici i cui nomi e gesta, invece, occorrerebbe divulgare per evitare altre vittime. Nomi e gesta che poi possono conoscersi entrando nell’aula dove si scorgono gli stessi in gabbia, scortati da agenti penitenziari, in manette. Potremmo citare tanti casi di riforme aberranti - un’altra è quella degli studenti che fanno la pagella degli insegnanti -, che alla lunga non meravigliano più la gente, rendono solo ridicoli, o in malafede, chi le approva.
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