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Chi arriva all’aeroporto di Fiumicino trova tale programma in una scritta rossa al neon, all’ingresso del Terminal A, opera dello scultore Maurizio Nannucci. Disseminate nell’area aeroportuale trasformata in un museo a cielo aperto sono sculture di altri artisti contemporanei: Teodosio Magnoni, Pietro Cascella e Nicola Carrino. Varcato l’ingresso dell’aerostazione, tanto al Terminal A quanto al Terminal B, tra banchi di accettazione, uffici di compagnie aeree, bar, ristoranti e quanto anima una città in cui lavorano in media da 20 mila a 25 mila persone e transitano da 70 mila a 80 mila passeggeri al giorno, si trovano riproduzioni di capolavori di epoca remota situati nella vicina Ostia Antica. Sempre all’ingresso del Terminal A, nel lato opposto, c’è la Sala PlayOn che fino al 30 maggio scorso ha ospitato una mostra fotografica di Luca Maria Patella: ultimo avvenimento culturale organizzato da PlayOn insieme alla presentazione di un volume di poesie inedite in Italia del cinese Yang Lian, candidato al Nobel per la Letteratura nel 2002. Altro spazio a disposizione, non fisico ma virtuale, è il sito internet articolato come un luogo in cui giovani di tutto il mondo possano scambiarsi idee e progetti dando vita a un dibattito sul ruolo che ha la cultura nel plasmare il futuro dell’umanità. Ma qual è il nesso fra l’Aeroporti di Roma e appunto la cultura, di qualità se non di élite, che abbraccia numerosi campi, primo dei quali quello più apparentemente lontano dalla vita quotidiana di un aeroporto, cioè la poesia? Parte da lontano la risposta del prof. Savona, che è anche presidente dei Gruppi Impregilo e Gemina, ordinario di Politica economica dell’Università Luiss di Roma; e che è stato direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, direttore generale della Confindustria, segretario generale della Programmazione al Ministero del Bilancio, ministro dell’Industria nel Governo Ciampi dall’aprile ‘93 al maggio ‘94. Mette insieme economia e cultura, politica e mecenatismo, corsi dei cambi e versi poetici, secondo una visione del capitalismo che sta fra John Maynard Keynes e Adriano Olivetti, e una del mondo e dell’uomo che potrebbe definirsi rinascimentale: come si evince dalla citazione di Giordano Bruno tratta dallo «Spaccio della bestia trionfante» del 1584, che apre l’ultimo libro di Savona, appena edito dalla Sperling & Kupfer, intitolato «Geopolitica economica»: «Onde accade, o Saulino, che il sole non scalda tutti quelli alli quali luce, e tal volta meno riscalda tali a’ quali maggiormente risplende?». Domanda. Perché abbinare società aeroportuale, aeroporto e cultura? Risposta. Lo sviluppo economico modifica profondamente le strutture sociali e politiche. A mio avviso, fra i compiti degli imprenditori rientra quello di contribuire al ristabilimento di un equilibrio sociale e politico che essi, con la propria azione, sottopongono a continua trasformazione. Si pensi al fenomeno delle compagnie a tariffe ridotte che sta cambiando le relazioni internazionali. D. Che c’entra la cultura con questo? R. È lo strumento più importante per favorire il crearsi di uno scambio, e quindi di un nuovo equilibrio in ambito internazionale. Ritengo la promozione culturale l’ambito più elevato nel quale l’imprenditoria debba intervenire. Per l’aeroporto di Fiumicino c’è un ulteriore aspetto storico: qui vicino nell’antichità sorse il porto di Ostia Antica e accanto ad esso un mondo brulicante di vita, di templi, di svaghi, di teatri. L’aeroporto di Fiumicino rappresenta oggi una «città per viaggiare» oltre che, come l’Ostia di allora, la porta di accesso alla Città Eterna. Alle persone che l’animano ogni giorno è nostro dovere offrire più di un semplice luogo di transito per passeggeri e di parcheggio per aerei: un biglietto da visita per una città che ha nella cultura e nel turismo culturale un aspetto importante della vita, anche economica. D. L’iniziativa PlayOn abbraccia letteratura, scultura, pittura, fotografia, musica, cinema ecc., ma la poesia ha rivestito dall’inizio un ruolo di primo piano. Perché? R. È una nicchia difficile ma che ci ha dato grandi soddisfazioni. Numerosi uomini di cultura hanno riconosciuto il coraggio di una società con fini di lucro di affrontare un tema difficile, ma capace nelle sue espressioni più alte di cogliere le verità più nascoste. Al discorso poetico è poi strettamente legato un altro, quello dell’apertura verso i giovani, che rappresentano il futuro. In questa direzione opera un giovane poeta che lavora nelle Relazioni esterne dell’ADR, Jacopo Ricciardi, dotato di grande capacità nello scoprire e far conoscere giovani talenti del settore. Yang Lian, ad esempio, è l’espressione cosmopolita di un mondo asiatico, cinese in particolare, che sempre più velocemente si apre all’esterno e i cui abitanti ci attendiamo sbarchino presto a decine di milioni negli aeroporti italiani. D. L’aeroporto come luogo di scambio culturale non è un controsenso in un contesto mondiale nel quale si assiste alla recrudescenza di conflitti? R. Pur concepito prima dell’11 settembre 2001, fin dall’inizio il progetto PlayOn è stato inteso come una risposta pacifica al conflitto che si va delineando nel mondo. Quanto accaduto negli ultimi anni rafforza la giustezza e l’urgenza di questa risposta. Lo scopo principale dell’iniziativa non sta nell’«acculturare» i passeggeri italiani facendo scoprire loro poesia, letteratura o arti di Paesi lontani, ma nel promuovere lo scambio di conoscenze, in primo luogo di libri che sono gli strumenti meno costosi, mettendo in piedi una sorta di biblioteca viaggiante che consenta di entrare in contatto con le più alte espressioni culturali del mondo. D. Come contribuisce l’ADR alla costruzione di tale biblioteca? R. In primo luogo pubblicando, con l’editore Libri Scheiwiller, produzioni poetiche di altre culture. La prima sarà una parte dell’Edda poetica, raccolta di carmi eroici datati fra il 500 e il 1300 dopo Cristo, una sorta di Divina Commedia dei Paesi nordici; poi è nostra intenzione aprirci alla cultura islamica per avviare uno scambio con la parte più tollerante di questa civiltà. In ogni caso perseguiremo l’alta qualità. D. Ma la cultura costa. Negli ultimi anni il settore aereo ha avuto difficoltà economiche; oggi la situazione è migliorata? R. Il non brillante andamento degli ultimi anni ha rappresentato un freno anche alle nostre attività culturali che non possono non provenire dai profitti. L’attuazione della biblioteca dell’aeroporto che, con un’espressione di Giorgio Caproni, dovrebbe essere la «biblioteca del viaggiatore cerimonioso», richiederà più tempo di quello previsto. Nel frattempo abbiamo tentato qualche esperimento, esponendo nella Sala Ospitalità nel Terminal B molti libri che sono scomparsi in un paio di giorni. Non importa se rubati, l’importante è che siano letti. Si tratta di alimentare la circolazione della cultura abituando il passeggero a prendere un libro, leggerlo in aeroporto o in volo, lasciarlo al terminal di arrivo. Credo sia interesse di tutti, anche delle case editrici italiane, contribuire con un certo numero di copie alla nascita di una rete di biblioteche negli scali internazionali. Al riguardo abbiamo in corso trattative con alcuni scali stranieri per allargare l’esperimento. D. Come va il 2004 per l’ADR? R. Nel primo trimestre il traffico aereo ha registrato un aumento dei passeggeri del 7,5 per cento, grazie soprattutto all’espandersi delle tariffe ridotte, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che fu caratterizzato da fenomeni particolarmente negativi: guerra in Iraq e Sars. Negli ultimi mesi il Gruppo ha attuato un’efficace politica di contenimento dei costi e di riorganizzazione interna culminata, il 3 maggio, con la nomina del nuovo amministratore delegato, Francesco Di Giovanni. L’attività è in crescita e la produttività è buona, ma i profitti non sono ancora soddisfacenti perché l’ADR, come tutti i gestori di aeroporti italiani, applica tariffe aeroportuali inferiori in media del 30 per cento rispetto ai concorrenti europei. Queste tariffe vengono fissate dal Governo e sono ferme dal 2000. D. Non ci sono motivazioni anti-inflazionistiche? R. Sicuramente, ma il divario di competitività rispetto ad aeroporti come quelli di Amsterdam o Copenaghen è ormai insostenibile. A ciò si aggiunge che l’ADR, in quanto società aeroportuale a maggioranza privata, l’unica in Italia insieme alla Gesac che gestisce l’aeroporto di Napoli, è ingiustamente penalizzata, perché le tariffe aeroportuali sono calcolate applicando una percentuale a una base imponibile la cui grande componente è costituita dagli investimenti effettuati. Alle società private sono remunerati gli investimenti effettuati direttamente da esse, non quelli fatti con denaro pubblico. Chiediamo che la base su cui calcolare le tariffe comprenda tutti gli investimenti a carico degli attuali azionisti dell’ADR. D. La vostra richiesta sarà accolta? R. Abbiamo avuto assicurazioni per cui siamo fiduciosi. Nello stesso modo speriamo che la conflittualità sindacale relativa alla vertenza Alitalia, che ci ha danneggiato per alcuni mesi, trovi una definitiva composizione. Sono convinto che la politica sia chiamata a risolvere questi gravi problemi. Dopo aver dedicato ad essi gran parte della mia vita di studioso, sono arrivato alla conclusione, riassunta nel mio ultimo libro, che dal punto di vista economico l’imprenditoria italiana non è in declino ma dimostra tuttora di saper competere validamente in ambito internazionale. È però anacronistico pensare che il mercato globale possa essere governato in ambito locale o nazionale, e che possano esserlo i fenomeni sociali e politici che l’economia globalizzata determina. D. Per quale motivo? R. La globalizzazione è un fenomeno irreversibile. I giovani dovranno confrontarsi con il mercato del lavoro mondiale, non come gli antenati seduti nei bastimenti sulle valigie di cartone ma come persone che hanno studiato e possono viaggiare in aereo con pochi euro. Le grandi questioni economiche, dal fisco alla previdenza alla politica industriale, dovranno trovare una composizione a livello sovranazionale, perché il mercato è ormai globale ma, secondo l’insegnamento keynesiano cui rimango fedele, ha bisogno di un’istanza politica più alta che lo regoli, per evitare l’insorgere di inaccettabili storture, ad esempio posizioni monopolistiche. D. Un governo politico mondiale come contrappeso di un’economia irreversibilmente mondializzata? R. L’Italia ha visto giusto quando ha deciso di affidare gran parte delle proprie sorti a un’Europa che, con l’ingresso dei nuovi Paesi, ha più abitanti degli Stati Uniti e un reddito che vi si avvicina in valore assoluto. Se i problemi diventano comuni, diventa questa la sede in cui risolverli. D. Ma istituzioni sempre più distanti e onnicomprensive non corrono il rischio di allontanarsi sempre più dai cittadini? R. Dal governo globale alla dittatura il passo è breve, e questa è stata l’aspirazione di tutti i grandi conquistatori, da Alessandro Magno ad Adolf Hitler. Perciò ritengo che lo strumento principale risieda nella cooperazione internazionale. Tentativi in questo senso sono già stati compiuti: dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, che sancì la convertibilità del dollaro in oro durata fino al 1971 e dalla quale nacquero il Fondo monetario internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, alla nascita e al progressivo espandersi dell'Organizzazione mondiale del commercio, nella quale chiunque aderisca si impegna ad accettare la stessa costituzione economica e a rendere progressivamente omogenei i propri comportamenti; fino all’istituzione della Banca centrale europea per la creazione di un politica monetaria comune fra tutti i Paesi dell’Unione europea. D. Anche in questi organismi sovranazionali le difficoltà non mancano. Come superarle? R. Una cooperazione internazionale, di natura sempre più politica e meno economica o economicistica, è la più democratica e realistica forma di governo politico globale oggi concepibile. Ed è indispensabile: la politica ha un compito fondamentale di regolazione e di composizione sociale che l’economia, da sola, non può assolvere. Esiste una doppia razionalità, del mercato e della politica, e solo dall’equilibrio fra le due possono venire scelte ragionevoli e praticabili. La cooperazione dunque, politica ed economica, è la giusta risposta. Così come quella culturale. |
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