GOVERNO
FORTUNATO.
GLI MANCA L'OPPOSIZIONE
di
Paolo
di Damasco
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uomo
diventa vecchio quando sente che líavvenire non gli appartiene pi˜. La stessa
cosa avviene per le ideologie e per i partiti politici. Diventano vecchi
quando il loro interesse Ë concentrato sul passato, non sentendosi pi˜ in
grado di progettare il futuro. La sinistra italiana soffre di questa senescenza
che, tra líaltro, Ë anche precoce. Una parte significativa della sinistra,
infatti, continua a sognare un ´comunismo buonoª, quello che nel ventesimo
secolo aveva suscitato tante speranze. Non riesce ancora ad ammettere il
fallimento totale del comunismo e continua invece ad attribuirgli un ruolo
di alternativa al capitalismo che appare del tutto sradicato dalla realtý.
Uníaltra parte importante della sinistra, abbandonata líideologia comunista,
si affanna a mascherare dietro líetichetta del riformismo un grande vuoto
di idee e di proposte politiche. Di conseguenza alcuni concetti ispiratori
della sinistra - come il rifiuto pregiudiziale di riconoscere la storia
del Paese, o come líattaccamento ossessivo ai valori della Resistenza, o
come il ripudio irragionevole di avvenimenti storici (la guerra civile)
avvenuti dopo la caduta del fascismo, non sono pi˜ utilizzati alla stregua
di pilastri tradizionali su cui costruire un progetto riformista, bensÏ
ridotti alla funzione di alibi per evitare la formulazione di una proposta
accettabile. Per rendersi conto di questa situazione basterebbe domandare
ai militanti della sinistra quale comunismo vorrebbero, oppure quali riforme
intenderebbero prioritariamente realizzare. Si avrebbero solo risposte confuse,
costruite prevalentemente attraverso acrobazie verbali e prive in genere
di riscontri reali. » quindi desolante constatare che líunico argomento
che suscita ancora, nella sinistra, passioni autentiche Ë la lotta per líoccupazione
del potere che, in questi tempi, passa attraverso la proposta di Romano
Prodi di una lista unica da presentare alle prossime elezioni europee. Il
dibattito che Ë scaturito da tale proposta Ë alquanto miserevole perchÈ
non Ë basato su un qualche riferimento di programma politico o sulla definizione
di nuove regole a sostegno della coalizione, ma Ë incentrato solo su ambizioni
personali e sul desiderio, legittimo anche se quasi fideistico, di abbattere
finalmente il tiranno Silvio Berlusconi. Tiranno, peraltro, che neppure
dimostra capacitý eccezionali di Governo, dato che si trova a guidare una
coalizione che diviene sempre pi˜ rissosa e resa instabile dallíattivismo
frenetico di Umberto Bossi, e dato che non sempre riesce a destreggiarsi
tra le anguste vallate dei Colli capitolini o i meandri tortuosi dei Palazzi
di giustizia. La vera fortuna di Berlusconi e, nello stesso tempo il grave
danno per il Paese sono costituiti dalla mancanza di uníopposizione in Italia.
Di oppositori, per la veritý, se ne citano tanti, spesso alquanto rumorosi
e aggressivi. Non cíË perÚ traccia di uníopposizione che, come esigerebbe
il sistema democratico, sia portatrice di un progetto politico, alternativo,
a quello della maggioranza di Governo. Líunica iniziativa che líopposizione
politica italiana continua a coltivare Ë quella di una guerra mediatica
per abbattere il nemico Berlusconi e il suo Governo, spingendosi in taluni
casi ad immaginare anche un rovesciamento di tipo traumatico da realizzare
attraverso la piazza o con strumenti di carattere giudiziario. Líantiberlusconismo
Ë stato e continua ad essere líunico collante dellíopposizione. Su tutti
gli altri temi le divisioni sono profonde e spesso anche laceranti, e includono
le materie pi˜ disparate quali il diritto delle persone e il diritto di
famiglia, la politica internazionale e la guerra in Iraq, la riforma dello
Stato sociale e quella del sistema giudiziario. Qualsiasi tema nuovo in
genere porta ad ulteriori divisioni, a meno che manchi una qualunque presa
di posizione come nel caso della proposta, avanzata da Francia e Germania,
di uníEuropa a due velocitý, non commentata dalla sinistra ed invece troppo
frettolosamente accantonata dal Governo Berlusconi. Líopposizione in Italia
non ha neppure un leader. A Piero Fassino, che finora ha operato molto bene
e con grande ragionevolezza e che comunque Ë líuomo nuovo della coalizione
di centrosinistra, non viene riconosciuto il carisma sufficiente per assumere
la responsabilitý della leadership. Gli altri sono tutti ´uomini vecchiª
che hanno perso le elezioni politiche del 2001 come Francesco Rutelli, o
quelle regionali del 2000 come Massimo DíAlema; oppure che erano stati accantonati
per motivi interni allo stesso centro sinistra, come Romano Prodi e Walter
Veltroni. Eppure sembrano tutti in corsa per raggiungere líagognato traguardo:
líoccupazione del potere. Romano Prodi Ë certamente il pi˜ abile in questo
gioco fatto di disinvolte recite e ragionati sdegni, di lancio di sassi
per agitare le acque dello stagno e di rapido nascondere le mani dietro
la schiena, di nobili propositi sul mantenimento degli impegni assunti con
la presidenza europea e di nobili sentimenti sul ´grido di doloreª proveniente
dalla Patria. In parole povere, Romano Prodi capeggerý la lista del centrosinistra
solo se avrý la certezza di uscire dalle elezioni europee con un successo.
Altrimenti preferirý mantenere il proprio nome legato a Bruxelles, in attesa
di un avvenire pi˜ roseo. I suoi colleghi di partito, invece, nutrono forti
speranze di poterlo definitivamente confinare in una posizione politica
marginale proprio coinvolgendolo in un confronto elettorale europeo che
si prospetti di scarso successo. Tutta líattivitý progettuale del centrosinistra
resta cosÏ assorbita da un lato dalle iniziative ´unificantiª di demonizzazione
del nemico Berlusconi e, dallíaltro, dalla lotta ´disgreganteª per la conquista
della leadership. Tutto il resto non esiste perchÈ asservito a questa prioritý.
Un Governo che non abbia uníopposizione con cui possa confrontarsi quotidianamente
sulle scelte concrete Ë purtroppo destinato a lavorare male. Quando il sindacato
di sinistra, la Cgil, evita pregiudizialmente il confronto con il ministro
del Lavoro, o quando líAssociazione Magistrati evita pregiudizialmente il
confronto con il ministro della Giustizia, il Paese non puÚ che perderci
e probabilmente líopposizione non ne trae alcun beneficio in termini elettorali.
Non potrý invece che accentuarsi il declino economico dellíItalia, in atto
dal 1995 secondo le stime della Banca díItalia contestata perÚ dal presidente
della Repubblica. Eppure, per capire le ragioni del declino, basterebbe
istituire una Commissione parlamentare o di saggi con la mansione di spiegare
al Paese perchÈ gli investitori Usa si limitano ad investire in Italia solo
il 2 per cento delle risorse economiche destinate allíEuropa, di fronte
a un 10 per cento in Olanda e a un 20 per cento in Gran Bretagna. Evidentemente
líItalia Ë considerata un Paese a rischio elevato dato che non offre prospettive
di sviluppo interessanti e comunque quantificabili preventivamente nei tempi
e nelle dimensioni, e neppure assicura agli investitori un trattamento equanime
e trasparente. Probabilmente questa Commissione non sarý mai costituita
perchÈ, se dovesse effettivamente operare, dovrebbe sbatterci in faccia
delle veritý che, pure essendo a tutti note, non si ama in genere approfondire
e persino commentare. Siamo infatti líunico Paese in Europa dove sono tuttora
vive e vitali le Brigate Rosse, dove un ruolo di forze di Governo Ë rivendicato
da partiti politici che si dichiarano orgogliosamente comunisti, dove un
sindacato, avvalendosi di larghe risorse economiche, tende a svolgere il
ruolo di un vero e proprio movimento politico, dove le corporazioni continuano
ancora a fare il buono e il cattivo tempo, dove la politica Ë scaduta ad
un livello di rissa tra individui privi di raziocinio, dove la giustizia
offre un servizio ai cittadini e alle aziende di qualitý infima, dove i
lavori pubblici sono perennemente bloccati da veti incrociati e i servizi
pubblici sommersi da ondate di scioperi. Queste sono in breve la ragioni
per cui gli investitori Usa non investono in Italia. E sono le medesime
ragioni per le quali gli investitori italiani preferiscono, tutte le volte
che possono, investire allíestero. Solo eliminando questi impedimenti si
potrý ottenere un rilancio del Paese. Pur nella povertý di uomini e di risorse
economiche di cui dispone, il Governo Berlusconi Ë riuscito almeno ad inquadrare
il problema e si dichiara impegnato a rimuovere gli ostacoli che appesantiscono
il cammino dellíItalia. Primo fra tutti, il peso di una cultura che ha sempre
visto la ricchezza come il frutto di un ladrocinio o dello sfruttamento
di altri individui, e non come una benedizione del Signore da condividere
con la collettivitý, secondo la cultura anglosassone. Questa cultura contro
la ricchezza Ë líereditý che viene dal massimalismo socialista (comunismo)
e dallíintegralismo sociale cattolico (´dossettianiª e sinistra della Democrazia
Cristiana). Queste due forze politiche sono oggi aggregate nel centrosinistra
ed hanno aggregato anche gli uomini che si sono formati in queste stesse
culture - da Massimo DíAlema a Romano Prodi -, determinando le condizioni
meno favorevoli per lo sviluppo economico dellíItalia. Senza volerlo, invece,
si creano con questa mutualitý terzomondista le condizioni pi˜ favorevoli
perchÈ la ´mafia dei colletti bianchiª possa impunemente operare anche nel
nostro Paese. Il caso Parmalat Ë emblematico. Nelle settimane scorse si
Ë assistito ad una sinistra che, invece di concentrarsi sui rimedi e sulle
scelte da adottare per evitare nel futuro il ripetersi di simili scandali,
non ha fatto di meglio che addossare la colpa al Governo Berlusconi per
aver modificato in senso ´lassistaª la precedente legge sul falso in bilancio.
Niente di pi˜ falso, sia perchÈ la truffa Parmalat Ë cominciata molto prima
della modifica della legge sia perchÈ il contenuto delle modifiche stesse
non tocca uníazienda quotata in Borsa come la Parmalat. PerÚ questíaccusa
Ë stata lanciata ossessivamente contro la maggioranza di Governo, tanto
da essere ripetutamente ripresa non solo dalla stampa favorevole al centrosinistra
ma anche da altra stampa. La conseguenza Ë stata che la stampa straniera,
ripetendo a sua volta acriticamente il contenuto delle affermazioni della
stampa italiana, ha dilatato a dismisura il discredito che deriva al nostro
Paese dal caso Parmalat, facendo il danno della nostra economia e la felicitý
dellíopposizione (che non manca di citare la stampa straniera per essere
confortata nei propri attacchi contro il Governo). » un ´circolo perversoª
che si unisce per una mancanza di cultura economica della sinistra. Se questa
infatti si impegnasse, invece che nella lotta contro la ricchezza, nella
lotta contro la povertý, si riuscirebbe ad assicurare, al di lý delle contrapposizioni
politiche, una migliore tutela del sistema economico italiano e si affronterebbe
il problema della Parmalat nella sua sostanza con il comune proposito di
sconfiggere la mafia dei colletti bianchi. Questa mafia, come si Ë giý accertato
da molto tempo, Ë pi˜ pericolosa delle tradizionali mafie cui fa capo la
criminalitý organizzata, perchÈ Ë costituita da una rete capillare di gente
incensurata, credibile e rispettata come gli imprenditori, i manager, i
banchieri, i finanzieri, gli analisti finanziari, i gestori di patrimoni
e di fondi e cosÏ via. Il caso Parmalat fa capire quanto possa essere estesa
e capillare questa rete che forse include - ma potranno dirlo solo le indagini
della magistratura -, anche uomini ed ambienti contigui alla politica. Dal
caso Parmalat - come dal caso Cirio, da quello della Bipop e della Banca
121 -, possono trarsi alcuni insegnamenti. Non solo che non funzionano i
controlli in essere (dalla certificazione di bilanci, alla Consob e alla
Banca díItalia) e che pertanto devono essere rivisti; non solo che Ë un
dovere preciso della politica di offrire le necessarie garanzie al risparmio
privato per cui maggioranza e opposizione non possono non trovare un accordo
bipartisan per raggiungere questo obiettivo; ma anche che nessuno dei veri
mali della prima repubblica Ë stato sradicato, dato che la gloriosa stagione
di Mani Pulite si Ë rivelata inutile e inefficace perchÈ non mirata tanto
a ripristinare la legalitý quanto a colpire gli avversari politici. In un
Paese democratico la giustizia deve funzionare in tempi ragionevolmente
rapidi e senza suscitare alcun sospetto di compiacenza verso la politica
e i poteri economici forti. LíItalia difetta di una moderna cultura della
giustizia che consiste essenzialmente non nellíesercizio di un potere autoritario
bensÏ nellíerogazione di un servizio essenziale a beneficio della collettivitý
e dei singoli componenti la collettivitý stessa. Líaugurio Ë che la riforma
della giustizia programmata dal Governo possa almeno in parte risolvere
questa lacuna. |