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Domanda. Il 15 gennaio scorso, a ridosso delle proteste dei lavoratori del trasporto pubblico, Ë arrivato líannuncio della mobilitazione dei dirigenti del Servizio Sanitario Nazionale. Non avete temuto líimpopolaritý di uno sciopero in un settore delicato come la sanitý? Risposta. La vertenza, che avevamo aperto il 3 dicembre con una manifestazione al Capranica di Roma, non Ë solo contrattuale. Le nostre motivazioni sono anche e soprattutto di ordine generale, ed Ë significativo che il variegatissimo mondo della rappresentanza sindacale che si articola in una cinquantina di sigle, anche se quelle che contano sono poche unitý, si sia trovato unito pur avendo ispirazioni e convinzioni assai diverse. » un elemento politico assolutamente nuovo ed eccezionale. Il 15 gennaio ci siamo limitati a confermare la protesta dopo il fallimento del tentativo di conciliazione al Ministero delle Politiche sociali. Líabbiamo chiamata ´Vertenza per la saluteª e abbiamo cercato di modularla nellíarco di due mesi per non creare troppi disagi agli assistiti. Nei giorni di sciopero nazionale saranno assicurati tutti i servizi di urgenza e líastensione riguarderý solo gli interventi rinviabili, le analisi, gli accertamenti diagnostici, le visite programmate. La prima giornata di mobilitazione, il 20 gennaio, si Ë limitata alle assemblee in tutti i luoghi di lavoro e líultima, il 2 aprile, si concluderý con una grande manifestazione nazionale a Roma. D. Come nasce, nella vertenza, il ruolo di capofila dellíAnaao-Assomed? R. Con i suoi 46 anni di vita la nostra Ë una delle pi˜ vecchie associazioni sindacali e la pi˜ numerosa. Rappresenta il 24 per cento dei 60 mila medici sindacalizzati del Servizio Sanitario Nazionale, che lavorano in ospedale o localmente. Ma oltre ai medici, a questa vertenza aderiscono i veterinari, circa 6 mila, e i dirigenti non medici del Servizio sanitario nazionale, che sono pi˜ di 20 mila tra biologi, chimici, fisici, avvocati, ingegneri. Il collante che ci ha unito Ë la gravitý estrema della situazione che stiamo vivendo perchÈ, senza una decisione esplicita e senza chiedere il parere dei cittadini, attraverso scelte pi˜ che altro omissive, si sta decretando di fatto la fine del Sistema sanitario nazionale. Possiamo dire che questo Governo, sul piano sanitario e sociale, Ë riuscito nel miracolo di metterci tutti díaccordo. D. Cosa mette in pericolo il Servizio sanitario nazionale? R. Sottofinanziamento del sistema e devoluzione sono i due problemi principali. Il servizio sanitario per la sua complessitý e importanza ha bisogno di denaro. Nel nostro Paese attualmente si spende líequivalente di 160 mila miliardi di lire líanno, pari a 2 milioni 300 mila lire per cittadino, e anche se la cifra appare enorme, in realtý corrisponde a meno del 6 per cento del prodotto interno. Se aggiungiamo alla spesa pubblica il 2,3-2,4 per cento pagato direttamente dagli assistiti, si arriva a una spesa complessiva per la sanitý che supera di poco lí8 per cento del prodotto interno, la stessa cifra che la Germania impiega solo per la sanitý pubblica. Al momento nel nostro sistema mancano circa 60 mila miliardi, sempre in lire, di cui la metý per mancate corresponsioni di cassa da parte del Governo centrale. D. Esiste dunque un contenzioso tra Stato e Regioni? R. No, si tratta di somme giý riconosciute dallo Stato in base allíaccordo dellí8 agosto 2001 con le Regioni. Fu uno dei primi atti del nuovo Governo in carica e anche noi, che non abbiamo alcuna ragione di ostilitý pregiudiziale nei confronti di questo o quel Governo, lo salutammo positivamente per i suoi contenuti innovativi e per la comprensione che dimostrava verso le esigenze del servizio. Lo Stato fissava un certo andamento dei conti e si impegnava a corrispondere ogni anno determinate somme per il servizio e ad integrarle previa verifica di un comportamento virtuoso da parte delle Regioni. Malgrado 16 regioni su 21 abbiano rispettato le indicazioni di contenimento della spesa, maturando il diritto a percepire le somme a copertura del divario tra spesa programmata e spesa effettivamente realizzata, lo Stato non paga. Lo scostamento negli ultimi tre anni Ë stato di circa 10 mila miliardi di lire líanno e la previsione per il 2004 non Ë migliore. Un sistema creditore di somme di questa dimensione non puÚ sopravvivere e, anche nelle previsioni della Corte dei conti, con questa esiguitý di finanziamento presto non sarý in grado di assicurare il soddisfacimento da parte delle Regioni dei livelli essenziali di assistenza. Quanto al Lazio, alla Campania, alla Sicilia, allíAbruzzo, al Molise, il problema Ë pi˜ grave perchÈ dovrebbero pagare di tasca propria uno scostamento tra spesa preventivata ed effettiva ancora pi˜ alto. Queste 5 regioni non virtuose sono giý al fallimento perchÈ hanno debiti maggiori e li avranno ancora pi˜ grandi non essendo loro riconosciuto alcun credito. D. Sono Regioni con maggioranze di diverso orientamento politico? R. Il problema non Ë di destra o di sinistra, anche se solo la Campania ha un governo di centrosinistra. Quello che le unisce semmai Ë il fatto di essere meridionali. Ma sono anche regioni importanti e popolose, nelle quali vivono circa 18 milioni di persone, italiani indipendentemente da chi li governa, che avrebbero lo stesso diritto alla salute di quelli di Bolzano o di Genova, anche se non Ë cosÏ. Si pone dunque un problema gravissimo, di fatto ignorato dallíultima legge finanziaria che non prevede alcun investimento adeguato per il Servizio sanitario nazionale, e nemmeno il riconoscimento dei debiti pregressi. I circa 790 mila immigrati regolarizzati non sono contabilizzati e la quota capitale ad essi relativa non sarý erogata alle Regioni anche se hanno pi˜ morbilitý degli altri, perchÈ spesso sono pi˜ debilitati. Le Regioni, di destra e di sinistra, avevano fatto presente, insieme e drammaticamente, la situazione ed avevano ricevuto dal ministro dellíEconomia Giulio Tremonti la vaga promessa di una modifica, ma tutti gli emendamenti sono caduti quando il Governo ha posto la fiducia. Questo Ë il primo gravissimo problema su cui vogliamo richiamare líattenzione. Il Servizio sanitario cosÏ non va e questo ci preoccupa molto anche per ragioni di deontologia professionale. Il giuramento di Ippocrate Ë stato recentemente riscritto o meglio attualizzato da un gruppo di clinici di tutto il mondo e tra i 15 punti da rispettare nellíesercizio della professione medica, in qualsiasi parte del pianeta, cíË líobbligo di fornire le proprie conoscenze a tutti, ricchi e poveri. Per sentirsi a posto con la propria coscienza il medico non puÚ ignorare il modo in cui viene tutelata la salute dei cittadini e quello che un tempo era líidea solo di alcuni, Ë diventata un obbligo deontologico specifico. Questa sensibilitý che noi dellíAnaao abbiamo sempre avuto, oggi Ë diventata obbligo di tutti. Nel nostro statuto Ë scritto che il medico non solo deve essere professionalmente qualificato e informato, ma deve anche essere portatore di una responsabilitý sociale nei confronti della comunitý in cui opera, ed applicare líarticolo 32 della Costituzione. D. Ma il Servizio sanitario nazionale non Ë anche considerato una fonte di sperperi ed inefficienza? R. » frutto di una visione distorta e di cattiva informazione. A distanza di 25 anni la letteratura, la pratica e líesperienza storica dimostrano che i servizi sanitari nazionali, che abbiamo mutuato dalla Gran Bretagna e dal mondo scandinavo, tutelano la salute in modo pi˜ efficace e meno oneroso. La Germania ha un sistema di assicurazioni pubbliche come il nostro vecchio Inam, molto pi˜ oneroso. D. QualíË la differenza? R. I sistemi sono fondamentalmente di tre tipi: sistemi sanitari nazionali, di assicurazioni pubbliche e di assicurazioni private. Come esempi possiamo citare rispettivamente líItalia, la Germania e gli Stati Uniti. La letteratura dimostra che i servizi sanitari nazionali sono i migliori. Esistono ancora grandi lacune nella tutela della salute in Italia ma in gran parte riguardano manifestazioni fastidiose per i cittadini come sgarberie, scontentezze, lenzuola sporche e cosÏ via. Tanti aspetti vanno corretti e migliorati ma a qualsiasi assistito in ospedale vengono fornite prestazioni di ogni tipo. Non si lesina nella sostanza degli interventi, e i risultati nella salute per i cittadini si vedono. Líaspettativa di vita Ë tra le pi˜ alte del mondo e la qualitý di vita Ë tra le migliori. Ecco perchÈ siamo attaccati a questo Sistema sanitario nazionale solidaristico che rende i cittadini tutti uguali e non si occupa solo della cura delle malattie, ma soprattutto della tutela della salute. La prevenzione, líigiene pubblica, il servizio veterinario, le vaccinazioni, sono prestazioni che gli italiani non sanno di avere e che rendono il nostro sistema diversissimo da quello americano, dove si registrano focolai permanenti di peste bubbonica come nel Medio Evo. Di fronte al rischio di un attacco biologico allíantrace gli Stati Uniti sono rimasti impotenti: in Italia Ë bastato che il ministro della Salute Gerolamo Sirchia allertasse la struttura nazionale per porre la situazione immediatamente sotto controllo. Líinfezione della mucca pazza Ë partita dalla Gran Bretagna, dove il servizio veterinario Ë fuori dal sistema sanitario in quanto sono gli allevatori a pagare i veterinari; i risultati si sono visti. In Italia abbiamo un servizio veterinario pubblico, impeccabile. D. In che modo la devoluzione danneggerebbe il Sistema sanitario? R. Giý i Governi di centrosinistra ne hanno introdotta troppa; il ministro Umberto Bossi vuole incrementarla. » una devoluzione che non introduce un vero federalismo. Se nel sistema attuale, a legislazione concorrente, spetta ancora allo Stato definire i principi in base ai quali le Regioni debbono legiferare, quando la loro competenza diventerý esclusiva rischiamo di avere 21 Sistemi sanitari diversi e i cittadini non saranno pi˜ tutti uguali. Il Servizio sanitario nazionale non rappresenta una spesa ma un vantaggioso investimento per i cittadini e per il Paese, e modifiche costituzionali in senso devolutivo ne sancirebbero la disgregazione. Per questo chiediamo fondi adeguati per le Regioni, per garantire uniformitý di accesso ed equitý delle prestazioni per tutti i cittadini. D. Quali sono le vostre rivendicazioni professionali, economiche, di carriera? R. In molti casi interessi di categoria e generali coincidono. Il supercontrollo centralizzato da parte del Ministero dellíEconomia su tutte le prescrizioni mediche, cioË la schedatura di ogni atto medico inserita nella legge finanziaria, viola la riservatezza e contraddice ogni principio di responsabilitý professionale; la tutela della salute non puÚ essere in mano al ministro dellíEconomia come avviene oggi. Il ruolo dei medici nelle Asl Ë attualmente sottovalutato e una corretta applicazione del concetto di aziendalizzazione non puÚ limitarsi al contenimento economico da conseguire attraverso il potere monocratico dei direttori generali. Chiediamo maggiori responsabilitý nella gestione clinica delle aziende sanitarie. Circa le rivendicazioni di categoria, la riforma previdenziale ci penalizza ingiustamente perchÈ estendere a 40 anni líobbligo di contribuzione per un medico significa lavorare oltre i 70 anni di etý, visto che con le specializzazioni oggi obbligatorie non si comincia a lavorare prima dei 30-32 anni. Chiediamo anche lo stanziamento dei fondi per il rinnovo contrattuale della dirigenza medica, veterinaria, sanitaria e tecnico-amministrativa, che la finanziaria 2004 non prevede, e sollecitiamo líintroduzione di una tutela assicurativa obbligatoria per líattivitý medica e dei dirigenti sanitari. Oggi cíË un eccesso di litigiositý e le assicurazioni hanno reagito allíincremento dei risarcimenti aumentando le tariffe delle polizze stipulate privatamente. Chiediamo la riqualificazione del sistema formativo per gli specializzandi che devono essere inquadrati come dipendenti; oggi trattati da studentelli e spesso usati per compensare carenze di personale, al di fuori da ogni tutela contrattuale e con borse di studio ridicole. Siamo contrari al blocco indiscriminato delle assunzioni e alla crescente esternalizzazione dei servizi sanitari. Sono richieste che puntano a preservare la qualitý e la quantitý dei servizi nellíinteresse dei cittadini e della societý. D. Della riforma Bindi fu contestato líobbligo imposto ai medici di scegliere tra un rapporto stabile ed esclusivo con la struttura pubblica e líesercizio della libera professione. I medici sono favorevoli alla sua revoca? R. Malgrado le proteste per líirreversibilitý della scelta e líesiguitý dellíaumento retributivo, il 96 per cento dei medici optÚ per il rapporto esclusivo con la struttura pubblica. La legge Bindi rimodulava líorganizzazione interna del Servizio sanitario nazionale e conteneva una serie di elementi positivi. Líesercizio della libera professione allíinterno della struttura pubblica, lí´intra moeniaª, obbligava i medici a contrattare prezzi e quantitý delle prestazioni e il fatto che il tempo da dedicare alla professione fosse solo residuale assicurava una maggiore correttezza e trasparenza anche dal punto di vista fiscale. Ma questi vantaggi sono rimasti in parte sulla carta e non ha giovato la posizione dellíattuale Governo nei confronti di quella legge: non appena ha annunciato di voler abolire il principio di irreversibilitý dellíopzione esclusiva per il settore pubblico, le Regioni hanno dichiarato di sospendere il pagamento di quel piccolo aumento connesso alla scelta definitiva. I progetti del ministro Sirchia sono stati bocciati da tutti. |
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